Sequitur secunda pars
O fiamma luminosa, che in gentile
cor vertüoso a riposar non tardi,
da te è spregiato ogni intelletto vile.
Gli occhi miei drizza, sì che dritto guardi,
portando di virtù dritto lo stile,
e di Fortuna spungi i fieri dardi,
la qual con povertà sì mi percuote,
che di duol canto spesso amare note.
Apresso a te ricorro al santo monte,
dove l'essilïate ninfe stanno
cantando intorno all'Elicona fonte:
«Beati erunt illi, qui verranno
a incoronarsi di Pennea la fronte».
Quivi fa Clio corona a que' che sanno,
onde le invoco tutte e Caliopè,
che innanzi a Apollo in cielo ori per me.
Io veggio ben che io son via più che indegno
di tal grazia impetrar, quale adomando,
però la fronte bassa al chieder tegno,
miserere di me a voi chiamando.
«O Iove, o sante Muse, o alto ingegno,
pietà volvete a me, che a voi mi spando,
chiedendo più assai, sì ch'io ritorni
a mia novella, e priego Amor l'adorni».
Fetonte ogni caval nell'aere sferza,
acciò che 'l carro il mondo intorno giri;
l'erbetta fresca col bel sole scherza
e co i raggi, che spandon fuor dell'iri;
e, come io dissi, già la mezza terza
pel mondo penetrava i be' disiri,
quando le donne chiamâr le donzelle,
ché s'andassono a riposar con elle.
E Silvïana, la gentil reina,
le sue donzelle tutte a sé chiamava;
cossì sen va la greggia pelegrina,
onde alla fonte ognuna si scontrava.
Salutandosi, l'una all'altra inchina;
fra l'altre Orcade un po' si vergognava,
perché alcuna dicea chi zoppicòe,
o chi a giacer sul prato si posòe.
Su pel trüogo dintorno alla fontana,
facean de' lioncelli loro scanni;
Venere, motteggiando Silvïana,
dicea ridendo: «I' vo' che ti condanni
di far questa merenda alta e sovrana,
ma io ho pur paura non m'inganni,
se tu non sodi sì che ognuna goda».
Silvïana rispuose: «A me chi soda?
Fa' tu cotal ragion, dimmi se s'usa
nel regno tuo, quando altri a amare impetra.
Per una presa credi io sia confusa:
bene è fatta di ciò tua mente tetra;
pria in alto chiamerei tanto Medusa
che sasso mi farebbe, o marmo o petra,
che la metà del giuoco mi togliessi,
non che per una presa vinto il dessi.
Ancor ti vo' più dir, perché tu veggia
se certa se', che il tuo giuoco si perde;
ché per tututta quanta la tua greggia
io non ti cangerei qui alla dea 'Lerde,
che qui dallato el bel tempo vagheggia,
sempre ridendo in boschi e in selva verde;
ma caro arei ci fusse chi dicesse
il giuoco, e nulla parte in noi tenesse».
Più volte in su quel punto per mostrarmi
fui mosso, e poi diceva: «Con che ardire?
Se la cagion volesson dimandarmi
che io sia qui, i' non so che mi dire».
Poi dissi: «Egli è pur meglio apalesarmi:
morta sia qui viltà e viva ardire!»
Nel prato entrai, mirando i fiori spessi,
ché di lor non parea che i' m'accorgessi.
Or qua or là con lenti passi andando,
pur rimirando l'erbetta novella,
sotto voce di Troiolo cantando
e di Pan, d'Ero e di Criseida bella,
e così, quelle donne motteggiando,
di me tra lor s'accorse una donzella,
che all'altre disse: - I' non so da qual parte
colui è qui, se non entrò per arte -.
In ver me tutte aguzzaron le ciglia
e 'l motteggiar lasciaron da l'un lato.
Venere e Silvïana si consiglia,
dicendo: «Forse è qui d'altrui mandato.
Che egli ci sia non è gran meraviglia;
andando, il suo sentier può avere errato.
Mandiam per lui e faremogli onore:
esser non può se non di grati valore.
Chi possiam noi mandar, che in più bel modo
a parlare entri con gentil proposta?
Mandiam Minerva, che scioglie ogni nodo
ed in retorica sempre ha l'alma posta».
