SELVA SETTIMA.

By Luigi Alamanni

Poiché nuovo dolor quaggiù m'invola

Dal ragionar con voi, gran re de' Franchi,

In così dolce stil, com'io soleva,

Non vi sia, prego, il perdonarmi a sdegno,

E l'ascoltar quanto profonda piaga

Sostenni il dì che fui per morte privo

Del più caro tesor ch'Arno e Mugnone

Chiudesse intorno alle sue verdi rive.

Glorïoso mio re, so ben che in voi

Tanta del mio languir verrà pietate,

Che non cadran le mie dolenti note

Senza lagrime aver dai vostri lumi:

E s'oltra ogni dover crudo divegno

In ricercar costì pianto e sospiri

In chi bramar dovrei diletto e gioia,

Scusimi il troppo amor, la troppa doglia,

Che dove io men vorrei m'adducon, tale

Ch'io non so ben ridir che più m'aggrade.

Questo so pur, che al mio diletto e vero

Di virtù, di valor, d'onore albergo,

Al mio Zanobi, al mio più chiaro frutto

Del miglior seme che Toscana porte,

Non si convien trovar men nobil pianto,

Spirto Real, né da men chiare luci

Che son le vostre, che qui fanno esempio

Di quell'alta virtù che adorna il cielo.

Non siate adunque de' suoi merti avaro

A lui, né sordo al vostro servo fido,

Ch'or qui rimaso in sì devoti preghi

Sol ricerca da voi pianto e sospiri,

Per onorarne in terra il suo bel nome.

Giri il Sol quanto sa mille e mill'anni,

Morte crudel, ché non ti resta al mondo

Da far di noi mai più sì ricca preda,

Né riportar tant'onorata palma

Quanto fu quella, ohimè! perch'io più bramo

Oggi l'insegne tue, ch'eterna vita.

Arno mio chiaro, e voi, campagne tosche,

Ben potete saper se il ver ne dico:

Ché tal meco ad ognor doglia n'avrete,

Qual già n'aveste, mentre visse, spene.

Ah crudo ciel, che già sì largo desti

Al nostro almo giardin sì raro germe,

Come oggi avaro ai gran bisogni altrui

Nel suo più bel fiorir tolto ne l'hai!

Ben fu sorda pietà dentro 'l tuo seno

A non sentir le dolorose note

Di chi serra il Tirren, la Magra e 'l Tebro.

Le divote preghiere indarno usciro

Al suo duro partir dal tosco fiume,

Che sì lieto si fea del suo ritorno.

Oh desir ciechi delle umane menti,

Come contrario fin sovente avete

Dal vostro disegnar, che torto cade!

A che mai domandar cosa terrena,

Se tolto n'è il veder che giova, o nuoce?

Cinque fïate avea scaldato Apollo

I due gran figli che produsse Leda,

Dall'empio dì che l'altrui rabbia mosse

Dal campo suo quest'onorato germe.

E voi con quanto amor, con quanta sete

Lo richiamaste ognor, campagne tosche,

Perché tornasse in voi! né giunto appena,

Per mai non ritornar, partì da voi.

Ove or son, lasse! gli alti, onesti e rari

Pensier nodriti da sì nobil alma,

Da far voi divenir nel mondo eterne?

Ove i consigli, ove i conforti chiari,

Che vi spingean per sì lodate strade?

Ov'è l'amor, che vi portò già tale,

Che mille volte, ohimè! la vita stessa

Sprezzò per voi, che pur vi diede alfine?

Non cortese pastor verso 'l suo gregge,

Non madre pia col suo diletto figlio

Di tanta carità si vede accesa,

Com'ei fu sempre colla patria e madre.

Se il giorno che costui nel mondo venne

Avesse al nascer suo portato in voi

Tanto favor del ciel, quanta bontade,

Ben saresti, Arno mio, fratel del Tebro.

Non ben fermo premea la terra ancora,

Che del natìo valor tal segno dava,

Che i vecchi infermi ognor, le stanche madri

Dicean: Questi è colui che debbe alzare

Fin sopra 'l ciel questa futura etate.

Oh beato colui che vedrà 'l frutto

Di sì buon seme, se nol tronca morte;

Morte che sempre se ne porta il meglio.

Non mai dal fido can lupo rapace

Fu con tant'odio perseguìto in caccia,

Com'ei, dal dì che poteo scior la lingua,

Tutto il torto operar biasmando morse,

Senza nulla d'altrui speranza o tema,

Fin che in più ferma età visto in alcuni

Ardor, fede, valor pari a se stesso,

S'accinse, ahi lasso! all'onorata impresa,

Ove di noi restò la miglior parte:

Ché così spesso vuol fortuna, a cui

Sono i gran fatti tortamente a sdegno,

E sol cerca aiutar la gente iniqua.

Non pompa, o vano onor, tesoro o stato

Ebber forza a piegar l'altera mente

Dal verace sentier di libertate.

