Selva II
O dolce servitù che liberasti
el cor d'ogni servizio basso e vile,
quando a sì bel servizio me obbligasti
sciogliesti il cor da cento cure umìle.
O bella man, quando oggi mi legasti,
tu mi facesti libero e gentile.
Che benedetti sieno e primi nodi,
Amor, che mi legasti in tanti modi.
O dolce e bel signore, in cui s'aduna
beltade e gentilezza tal, che eccede
ogni altra in altri, e poi tra lor ciascuna
il primo grado in la mia donna chiede,
quanto è dolce e beata la fortuna,
che servo a sì gentil signor mi diede
e servo più che alcun libero e degno,
servendo a tale, il cui servire è regno!
Così, se l'una e l'altra ripa frena,
el fiume lieto il lento corso serva,
suave agli occhi l'onda chiara mena
e pesci nel queto alveo conserva;
di vaghi fior' la verde ripa piena
bagna, e così par lietamente serva;
sta nel cieco antro, indi preme e distilla
con dolce mormorio l'onda tranquilla.
Ma, se leva del sol la luce a noi,
piovendo, un nimbo tempestoso e spesso,
a poco a poco il vedi gonfiar poi,
tanto che alfin non cape più se stesso,
e le fatiche de' già stanchi buoi
e selve trarre e pinger sassi in esso:
l'erbosa ripa in mezzo e 'l curvo ponte
resta, e torbido lago è 'l chiaro fonte.
Allor che un venticel suave spira
con dolce legge, e fiori a terra piega,
e scherzando con essi intorno gira,
talor gli annoda, or scioglie, or gli rilega;
le biade impregna, ondeggia alta e s'adira
l'erba vicina alla futura sega;
suave suon la giovinetta frasca
rende, né pure un fiore a terra casca.
Ma se dà libertà dalla spelunca
Eolo a' venti tempestosi e feri,
non solamente e verdi rami trunca,
ma vanno a terra e vecchi pini interi,
e miser' legni con la prora adunca
minaccia il mare irato e par disperi;
l'aria di folte nebbie prende un velo;
così si duol la terra, il mare e 'l cielo.
Poca favilla, dalla pietra scossa,
nutrita in foglie e in picciol' rami secchi,
scalda, e, dal vento rapido percossa,
arde gli sterpi pria, virgulti e stecchi;
poi, vicina alla selva folta e grossa,
le querce incende e roveri alti e vecchi;
cruda inimica al bosco l'ira adempie,
fumo e faville e stran' stridor' l'aria empie.
L'ombrose case in fiamme e i dolci nidi
vanno e l'antiche alte silvestre stalle,
né fera alcuna al bosco par si fidi,
ma spaventata al foco dà le spalle;
émpieno il ciel diversi mughi e stridi,
percossa rende il suon l'opaca valle;
l'incauto pastor, cui s'è fuggito
il foco, piange attonito e invilito.
Benigna legge all'acqua ha il termin posto
che non lo passi e la terra ricuopra;
in mezzo del gran corpo è 'l centro ascosto,
grave e contrario al foco, che è di sopra;
diverse cose un tutto hanno composto,
tra lor contrarie fan conforme l'opra.
Ordina e muove il ciel benigna legge;
dolce catena il tutto lega e regge.
Dolce e bella catena al collo misse
quel lieto dì la dilicata mano,
che aperse il petto e drento al core scrisse
quel nome, e sculse il bel sembiante umano.
Da poi sempre mirâr le luci fisse
sì begli occhi, ch'ogni altro obietto è vano.
Quest'unica bellezza or sol contenta
la vista, pria in mille cose intenta:
non ornate di fronde apriche valli,
non chiaro rivo che l'erbetta bagni
di color' pitta bianchi, rossi e gialli,
non città grande o edifizi magni,
ludi feri, stran' giuochi, o molli balli,
non legni in mar che Zefiro acompagni,
non vaghi uccei, nuovi animali o mostri,
non sculta pietra, òr, gemme agli occhi nostri.
In queste cose senza legge alcuna
givan gli occhi cercando la lor pace
ascosa, e non sapevano in questa una
che, conosciuta, poi tanto a lor piace.
Occultamente mia lieta fortuna
conduceva il disio che nel cor giace:
condotto era il mio core, e non sapeva,
a riveder chi già veduto aveva.
Quel giorno adunque che nel cor dipinse
quella amorosa man l'imagin bella,
con volontario fren gli occhi costrinse
lei sol mirar, non questa cosa o quella;
mille vari pensieri in un ristrinse,
né poi la lingua mia d'altro favella,
né cercon altro gli amorosi passi:
con lei sempre il mio cor legato stassi.
Legato sta nel gran tempio di Iano
con mille e mille nodi il fer Furore;
cerca disciôrsi l'una e l'altra mano,
freme di sangue tinto e pien d'orrore.
Cerber nel basso regno cieco e vano
latrando all'ombre triste dà terrore;
stretto da tre catene, par che ira aggia,
rabbia, schiuma, venen da' denti caggia.
Non già così la mia bella catena:
stringe il mio cor gentil pien di dolcezza;
di tre nodi composta, lieto il mena:
con le sue mani el primo fe' Bellezza,
la Pietà l'altro per sì dolce pena,
e l'altro Amor, né tempo alcun gli spezza;
la bella mano insieme poi gli strinse
e di sì dolce laccio il core avinse.
Mostrommi Amor quel benedetto giorno
più che mai belle le luci serene,
le Grazie tutte alla mia donna intorno;
né usò per rilegarmi altre catene.
Qual maraviglia è se a me non torno?
o qual disio si fugge dal suo bene?
