SELVA UNDECIMA.
Alto Signor, che dal celeste nido
Scerni del gregge tuo gli erranti passi,
Né mai senza pietà, pur ch'uom la chiegga,
Lasci passar quel periglioso varco
Che ne conduce in morte o torna in vita;
Poiché ti piacque di privarne in terra,
Nel suo più bello oprar, di quanta spene
Avesse il bel paese ov'Arno irriga,
Del Buondelmonte, in cui ponesti solo
Tante virtù, quante in molti altri appena,
Apri nel suo venir le sante braccia
Che non fur chiuse al primo antico padre,
Che dannò tutti noi, peccando ei solo:
Truovi riposo al glorïoso albergo
Dalle fatiche sue, che tante e tali
Quaggiù sostenne in la terrena vita.
Chi guarda ben quanto sia frale e leve
La natura mortal, quanto ne toglie
Dal contemplar lassù l'umana scorza,
Non dirà il nostro oprar di scusa indegno.
Guarda, Signor, questo terrestre incarco
Come c'inchina a quel che più ti spiace.
Noi siam di fango, e non possiam per noi,
Senza la grazia tua, levarci al cielo:
Non possiam senza te servare interi
Gli alti comandi al divin vecchio dati
Nel santo monte, e da tua stessa mano.
Senza il tuo lume in questo sentier fosco,
E senza tua pietà nel suo partire
Chi potè mai del ciel trovar le porte?
Ben travïò talor dal dritto calle
Il Buondelmonte tuo, ch'alzò la vista
Alla gloria mortal più ch'al tuo nome.
Ma tu vedesti pur, con quanto zelo
Del comun patrio ben tra tanti affanni
Cercò più libertà, che lunga vita.
Tu lo vedesti pur ch'argento ed oro
Non fur cagion, che alle presenti noie
Più che al viver di poi, la mente volse;
Non desio di montar più che convegna
Allo stato civil, ma giusta voglia
Di non aver maggiori, e tutti pari.
Nol mosse, no, di vendicarsi sprone.
E taccia 'l vulgo, che poi scòrse in esso
Com'anima gentil dal suo nemico
Più ricerchi umiltà, che sangue o morte.
Sol per vera bontà disio lo punse
Di non veder così nel fango avvolto
Sott'altrui giogo il suo fiorito nido,
E di svegliar tra noi le pigre insegne
Di quella Libertà, che morta giacque,
Non pur dormì, press'al quindecim'anno.
Questo fu sol che lo rivolse e spinse
Per questo corso uman tanto, che forse
Il suo troppo voler quaggiù ti spiacque.
Sapea bensì che per tua santa mano
Potea sol derivar quel che poi venne.
Ben tra sé conoscea, che il vento in ramo
Senza il tuo consentir non muove fronda;
Ma sperò ei forse, e i suoi più chiari amici,
Che fosse tuo piacer per l'opra loro
Dar fine a quel che poi durò molt'anni.
Guarda, o sommo Fattor, quant'esche ed ami,
Quante reti e lacciuoi ne stan dintorno
Per questo tenebroso angusto calle.
Tu vedi pur come sovente avviene
Che più saggio di noi s'inveschi l'ali,
Tosto che sol dalla tua scorta resta;
Senza la qual, valor, senno e virtute,
Che non tengan da te le sue radici,
Han men forza che il Sol se piove o neva.
Qual maraviglia, in sul fiorir degli anni,
Se un generoso cor disdegno prese
Di sentirsi gravar dall'empia soma
D'ingiusta servitù che allor n'oppresse?
Qual maraviglia, se con gli altri insieme
S'accinse, ohimè! nell'onorata impresa,
E se gloria mortal lo punse in guisa,
Che gli fece obliar la bassa strada
Più sicura al cammin che a te conduce?
Non dirò già, Signor, che umana mente
Possa al mondo trovar degna cagione
Al fallir contr'a te, che tutto vedi.
Non gloria o libertà, terre e tesoro,
Quant'ebbe il mondo e quant'avrà giammai,
Ci dovrian traviar d'un passo solo
Dal verace sentier che n'hai dimostro.
Il nostro faticar, le ardenti cure,
I desir, le speranze, i van disegni,
Se bene al destinato fin s'arrive,
Ch'altro son poi da dir che fumo ed ombra,
Che di falso parer la vista adugge?
Tu sol sei sommo ben, tu vera pace;
Tu salute d'ogn'uom, tu vita eterna,
Tu riposo a ciascun, tu luce e speglio
Al cieco mondo, che non scorge il vado
Di questo alpestre e misero torrente,
Che chi va senza te conduce a morte.
Oh misero quell'uom che si confida
In aiuto mortal; beato quello
Che ogni cosa sprezzando a te ricorre!
Or se il troppo desio l'addusse in parte
In cui se stesso e 'l tuo gran nome offese;
E se non fu di sofferenza armato
E di quella umiltà che a noi domandi,
E con l'esempio tuo mostrasti in terra;
Non scuso il suo fallir col giusto amore
Ch'ebbe al patrio terren più che a se stesso,
Non col dritto bramar l'alta ruina
Di chi 'l bel nido suo sotterra mise:
Ch'io non vengo oggi al gran giudizio eterno
Teco, o Signor, con la giustizia ignuda;
Anzi sola per lui pietà richiamo.
Chiamo solo per lui quella pietade
Tanta in quel dì, che se medesma vinse,
Che pe' tuoi percussor pregasti il Cielo.
Questa chiamo io, Signor, che teco vegna
A riveder così le andate colpe
Del tuo servo fedel, che t'è davanti,
E del vïaggio suo racconta i passi.
Deh, Signor, la pieta, che per lui chiamo,
Adempia ove mancò l'umana vita,
Che troppo alto di sé gli accese amore.
Non guardar lui, Signor, guarda te stesso,
Non quel che dovea far, ma il pianto nostro,
Chi ti prega per lui, non chi il condanna.
Deh non sian chiuse le celesti strade
Al suo dubbio venir tra tema e spene;
Deh non resti oggi al gran giudicio vinta
Dal suo lungo fallir la tua clemenza.
Deh ricevi, Signor, nel sommo nido
Quest'anima gentil che a te ritorna.
Se mai pianto o dolor di noi mortali,
Se devoto pregar giammai percosse
Di pietoso clamor le sante orecchie,
Tutto oggi insieme il bel paese t¢sco,
Di lagrime e sospir bagnato e cinto,
Per la mia lingua umìl ti prega e chiama
Che 'l Bondelmonte suo con pace accolga.