Alma felice, e sovr'ogn'altra chiara,

Che dentro i sette colli unqua nascesse,

Che fuor traesti l'onorata spada

Contr'a colui che al tuo famoso nido

Fuor del dover furò lo scettro e 'l freno

Per dimostrar che degnamente avesti

Di Bruto il nome, e di Caton la figlia;

Forse non fu, poi che lasciasti il mondo,

Più bello imitator de' tuoi gran fatti,

Di quel ch'io piangerò la notte e 'l giorno.

E se ben fu la tua più degna impresa

E con fato miglior condotta al fine,

Ch'altro poteo, se 'l Ciel di più non volle?

E se non fu per lui Fiorenza Roma,

Non cresce o scema il buon voler fortuna.

Poi quanto al suo valor valore aggiunse

Il dotto ricercar l'antiche stampe,

Per riformar tra noi leggi e costumi!

Ben lo potean saper Licurgo e Numa,

Ch'ebbe sempre al suo gir maestri e duci;

Ben lo potean saper quanti mai vide

La Grecia e il Lazio, che mostrasser via

Alla vita civil di pace o d'arme.

Né fûro i detti lor men noti a lui,

Che la stella al nocchier, la madre al figlio,

Che al buon pastor la pecorella e 'l cane,

O che al vecchio monton la mandra e 'l prato.

Non basta al vero onor, chiara Fiorenza,

L'aver tolto da te l'indegno giogo,

Che all'indegno lavor l'addusse a forza;

Ch'or convien fabbricar lo studio e l'arme,

Da potersi covrir dal fero artiglio,

Che di dentro e di fuor ti sta di sopra:

E s'alcun fu de' tuoi, che in questo avesse

Desir, senno, valor, ben fu costui,

Ch'or piangi e chiami, e dopo mille e mille

Secoli avrai da richiamarlo ancora;

Che nol conobbe il mondo mentre l'ebbe,

Come il conoscerà nel tempo innanti:

Ed è voler di chi ci muove e guida,

Che più si pregi il ben poi che n'è gito.

Forse sarà tra l'ignorante stuolo

Uso sol d'onorar signori e regi,

E dispregiar chi non ha vesti aurate,

Chi penserà nel buon civile stato

Non ritrovarsi un sol di tanto peso,

Che nel natìo terren dai buon si deggia

Onorar tanto vivo, e pianger morto.

Ahi cieca gente e vil, che scorge appena

Quanto al senso di fuor si mostra aperto!

Non fu colui che discacciò Tarquino

Di par fortuna a molti, e spense un regno?

Di privato poter fu il buon Camillo,

E tolse al vincitor la preda e il pregio.

Quanti ricchi trofei, quant'arme e spoglie,

Quanti fûro a' gran re scettri e corone

Tolte a' tempi miglior di Sparta e Roma

Da chi vincendo si tornò la sera

Con la sua famigliuola in basso albergo,

E il giorno a ritrovar l'aratro e 'l toro?

Chi contendea che l'onorato Tosco,

Vivendo ancor nel suo fiorito nido,

Col semplice esser suo non fosse tale?

Come spesso addivien che l'ostro e l'oro,

Senza chiuder virtù, vanità sola

Sotto a sé mostra a chi ben fiso il guarda!

Ma il veder corto dell'umana gente

Par che si sdegni a rimirar colui

Che in le private soglie, in pover panni

Al bello e vero oprar la mente ha vôlta:

E quella libertà, ch'oro e terreno

Agguagliar non potria, né pompa o stato,

Sol che alla patria sua ritenga intera,

Degli altrui falsi ben poco gli cale.

Ma se contrario appar nel vulgo infermo,

Maraviglia non sia, ché tanta altezza

Mirar convien con più sottil riguardo.

Tenga chi vuole con sudore e sangue

Il barbarico onor, le ricche spoglie

Conservi pur nell'altrui danno e morte;

Chiami questo chi vuol padre e signore,

Piangal chi l'ama quando a morte corre,

Ch'io 'l chiamerò d'altrui tormento e doglia,

E morte loderò, se tosto il fura.

Ben fin ch'io mora chiamerò mai sempre

Il Buondelmonte mio, che l'altrui bene,

Mentre qui visse, amò più che se stesso:

Che nel pubblico onor tal mise cura,

Che il proprio come van pose in oblio:

Ben piangerò costui, che gloria e lode

Merta più sol, che tutti quelli insieme,

I quai gir fa superbi oro e terreno.

Questo è quel germe, onde l'esempio tôrre

Dovete al bene oprar voi, spirti chiari,

Ch'or vi nodrite fra le tosche rive.

E se l'avrete ognor maestro e guida,

Andrà il piè vostro all'onorata strada

D'eterna libertà, d'onore e pregio:

Né fia il vostro veder chiuso dal velo,

Cagion che il bianco in noi si mostri oscuro:

Ma discerner saprete il falso e 'l vero;

Né fin che muova il ciel, che giri il Sole,

Simil veder potran le rive d'Arno.

E sempre avran l'acerba sua partenza,

Glorïoso mio Re, da pianger meco.