Ben ch'io sia un poco a lungi, pur quest'odo;
pensata aveva già ogni risposta,
quando ella giunse, e con parlare onesto
mi diè un saluto, ed io gliel rendei presto.
Più volte l'uno all'altro il bello inchino
noi ci rendemo con gentil saluto,
e poi parlò: «Qual ventura o distino
t'ha qui mandato? o come se' venuto?»
Ed io a lei: «L'aurora del mattino
era scoperta, quando ebbi perduto
i miei compagni, onde ho molti pensieri,
perché pur cerco e non truovo il sentieri».
Ed ella disse: «Omai vien francamente;
del tuo camin mai più non dubitare,
ché io tel mosterrò subitamente;
ma una donna pria ti vuol parlare».
Così si mise in via, e riverente
dietro la incominciai a seguitare;
quando alla fonte la donna arrivòe,
alla duchessa lor m'apresentòe.
Poi che presente fui nel concestoro
delle donne, e di Venere al cospetto,
la qual sedea su n'un lïoncel d'oro,
vidigli allato il viso benedetto
che rote gli fa i raggi nel bel coro,
onde convien che io tenda gli occhi al petto,
perch'io non posso alzar ver lei la vista,
tanto splendor dal sol suo viso acquista.
Ricorditi, lettor, se alcun presente
sta innanzi a donne che par ch'egli avampi,
smarrito sta, vergognoso e temente,
cotal ti giuro, se d'Amore io campi,
che io divenni innanzi al splendïente
aspetto di costei; ché gitta lampi
di fiamme la sua vista, sì che al core
saettando mi fa chiamare Amore.
Io non mori' né non rimasi vivo,
e gli occhi a terra bassi sempre tenni,
ed un gran pezzo stetti così privo;
poi, sospirando, alquanto in me rivenni
e ginocchion, lettor, come qui scrivo,
a salutarle in cotal modo io venni:
«Iove te essalti, o Venere beata,
e Silvïana, e poi l'altra brigata!»
Ed ella a me rispuose: «Il sommo duca,
prencipe e re, sopra ogn'altro signore,
in quel felice stato ti conduca
che più disira l'alma del tuo core.
Dimmi, se fama ancor di te riluca
o se Iove te essalti in degno onore,
la cagione e 'l perché se' qui arrivato,
qual ventura ti mena; o se' mandato?»
Ed io a lei: «In ciel già ritornava
la luce di Febea, ed ogni stella
nascosa da l'Aurora si celava,
mostrandosi pulita l'aere bella;
de l'orïente i raggi saettava
Titon per l'universo, ogni fiammella
onde io svegliato mirai la rivera,
dipinti i prati e in fronde primavera.
Ripiena aveva già ciascuna orecchia
di stormenti e di canti e festa tale,
qual nel tempo leggiadro s'aparecchia,
festa facendo ciascuno animale.
Ogni augelletto alle fonti si specchia,
onde io mi mossi ed al Poggio Imperiale
con più compagni andavam solazzando,
e cossì in una selva entrai pensando.
E tanto ero sufiso in un pensieri,
che un gran pezzo andai che io non mi accorsi
de' miei compagni, ma li sterpi fieri
mi furono a veder, ond'io non scorsi
quivi non strada, non via, non sentieri,
né canti udi', se non di lupi o d'orsi.
Lasci Lucano il dir di Libbe omai
e canti d'esto loco dov'io entrai!
Per un pensier che prima avea, ben cento
in su quel punto in me si fùro accolti;
nella mente mi venne il grande Abrento,
dove fé il Minutauro tristi molti;
cotal mi pare il bosco onde pavento
ebbi, e gli occhi tenea a man destra volti,
ché più v'entrava, quando uscir volea,
onde di Creti il carcer mi parea.
Cupido, che non falla a niun suo servo,
piacquegli, in forma d'augelletto, aprirmi
il loco buio, selvaggio ed acervo,
dove in prima cominciai a smarrirmi,
e mostromel da lungi, onde il riservo
nella mente, il bel prato; ivi a scoprirmi
mi piacque, e in su' fioretti entrai cantando,
sopra la prima fizïon tornando.
E cossì ritornai ne' pensier primi;
pur da Criseida e Troiolo fui mosso,
che io sia d'altrui mandato nulla stimi,
ché, per la fé che io porto a Iove, posso
giurar, se morte mia vita non limi,
che il venir qui mi fé, dove percosso
fui dal pensare ove il mio cor più siede.
