SELVA QUINTA.
Liguro mar che quella terra inondi,
Che tra 'l gallico siede e il tosco lido
Là 've stende Appennin la fronte a Giove,
E il piè securo al gran Nettuno porge;
Ecco che a riveder le tue contrade
La bella Pianta mia lieta ritorna.
Non l'arabico sen, non l'Indo o 'l Mauro,
Tutti ebber mai tante ricchezze insieme
Quante tu sol, che pur t'agguagli al cielo.
Qual potrai preparar sì largo onore
Che parte almen dei suoi gran merti adempia?
Legno onorato che sì dolce incarco
Per le salse onde al proprio albergo porte,
Non invidiar chi già gli antichi duci
Per conquistar l'aurato vello addusse,
Né chi fuor del dover portò già d'Argo
Con sì eccelsa beltà l'incendio a Troia.
Ché l'uno e l'altro avea men degna soma;
Quel di virtude, e di bellezze questo.
Ben dêi securo andar, ché l'acqua e 'l vento
Non pôn crucciosi star dov'ella appare.
Sa con la vista sol de' suoi bei rami
Al gran padre del mar tôrre il tridente,
E d'Eolo sa furar la rabbia e 'l corno.
Taccian con questa d'Alcïon le figlie,
Ché al più rigido verno, al ciel più torbo,
Più riverenza assai fan l'aria e l'onde
Al suo dolce apparir, che al nido loro.
Ma se appresso le son, dovunque vada,
Bellezza, leggiadria, le Grazie e l'Ore,
Qual maraviglia fia, se ciò n'avvegna?
Poi la madre d'Amor ch'ivi entro nacque
Le dona tal virtù nel natìo loco,
Ché offender non la può tempesta o vento.
Con soave spirar l'amata barca
Zefiro spinge, e con Amor talora
Crollando i rami suoi le vele oblìa,
Onde il felice andar più tardo fassi;
E in fra sé dice: Poi che volse il cielo,
Poi che il mar mosse e si fermò la terra,
Poi ch'ebbi il corso, non condussi forse
Sì ricca merce in Orïente ancora.
Se dunque pigro son, non m'abbia a schivo,
Ché in Occidente la vorrei con meco.
Oh me felice, se mi désse il Cielo,
Qual Cecia suol delle piovose nubi,
Poter col mio soffiar tirarla indietro!
Ogni ben cangerei con questa Flora.
Ben prometter ti dêi, beato Legno,
D'andar securo, ove t'addrizzi, al porto;
Ché pur sempre m'avrai compagno e guida,
Qualor teco verrà sì dolce incarco.
Tal ragionando giorno e notte mena
Zefir nel suo terren la bella Pianta
Che lascia in doglia tal Durenza e Sorga.
Rìdele il ciel seren, s'allegra il Sole.
Quante ha 'l mar ninfe vaghe, e Galatea,
Intorno van di maraviglia carche.
Or fan cantando un più leggiadro coro
Che vedesse ancor mai Nettuno e Teti;
Or con chiaro gridar prendon la barca,
Or quinci or quindi, e così gir la fanno,
Come aggrada più lor, veloce o tarda,
Senza noiar però le altere frondi.
Or ciascuna intra lor natando a prova
Le schiette braccia e 'l pargoletto piede
Lunge stendendo e raccogliendo in giro,
Con le candide spalle e il volto in alto,
In guisa di delfin rotando vanno.
Spargon talor nello amoroso gioco
Delle salse onde gli onorati rami.
Questa o quella talor si spinge in alto
Con desìo d'abbracciar l'amato tronco,
E levemente poi s'attuffa in l'acque.
Con tale onor ne va la bella Pianta
Verso il suo nido, ch'Amfitrite e molte
Dell'umido sentier donne e regine
Oggi sembran di lei suggette e serve.
Dunque raccogli in te quanti mai fûro
Di più soave odor fior, frondi ed erbe,
O liguro terren, ché in te ritorna
Quella che adora il ciel, Nettuno e i venti.
Non sia ricchezza in te chiusa o palese,
Che non spenda oggi in onorar costei;
Costei, degna cagion d'ogni tua laude.
Chiama i monti vicin che mandin fuore,
S'alcuna fosse in lor pietra o radice,
Che non saputa in sé virtude asconda.
Gli alpestri colli tuoi, l'anguste rive
Vestan dintorno quel fiorito ammanto
Ch'al suo primo venir donò l'aprile.
Né del piovoso ciel paventin l'ira,
Ché primavera è pur dov'ella arriva.
Ninfe montane, e Driade, e Napee,
Venite ov'ella vien, ché ben vedrassi
Quanta è beltà con voi tutta in lei sola.
Silvan, Satiri e Fauni, or non restate.
Venitela a veder, che poi si narri
Al vostro Pan, se lo vedrete un giorno,
Quanto Siringa sua men bella sia.
Fuggan dinanzi a lei l'aspre e rapaci
Fere che all'altrui morte in vita stanno,
Ché crudeltà non può dov'ella mira.
I cortesi animai che son dintorno
Lieti correnti, leggiadretti e snelli,
Tutti mostrin tra lor che torna Amore.
Gli amorosetti augei di fronda in fronda
Vengan cantando l'alta sua beltade;
E quanto mai di bel chiuser fra loro
Lungo il grande Appennin, la Magra e il Varo,
Alla mia bella Pianta onore apporte.