SELVA PRIMA.

By Luigi Alamanni

Non lunge al varco ove Durenza aggiunge

Al veloce amator le sue chiar'onde,

Non molto lunge al glorïoso mare

Che al bel gallico lido il fianco bagna,

Nel campo stesso ove sanguigno il fiume

Fece con tanto onor quel gran Romano

Che al cimbrico furor frenò l'orgoglio;

Del più bel seme che Liguria porte

Ivi s'asconde sì leggiadra Pianta,

Che gli Arabi e i Sabei non vider tale.

O felice giardin dov'ella alberga,

O beato terren che in te ricevi

L'ombra sua vaga che ti adorna e stampa,

Quanto esser sempre dêi più d'altro chiaro!

Nelle sue verdi fronde ha nido Amore,

Cotal che Cipro si lamenta e piange;

Ch'ogni sua gloria in te conosce accolta.

Sotto i bei rami suoi cantando stanno

Le nove Muse, onde Parnaso ognora

Vedovo e nudo le rappella indarno.

Ch'elle, schernendo i cedri, i lauri e i mirti,

Sola hanno in pregio la mia Pianta altera.

Quante ha virtuti Amor, le Grazie e l'Ore,

Son con lei sempre, ove superba stassi,

Né le ritien del ciel né d'altro cura.

Alma mia Pianta, oh come sol vorrei

Esserti appresso pur com'io son lunge,

Né mel potesse tôr fortuna o morte!

Se venir morte può fra tanto bene.

Qualor mi torna in mente, alma mia Pianta,

Il natìo vostro mar, Durenza e Sorga,

Non so in vista soffrir Mugnone ed Arno.

Arno e Mugnon, se voi sapeste quale

È la mia Pianta ond'io piangendo scrivo,

Non vi sarian questi lamenti a sdegno,

Ma notte e dì lacrimereste meco.

Non vider gli occhi miei per queste rive

Frondi sì vaghe ancor come son quelle,

Quelle mie frondi che vi affermo e giuro

Che m'han fatto obliar, né il giuro indarno,

Quanto bel vidi mai di Cintia e Flora.

Quanta ha dolcezza Amor, quanto il ciel chiaro,

Quanta ha Vener beltà, quanto altri onore,

Pur cangerei con quella vista sola

Che d'appresso m'abbaglia e lunge ancide.

Deh! come or povertà più certo mostra

Come fui ricco allor che monte o colle

Non contendea il suo bene agli occhi miei!

Non avea il mio destin più bello inganno

Per men farmi gradir voi, tosche rive,

E lei mostrarmi allor presso a Durenza,

Poi riportarmi a te, bel fiume d'Arno.

Vedi ch'or son dove bramai già tanto,

E vuole Amor ch'io voglia essere altrove.

Quand'esser dunque deo dove più chieggio,

Se sempre lunge son da quel ch'io bramo.

Ah se il tronco gentil de' miei pensieri

Così come è lontan qui fosse meco!

Non ebbe o Cipro o Cinto, Delfo o Delo,

Tanto forse d'onor, quant'oggi avrebbe

Dalla mia penna il mio fiorito nido.

E la sua libertà, che in terra adoro,

Tornata pur con altrui danno e scorno

Cantando andrei con la mia vaga Pianta,

Dove or qui senza lei l'adoro e taccio.

Ligura Pianta mia, se in voi pietate,

Se in voi regnasse amor quanto virtute,

Non schernireste le campagne tosche,

Né il fido servo che voi chiama ognora;

Anzi, lasciando star Durenza e Sorga,

A noi verreste in più famoso albergo,

A sentir dir degli onorati rami.

Io sotto quei che mi pôn far sì lieto

Con l'amorosa cetra al giorno e all'ombra

Le rare sue beltà farei palesi,

Tal che l'alloro, il pin, l'abete e 'l faggio

Forân d'invidia allor pallidi e secchi:

Voi soli avreste primavera eterna.

Poi forse un dì fra' men famosi spirti

Per voi, vostra mercè, ghirlanda avrei;

Ma se non fia di vostre frondi e fiori,

Stia da me lunge, ch'io non prezzo onore

Che non venga da voi, né queste tempie

Altra mai non sarà che cinga intorno.

Vengami sol da voi, leggiadra Pianta,

Se io deggio aver questo onorato segno;

Ché ben potrò col mio chiar'Arno insieme

Ricordar poscia a' suoi più chiari figli

Quanto sia raro don trovarsi sciolti

Dall'artiglio crudel del fero augello,

Che sol pascer si sa dello altrui sangue;

E quanto da spregiar nel mondo sia

Morte, carcere, esilio e povertade,

Per conservar fra noi libere e scarche

Le giuste insegne del fiorito nido;

E più cose altre assai, che detta Apollo.

Venite adunque ove per valli e monti

Da me cantato il vostro nome suona,

Se non ch'io pur verrò (ché amor mi sforza),

Pianta soave mia, dove voi siete.