Mandasti allor per me la tua merzede.
Ora son qui presente al gran valore
di te, superna e glorïosa donna,
e son per ubidir l'alto splendore
di coste' che hai dallato, che è colonna
di me, ché sempre porto dentro al core
per nome scritta gentil Melchïonna».
La qual ridendo disse «Fa' memoria
di me, ché ancor ti serba Amor sua gloria».
E così s'accordaron le duchesse
che io dovessi il giuoco diffinire,
e per ciascuna parte il ver dicesse.
Venere allora cominciò a dire
che una presa segnare io dovesse
a Silvïana, ed io presi a servire
quel gran colegio del regno sincero:
in sul pin salsi, per me' dire il vero.
Mentre che tutti i sensi allor revòco,
vidile che a' lor lati già tornavano,
ciascuna parte nel suo proprio loco,
onde per correr già s'aparecchiavano.
Or rincomincia il dilettoso gioco,
e le duchesse l'altre amaestravano;
Silvïana alle sue il corso squadra,
quando pome chiedea Pallas leggiadra.
Allor quella maestra Silvïana
all'altre disse: «Vedete voi: quella
che chiede pome è di lor più sovrana;
però si mova una buona come ella,
che sia corrente e presta, onde Dïana
priego che vadi, la franca donzella,
ché io v'imprometto che noi vinceremo
il giuoco, se con ordine usciremo».
Corda non pinse mai da sé saetta
che tanto presta al berzaglio giugnesse,
come Dïana corse con gran fretta.
Ben credetti che Pallas rimanesse,
tanto la mise in furïosa stretta;
Pallas grida a Iunun che soccorresse.
Iuno, correndo, allor Dïana prese,
ma ella diè una volta e sé difese.
Soccorse allor Dïana la reale
Illerde franca, sua cara compagna,
ed uscì presta più che d'arco strale;
onde fugian per la verde campagna
le donne, che parea che avessono ale,
fin che soccorse allor Minerva magna
e con gran fretta del suo pome usciva;
Nereide accorta dietro la seguiva.
«Va'qua, va' là, dove vai? deh, sta' ferma!
—l'una all'altra gridava— Or corri al pome!
Tien, tien colei che sé colà raferma!
Ove se'? ove se'? vie' qua!» Deh, come
era bella a veder quella gran scherma!
Volan per l'aere le odorate chiome.
«Va' là, va' là, deh, tosto al pome corri!»
E qual gridava: «Soccorri! soccorri!».
Orcade, che ha disio di vendicarsi,
rimira il prato avillupato e pieno,
ché chi fuggia non facea passi scarsi;
ciascuna corre in sul verde terreno.
Minerva si fermò per riposarsi,
volgendo il viso in ver l'aere sereno;
allor si mosse furiosa ad acerva
Orcade, e pel gheron pigliò Minerva.
Assai si scosse, ma come colonna
Orcade sempre ferma la tenea,
le mani avolte al lembo della gonna,
onde a quel tratto scampar non potea.
Lettor, se mai arrivi ove mia donna
nella Valdelsa porta più nomea,
troverai ch'egli è ver ciò che qui pongo.
Torno alla storia per non dir più longo.
Ricorditi, lettor, se due che a scacchi
giucano insieme e l'uno arà vantaggio,
che par che all'altro cotal motti atacchi,
e tace poi, se quel gli fa dannaggio,
priego che qui lo immaginar non fiacchi,
ché così feron col basso visaggio
le donne, ritornando innanzi a quella
Venere, e ognuna tace e non favella.
A mezzo il pin su n'una forca stava,
e sedea al rezzo delle verdi fronde;
e già su per l'erbetta rasciugava
la tenera brinata le gioconde
forze di Febo, onde terza sonava.
Del prato i' rimirava tutte sponde;
vidi da capo rifacean la impresa,
onde segnai a Venere una presa.
Eran tornate già le pulzellette
innanzi a Silvïana lor maestra,
e già una di lor pome chiedette,
ciò fu Illerde, quella dea silvestra.
Ma delle donne a badar non istette
Pallas corrente, valerosa e destra,
la qual fu prima a lei che fusse mossa
onde ella rimanea, ma fu riscossa.
