SELVA SECONDA.

By Luigi Alamanni

S'io potessi narrar, cantando, appieno

Qual sia la pena che m'incende e sface

Stando io lontan da voi per questi lidi;

Non pianser mai le suore di Fetonte

Lo incendio del fratel con tanto duolo,

Quanto or fareste me, Ligura Pianta,

Se pietà vive ancor fra quelle frondi.

Io men vo notte e dì per valli e monti

Pensoso e sol, senz'altra aita e spene,

Che di voi richiamar che altrove siete.

Né so trovar, perch'io sovente cerchi,

Cosa che inganni la sdegnosa vista

Ch'altro mirar non può, che i vostri rami.

Quando fuor lieta l'amorosa stella

Surge dal monte a far sicura scorta

Al grand'occhio divin, che il mondo alluma,

Escomi allor dal mio noioso albergo,

E gli occhi molli in orïente giro

Divoto a salutar la santa face,

Che quanto m'allegrò tanto m'addoglia.

Ivi narrando il mio passato bene,

La prego umìl che mi ritorni indietro

Nei tempi andati, o mi apparecchi innanti

Dolcezza e pace a quella antica uguale.

Poi perché sorda al suo viaggio intenta

La veggio ratta andar, cruccioso volgo

La vista intorno a rimirar s'io scerno

Cosa che in terra o in ciel s'agguagli a voi,

O mi faccia obliar la vostra luce.

Lei guardo prima che ridente e vaga

Fa lieto il mondo co' be' raggi suoi,

E il dì gli annunzia, che vicin s'appressa.

Vedesi intorno il gran silenzio oscuro

Che il passo stanco in Occidente volge

A dispogliarsi il suo stellato ammanto,

Forse sdegnoso che gli venga in sorte

Il minor cerchio che la terra adombre.

Di più vivo calor segnata in vista,

Con la fronte di neve e coi crin d'oro,

Al suo primo venir non lunge appare

Del gran vecchio Titon l'antica sposa;

E mentre a lei mirar son tutto vôlto,

Sento i dipinti augei di fronda in fronda

Con soave armonia renderle onore.

A quei mi volgo allor dicendo: Ahi lassi!

Se vedeste apparir sopra quel monte

La bella Pianta mia, che più fareste?

Sappiate ch'ella è tal, ch'oggi il Ponente

Più non invidia all'Orïente questa,

Come fede pôn far qui gli occhi miei,

Che son, lunge da lei, mai sempre in pioggia.

Veggio le frondi, i fior, che verdi e lieti

Alla chiara stagion si fanno adorni.

Allor conosco io ben, che i vostri rami

Non son cosa mortal come son questi,

Perch'io gli ho tutti, a voi pensando, a schivo.

Poi con fronte regal di raggi cinto

Tra le infiammate rote in alto sale

Il gran pianeta onde ogni lume appare,

Onde il dì luce, onde qui nasce e vive

Quanto produce il ciel, la terra e l'acque.

Dall'alta maestà percosso e vinto

(Già nol saprei negar), divoto inchino

Le ginocchia e la fronte al santo volto

Che de' vostr'occhi bei fratel mi sembra

Vie più che di colei che all'ombra sola

Ha da lui tal virtù, che il mondo alluma.

Pur fra me dico: O mia leggiadra Pianta,

Che val questa beltà, se manca in lei

Quella dolcezza, ahimè! che in voi s'accoglie?

Questa sola animai, fior, frondi ed erbe

Produce al mondo, ove la vostra in noi

Amor, chiari pensier, virtudi adduce.

Poscia che il Sol con più focoso sguardo

Dall'alto punto il nostro mondo scalda,

Vommen soletto ove più il monte adombre,

O più s'asconda la riposta valle

Ove ratte in bel rio si fuggan l'onde.

Veggio corrente il liquido cristallo,

Che l'aria intorno, e le sue rive allegra,

Lasso! non me, ché mi ripunge allora

Chiara memoria del cantar soave

E del cortese dir, che vince in terra

Ogni armonia del ciel, non pur dell'acque.

Pur lì m'assido fin che torni Apollo

Verso occidente, onde nel ciel disciolte

Zefiro e l'aure a suo diporto vanno.

Indi mi parto, e per le piagge ombrose,

Là 've più bei color vesta il terreno,

Muovo il piè tardo, e sento il vago odore

Che per l'aria a ferir nel volto viemme.

Quanto mi dolgo allor coi venti indarno

Che dalla Pianta mia non portin seco

Quella virtù che tutte l'altre avanza,

Quanto Amor cosa vil, quanto il dì l'ombra!

Poi quando Febo al vecchio Atlante scende

Togliendo il giorno a noi, la notte altrui,

Da lui mi tolgo, e rimirando intorno,

Ad una ad una in ciel veggio le stelle

Quel lume rivestir che il dì ne spoglia.

Scerno vicin del carro di Boote

Seder Calisto che mal vide Giove,

E tra sete e tra gel di doglia è piena,

Che non ha 'l seggio suo tra 'l Cancro e 'l Toro.

Dico piangendo a lei: Ben ti assomiglio,

Ché assai fur lieti i primi giorni miei;

Or freddo e lunge a chi quetar mi puote

D'esti occhi infermi l'assetate voglie,

M'avvolge il mio destin dov'io men bramo.

Veggio Marte talor, Saturno e Giove

Fuor del comun sentier per altra strada.

Talvolta prego umìl, talvolta garro,

Come mi detta Amor, che a tal mi reca,

Ch'io non so spesso quel ch'io faccia o dica.

Né stella ha il ciel, che non mi sia più nota

Che al buon pastor le pecorelle sue;

Cotal sempre con lor ragiono, e piango.

Poi quando in mezzo 'l cerchio, o in Orïente

Or cornuta or rotonda or parte or riede

Da consigliarsi col fratel la Luna,

Con lei più d'altri i miei lamenti sfogo.

Dico: Alma luce, allor, tu vedi almeno

Il tuo caro amator se t'è ben lunge,

E lo vagheggi in questa parte o in quella,

Ché contender nol può montagna od ombra;

Lasso! io son qui, né la mia bella Pianta

Posso lunge veder, ché altrove stassi,

E del mio impoverir fa ricco altrui.

Tu lo puoi sempre aver dormente almeno;

Io pur non l'ebbi né d'averla spero,

Né son sì ardito ch'io la chiegga e brami.

Come contrarie son nostre avventure!

Tu 'l sai per pruova ben, che te sola ama

Il bello Endimion, né d'altra ha cura.

Io temo, ohimè! che la mia Pianta altera

Non sia colma per me di tanto oblio,

Che non conosca più la penna tosca.

Mentre io parlo così, s'affretta il tempo

Ond'ella il carro suo volge all'occaso.

Com'io la scorgo avvicinarsi al monte

Che l'alma Pianta mia da me divide,

Tinto d'invidia allor rinfresco il pianto,

E ricomincio più dogliose note:

Notturna luce che fai lume all'ombra,

Or puoi quella veder che a me s'asconde,

E quanto bella sia dappresso scerni:

Deh! come volentier teco sarei

Per mai non riveder dell'Indo l'acque,

Che assai fôra al mio ben Durenza e Sorga.

Ma poi ch'esser non può, pietosa Luna,

Dille: Un che sta sopra le rive d'Arno,

Che di voi lunge notte e dì ragiona,

Né gli resta altro ben che il vostro nome;

Vi prega umìl, se v'aggradò giammai

Pietà, fede, onestà, senno e virtude,

Che han fatto il nido in l'onorate frondi,

Non ponete in oblio chi troppo v'ama!