Somma Bellezza, Amor, dolce Clemenzia,
al cor fan volontaria violenzia.
Quando tessuta fu questa catena,
l'aria, la terra e 'l ciel lieto concorse;
l'aria non fu già mai tanto serena,
né il sol già mai sì bella luce porse;
di fronde giovinette e di fior' piena
la terra lieta, ove un chiar rivo corse;
Ciprigna in grembo al padre il dì si mise,
lieta mirò dal ciel quel loco, e rise.
Dal divin capo ed amoroso seno
prese con ambo man' rose diverse,
e le sparse nel ciel queto e sereno:
di questi fior' la mia donna coperse.
Giove benigno, di letizia pieno,
gli umani orecchi quel bel giorno aperse
a sentir la celeste melodia,
che in canti, ritmi e suon' dal ciel venìa.
Movevan belle donne al suono e piedi
ballando, d'uno amor gentile accese;
l'amante apresso la sua donna vedi,
le disiate mani insieme prese,
sguardi, cenni, sospir', d'amor rimedi,
breve parole e sol tra loro intense,
dalla donna cascati e fior' ricôrre,
baciati pria, in testa e in sen riporre.
In mezzo a tante cose grate e belle
la mia donna bellissima e gentile,
vincendo l'altre, ornava tutte quelle
in una vesta candida e sottile;
parlando in nuove e tacite favelle
con li occhi al cor, quando la bocca sile,
«Vientene - disse - a me, caro cor mio:
qui è la pace d'ogni tuo disio».
Questa suave voce el petto aperse
e a partirse il cor lieto costrinse;
la bella mano incontro se li offerse
a mezza via, e dolcemente el strinse;
pria rozzo, in gentilezza lo converse,
poi quel bel nome e 'l volto vi dipinse:
così ornato e di sì belle cose,
nel petto alla mia donna lo nascose.
Quivi si sta, indi non può partire;
non può partir, perché poter non vuole:
più dolce obietto el suo alto disire
né ha né puote aver, però non vuole;
lui a sé stesso è legge, lui servire
a questa gentil legge elegge e vuole;
con le sue man' lui stesso ha fatto e lacci,
né vuol poter voler che altri li piacci.
Miri chi vuol, diverse cose miri
e vari obietti agli occhi ognor rinuovi,
se avvien che ora uno e poi un altro il tiri,
non par vera bellezza in alcun truovi,
ma, come avida pecchia e vaga, giri
cercando per nutrirsi ognor fior' nuovi;
né muteria sì spesso il lento volo
se quel ch'è in molti fior' fussi in un solo.
Nel primo tempo che Amor gli occhi aperse,
questa beltade innanzi al disio pose,
e poi che, come è bella, me la offerse,
ridendo, lasso, agli occhi la nascose.
Con quanti pianti bellezze diverse
poi cercâr, quanto tempo, in quante cose!
Talor vedevan pur l'afflitte ciglia
cosa la qual questa beltà simiglia.
Allor, sì come can bramoso in caccia
tra le fronde trovar l'occulta fera,
se vede terra impressa dalla traccia,
conosce al segno che indi passata era,
perché la simiglianza par che faccia
certo argumento alla bellezza vera,
così, cercando questa cosa e quella,
Amor mostrommi alfin mia donna bella.
Disson gli occhi allor lieti al cor mio: «Questa
è quella che mostrò la prima volta
Amor, da noi sol desiata e chiesta,
mostra e renduta poi che ci fu tolta.
La sua vera dolcezza manifesta
quanta grazia e virtute abbi raccolta.
In molte non trovammo mai questa una
che sola in sé ogni bellezza aduna».
Anzi sempre si truova in ogni parte
che ciò che agli occhi è bel da questa viene.
Varie bellezze in varie cose sparte
dà al mondo el fonte vivo d'ogni bene,
e quel che mostron l'altre cose in parte,
in lui tutto e perfetto si contiene;
e se la simiglianza agli occhi piace,
quanto è qui più perfetta ogni lor pace!
Contrarie voce fanno un suon suave,
e diversi color' bellezza nuova;
piace la voce acuta per la grave;
nel negro el bianco la sua grazia truova.
Mirabilmente l'alta bellezza have
fatto che l'un nimico all'altro giova,
l'alta bellezza, che ogni cor disia
ed io sol veggo nella donna mia.
Questa sol bramo, e le mie luci ardenti
non fanno in altra cosa alcun soggiorno;
e come gli beati spirti intenti
stanno alla santa faccia sempre intorno,
né posson le celesti pure menti
altro mirar, ché ogni altro è manco adorno,
così quel primo tempo e quel bel luogo
al collo misse un simil dolce giogo.
Sento il mio cor, nell'amoroso petto
di mia donna gentil, che cantar vuole
e, nel laudar quel tempo benedetto,
usar la bella bocca (come suole)
della mia donna a così grato effetto,
dolce istrumento al canto, alle parole.
Non può tenersi il cor lieto e felice:
così cantando in la sua bocca dice:
«O benedetto giorno,
giorno che fusti el primo agli occhi nostri,
che con la luce vera
ogni ombra cacci, e che fussi ombra mostri!
Ombra invisibile era
che agli occhi nostri sempre era d'intorno;
e pur questa vedièno,
e il lume alto e sereno
non potevan vedere, o occhi tristi!
O per me fortunato
tempo, che gli occhi a sì bel sol m'apristi!
Forse ch'io parrò ingrato,
tempo dolce, se viene
da te ogni mio bene,
se il cor per te felice or sol disia
che senza tempo alcun questo ben sia».