Nereide, che Illerde soccorria,
inverso Pallas furïosa corse,
ma del gran pome di Venere uscia
Iuno, che in ver di lei tosto si porse.
Dïana accorta Iuno allor seguia,
poi fuori uscì Minerva, che ciò scorse;
del pome Orcade intanto si movea,
onde uscì fuor la valente Cimea.
Scriver non so, lettor, come le vidi
insieme mescolate tutte quante;
così alla fine in ciel Iove mi guidi,
come ver dico d'este donne sante.
Meravigliar mi fai, se tu non ridi
pensando il giuoco, ché l'una davante
fuggiva all'altra e, se pigliar volea
quell'altra, sopra la prima cadea.
Non era ancora uscita Amadriàde
del pome suo, la damigella franca,
la qual riveste di novella etade
di fronde gli arbuscelli, e mai non manca,
se non quando l'autunno è per le strade;
questa correndo, e come gente stanca
ciascuna donna indietro s'è racolta,
costei le segue con prestezza molta.
Spesso si soccorria ciascuna parte
e l'una l'altra pigliar non potea,
ché davan volte con ingegno ed arte,
onde coperto il prato allor vedea
di donne e di donzelle, ch'eran sparte;
qual di lor zoppicava e qual cadea,
così correndo alla dorata stampa,
l'una all'altra gridando: «Campa, campa!»
Ma questa, che or venne gaia e fresca,
tutte l'altre del correre avanzava;
così si mise in quella nuova tresca
e Cimea più che l'altre seguitava;
nïente pare che 'l correr gl'incresca,
seguilla tanto ch'ella la pigliava,
sì ch'ella diè una volta, onde gli uscia
di man, ma già da lei non si partia;
sì che poco gli valse la difesa,
ché ferma stare alla fin gli convenne,
e quivi stette al suo dispetto presa,
onde grand'ira al cor quasi gli venne,
parendogli ben esser troppo offesa.
Or le donzelle, come uccel con penne,
tornano al pome lor, tutte cantando,
con motti quelle donne beffeggiando.
Non altramenti fan due che alla palla
fanno con altri due, che, se 'l compagno,
quando ella gli vien ben, punto la falla,
sempre grida con lui menando lagno,
così fan queste, ove Venus fa stalla,
dicendo alle sue donne: «Ecco guadagno,
che con queste pulzelle noi facciamo,
poi che per una presa due n'abbiamo!
Che novelle di noi portar potràe
costui, che in sul bel pino il giuoco dice,
quando tra gli altri amanti torneràe?
lsquo;Dira vidi la nostra imperadrice
Venere, idea d'amor’ so che diràe.
lsquo;Vinsele Silvïana, dea felice,
con parecchie donzelle il suo valorersquo;.
deh, fate sì che noi abbiamo onore!»
Ciascuna donna al pome era tornata,
l'una all'altra dicendo: «Deh, facciamo
che per lo innanzi ne sia ristorata
ciascuna presa, sì che onore abbiamo!»
Io avea già la seconda segnata
a Venere, la qual che perda bramo.
Pome chiedeva già una donzella,
onde uscì fuor Cimea corrente e snella.
Così fuor d'ogni parte assai ne corre,
ricominciando la baruffa grande;
qual torna al pome e poi l'altre soccorre.
Lettor, veduto aresti le ghirlande
per terra andar, l'una l'altra riccorre;
pieno era già del prato tutte bande.
Chi grida: «O tu del pome vien qua giù!»
Qual dice: «Corri, corri! ove se' tu?».
Quanto da tutte parti più corrieno
queste brigate in su quel smalto verde
la sezza volta più fresche pareano,
ma l'una parte più che l'altra perde;
dico le donne durar non potieno,
onde due, che pigliar vogliono Illerde,
insieme s'accordaro al volere uno:
l'una fu Pallas, l'altra la dea Iuno.
Pallas a Iuno in tal modo parlòe:
«Sì tosto come uscita tu mi vedi,
sta' ferma qui, perch'io la serreròe».
I' vo, lettor, che questo certo credi,
che tra lei e l'altre che corrono entròe;
pareami che al movesse e non pïedi,
onde Illerde al pome vuol tornare;
Pallas accorta non la lascia andare.
