SELVA QUARTA.
Deh che poss'io più far, poi che il ciel vuole
Che l'alma Pianta mia veder non possa
Quanta è la fiamma che per lei mi strugge,
E quanto il mio servir sia fermo e fido?
Non giova testimon chiamar gli Dei,
Non mi giova il mostrar che d'ora in ora,
Stando io lontan da lei, mia vita fugge.
Ahi sempre cruda voglia! ahi poca fede
Che un uom s'ancida mille volte il giorno!
Né se gli creda pur, se dice omei!
Piagge, selve, montagne, e colli toschi,
Arno al mio lamentar compagno e guida,
Ditele voi per me, se io piango o rido,
Ditegliel voi per me, che notte e giorno
Sapete ben quanto il suo nome chiamo
Tanto udito fin qui, ch'eterna forse
Fia la memoria de' suoi rami in voi.
Deh perché non vede or Durenza e Sorga
Quel che vedete voi? perché nol vede
Il suo liguro mar che n'è sì lunge,
Che di me poscia le narrasse il vero?
Ch'io so quanto il suo dir più fede avrebbe
Che non ha il nostro, che l'è forse a sdegno.
Ah che dico io? come sdegnar si deve
La bella Pianta mia del canto tosco
Ch'altro non cercò mai, che farle onore?
Per quell'occhio divin che il giorno alluma,
Per la sorella sua ch'all'ombra è luce:
Per quel sommo rettor che ad ambi è padre;
Per la sua figlia, onor del terzo cielo;
Giuro ch'altra giammai non fu né fia
Così dentro il mio cor, come voi siete.
E s'io non dico il ver, divegna il vero,
E voi m'odiate più quant'io più v'amo.
O crudo Amor, perché cotanta indarno
Mi dài pena a narrar quel ch'ogni uom vede;
E più ch'io non vorrei pietà ne prende,
E di che men vorrei contrario avviene?
Qual mio fallo è cagion che quella fede
Ch'io pur già vidi, o di veder pensai
Nel vostro amato sen, Ligura Pianta,
Veggia in un punto con mio danno spenta?
Com'esser può che in voi loco ritrovi
Pensier che accusi il mio innocente amore,
O vi faccia dubbiar che d'altri sia?
Son vostro sempre; e quel che a voi mi diede
Appena potria far che ciò non fosse,
Perch'io non più d'amor, ma vostro sono.
Né potreste pur voi ritôrmi a voi.
Chi non sa che sia duol, venga a vederme,
E dirà ben che nulla morte è quale
Il mio viver quaggiù doglioso e tristo.
Dogliomi in parte ov'io non trovo aita,
In parte chiamo ove non è chi m'oda,
Scrivo il mio pianto ove non è chi 'l creda
Stommi senza il mio cor dov'io non voglio,
E tolto m'è l'andar dov'io vorrei.
Che dunque resta? ah se non fosse spene
Che miglior tempi e più pietà promette,
Non so quel che di me si fosse omai.
Non vide forse Amor fede più chiara
In quanti oggi ne son, quanti ne fûro,
Com'ora in me, che tanto ahi lasso! temo
Di non offender voi, che più non oso
Oprar, dire, o pensar cosa giammai
Che non sia vostra, o che da voi non vegna.
La rozza penna mia pinger non puote
Se non le frondi vostre e i vostri rami:
Altro non sa questa mia stanca voce
Che voi qui richiamar la notte e il giorno,
E pur piangendo dir talvolta omei.
Altro non sa pensar l'afflitto core
Che al tempo andato, e figurarvi appresso,
E con l'immaginar tant'alto gire,
Che ben sovente il ver sarìa men vero.
Non voglion più mirar quest'occhi lassi
Cosa che lieta sia, ché han tema in loro,
Che non sia romper fe, prender diletto,
O cosa riguardar che voi non sia.
D'ogni dolce armonia son fatte schive
Le triste orecchie, e si riservan sole
Al santo mormorar di quelle fronde.
Gli alpestri monti e i più spinosi calli
Cerca il piè infermo, che calcar si sdegna
Altro verde sentier, che quello stesso
Che 'l conducea nel vostro vago e chiaro
Almo giardin, che voi nutrisce in seno.
Deh! quando dee venir quel dì beato
Che mi riporti a sì tranquilli tempi,
Che con la Pianta mia contento scriva,
Parli, pensi, riguardi, ascolti e vada,
Senza sospetto aver, senz'altra cura?
Forse fia tosto: e già d'udir mi sembra
L'altero tronco avvicinarsi al loco,
Che al mio duro partir promise Amore.
Oh che cortese dir! che note ardenti!
Che dolce salutar colmo di gioia
Che solo a ripensar mi fa beato!
Oh se mi dona Amor tanta baldanza
Ch'io le possa narrar quel c'ho sofferto
Dal dì che il mio destin da lei mi tolse!
Forse che allor quelle onorate fronde
Per la pietà delle mie lunghe pene,
D'amoroso pallor cangiar vedremo.
So ben che 'l crederà, ché il volto stesso
Sarà buon testimon dei detti miei.
O santo giorno a me giocondo e caro,
Più ch'altro fosse ancor! raddoppia il corso,
Vienne or veloce a chi t'aspetta e chiama.
E poi che giunto a' miei desir sarai,
Fermi le ruote il ciel, non muova il Sole.