SELVA UNDECIMA.

By Luigi Alamanni

Alto Signor, che dal celeste nido

Scerni del gregge tuo gli erranti passi,

Né mai senza pietà, pur ch'uom la chiegga,

Lasci passar quel periglioso varco

Che ne conduce in morte o torna in vita;

Poiché ti piacque di privarne in terra,

Nel suo più bello oprar, di quanta spene

Avesse il bel paese ov'Arno irriga,

Del Buondelmonte, in cui ponesti solo

Tante virtù, quante in molti altri appena,

Apri nel suo venir le sante braccia

Che non fur chiuse al primo antico padre,

Che dannò tutti noi, peccando ei solo:

Truovi riposo al glorïoso albergo

Dalle fatiche sue, che tante e tali

Quaggiù sostenne in la terrena vita.

Chi guarda ben quanto sia frale e leve

La natura mortal, quanto ne toglie

Dal contemplar lassù l'umana scorza,

Non dirà il nostro oprar di scusa indegno.

Guarda, Signor, questo terrestre incarco

Come c'inchina a quel che più ti spiace.

Noi siam di fango, e non possiam per noi,

Senza la grazia tua, levarci al cielo:

Non possiam senza te servare interi

Gli alti comandi al divin vecchio dati

Nel santo monte, e da tua stessa mano.

Senza il tuo lume in questo sentier fosco,

E senza tua pietà nel suo partire

Chi potè mai del ciel trovar le porte?

Ben travïò talor dal dritto calle

Il Buondelmonte tuo, ch'alzò la vista

Alla gloria mortal più ch'al tuo nome.

Ma tu vedesti pur, con quanto zelo

Del comun patrio ben tra tanti affanni

Cercò più libertà, che lunga vita.

Tu lo vedesti pur ch'argento ed oro

Non fur cagion, che alle presenti noie

Più che al viver di poi, la mente volse;

Non desio di montar più che convegna

Allo stato civil, ma giusta voglia

Di non aver maggiori, e tutti pari.

Nol mosse, no, di vendicarsi sprone.

E taccia 'l vulgo, che poi scòrse in esso

Com'anima gentil dal suo nemico

Più ricerchi umiltà, che sangue o morte.

Sol per vera bontà disio lo punse

Di non veder così nel fango avvolto

Sott'altrui giogo il suo fiorito nido,

E di svegliar tra noi le pigre insegne

Di quella Libertà, che morta giacque,

Non pur dormì, press'al quindecim'anno.

Questo fu sol che lo rivolse e spinse

Per questo corso uman tanto, che forse

Il suo troppo voler quaggiù ti spiacque.

Sapea bensì che per tua santa mano

Potea sol derivar quel che poi venne.

Ben tra sé conoscea, che il vento in ramo

Senza il tuo consentir non muove fronda;

Ma sperò ei forse, e i suoi più chiari amici,

Che fosse tuo piacer per l'opra loro

Dar fine a quel che poi durò molt'anni.

Guarda, o sommo Fattor, quant'esche ed ami,

Quante reti e lacciuoi ne stan dintorno

Per questo tenebroso angusto calle.

Tu vedi pur come sovente avviene

Che più saggio di noi s'inveschi l'ali,

Tosto che sol dalla tua scorta resta;

Senza la qual, valor, senno e virtute,

Che non tengan da te le sue radici,

Han men forza che il Sol se piove o neva.

Qual maraviglia, in sul fiorir degli anni,

Se un generoso cor disdegno prese

Di sentirsi gravar dall'empia soma

D'ingiusta servitù che allor n'oppresse?

Qual maraviglia, se con gli altri insieme

S'accinse, ohimè! nell'onorata impresa,

E se gloria mortal lo punse in guisa,

Che gli fece obliar la bassa strada

Più sicura al cammin che a te conduce?

Non dirò già, Signor, che umana mente

Possa al mondo trovar degna cagione

Al fallir contr'a te, che tutto vedi.

Non gloria o libertà, terre e tesoro,

Quant'ebbe il mondo e quant'avrà giammai,

Ci dovrian traviar d'un passo solo

Dal verace sentier che n'hai dimostro.

Il nostro faticar, le ardenti cure,

I desir, le speranze, i van disegni,

Se bene al destinato fin s'arrive,

Ch'altro son poi da dir che fumo ed ombra,

Che di falso parer la vista adugge?

Tu sol sei sommo ben, tu vera pace;

Tu salute d'ogn'uom, tu vita eterna,

Tu riposo a ciascun, tu luce e speglio

Al cieco mondo, che non scorge il vado

Di questo alpestre e misero torrente,

Che chi va senza te conduce a morte.

Oh misero quell'uom che si confida

In aiuto mortal; beato quello

Che ogni cosa sprezzando a te ricorre!

Or se il troppo desio l'addusse in parte

In cui se stesso e 'l tuo gran nome offese;

E se non fu di sofferenza armato

E di quella umiltà che a noi domandi,

E con l'esempio tuo mostrasti in terra;

Non scuso il suo fallir col giusto amore

Ch'ebbe al patrio terren più che a se stesso,

Non col dritto bramar l'alta ruina

Di chi 'l bel nido suo sotterra mise:

Ch'io non vengo oggi al gran giudizio eterno

Teco, o Signor, con la giustizia ignuda;

Anzi sola per lui pietà richiamo.

Chiamo solo per lui quella pietade

Tanta in quel dì, che se medesma vinse,

Che pe' tuoi percussor pregasti il Cielo.

Questa chiamo io, Signor, che teco vegna

A riveder così le andate colpe

Del tuo servo fedel, che t'è davanti,

E del vïaggio suo racconta i passi.

Deh, Signor, la pieta, che per lui chiamo,

Adempia ove mancò l'umana vita,

Che troppo alto di sé gli accese amore.

Non guardar lui, Signor, guarda te stesso,

Non quel che dovea far, ma il pianto nostro,

Chi ti prega per lui, non chi il condanna.

Deh non sian chiuse le celesti strade

Al suo dubbio venir tra tema e spene;

Deh non resti oggi al gran giudicio vinta

Dal suo lungo fallir la tua clemenza.

Deh ricevi, Signor, nel sommo nido

Quest'anima gentil che a te ritorna.

Se mai pianto o dolor di noi mortali,

Se devoto pregar giammai percosse

Di pietoso clamor le sante orecchie,

Tutto oggi insieme il bel paese t¢sco,

Di lagrime e sospir bagnato e cinto,

Per la mia lingua umìl ti prega e chiama

Che 'l Bondelmonte suo con pace accolga.