Illerde allor s'accorse dello inganno,
quando si vide da Pallas rinchiusa,
la qual con altre dee pressa le fanno;
onde ella disse: «Omè, qui non val scusa».
Ma da questa, or da quella con affanno
scotendosi, della pressa s'è schiusa;
intanto Iuno furïosa venne.
Quivi star presa da lei gli convenne.
Veggendo le donzelle il nuovo ingegno
che le donne avean fatto per pigliare
di loro, e' disson tutte: «E' non è degno
che noi deggiamo il pome più passare».
A Silvïana feci l'altro segno.
Ognuna parte vidi già tornare
al canto suo del prato al proprio loco,
perché han disio di compier tosto il giuoco.
Nullo vantaggio avea tra loro omai,
perché due prese ciascuna n'avea;
per Silvïana a me ne increbbe assai:
ch'ella vincesse lo mio cor volea.
Ricominciâro il giuoco, onde giammai
non corsor ben come allor mi parea:
non sì forte escon de' guinzagli a caccia
i veltri come ognuna il corso avaccia.
Da ogni parte escon molto furïose,
onde era il prato già di lor coperto;
nïente a' pomi lor stavan nascose:
ognuna al correr tiene il viso sperto.
Le meraviglie e le incredibil cose
di lor non so, lettor, ritrarre aperto.
Quale ebbe mai di me maggior letizia,
quand'io vedea d'Amor la gran milizia?
Nereide e Orcade e ogni dea serena
forte corrieno in su quel prato santo,
Illerde ed Amadriade senza lena,
Dïana con Napea dal destro canto.
Delle donne uscì fuor la dea Tirena,
qual fu d'Apollo fatta idea di canto,
che ancor non era uscita, e però acerva
corse Pallas, Iunun, Cimea e Minerva.
Questa Tirena seguia pur Dïana,
ma Nereide si volse e vide questo;
tornando al pome, disse a Silvïana:
«Che guardi bene io ti fo manifesto».
Poi uscì fuor la donzella sovrana;
mai non si vide balenar sì presto
come Nereide al correr s'abandona,
dietro prese Tirena per la zona.
Così si volse allor subitamente,
come ella dietro pigliar si sentì,
e diè una volta tanto prestamente;
nulla s'accorse che di man gli uscì.
Ma tutto ciò non gli valse nïente.
Nereide grida: «E' ti convien star qui!»
Il braccio prese e tenerla non può,
onde alla fin Nereide l'abracciò.
Tirena, che si vede allor pigliare,
ella Nereide in simil modo afferra,
e, per le volte che hanno insieme a dare,
convenne che ciascuna andasse in terra;
quando Tirena non poter campare
videsi e di Nereide in cotal serra,
la qual cossì caduta la tenea,
in modo che crollar non si potea,
«Lasciami andar omai — Tirrena disse —
poi che mi tengo presa al pome mio!»
Nereide si levò e in piè la misse
e poi la lasciò andare al suo disio;
passo passo tra l'altre a andar si misse,
e, quando ognuna allor questo sentìo,
col viso basso le donne tornando,
e le donzelle al pome lor cantando.
Io stava pure e 'l prato rimirava;
vidi come ciascuna al pome torna.
Cossì la terza presa a lor segnava,
a quella dea d'amor, Venere adorna.
Ognuna il giuoco già rincominciava,
al prato vago ogni parte ritorna,
e con gran furia le donne corrieno,
perché molt'ira dentro al core avieno.
Ordinata esce fuori ogni donzella,
sì come lor comanda la maestra.
«Ove se'? torna tosto, e tu va' a quella!»
Così provede Silvïana destra,
mandando fuor ciascuna damigella.
Sì forte Febo i suoi raggi balestra
che per lo caldo grande già sudavano
ambo le parti, sì che s'alassavano.
Illerde mira pur se Pallas esce
in alcun modo, o ella, o dea Iunone;
perché della sua presa ognor gli cresce,
di vendicarsi fermò oppinïone;
e vide come a Iuno quasi incresce,
sì che per riposarsi si fermòne,
e della calca si ritrasse alquanto.
Cheta cheta uscì Illerde del suo canto.
Era già presso forse a diece braccia
Illerde a Iuno, quando si scoperse,
ma Iuno, accorta, il corso tosto avaccia,
ché d'aspettarla già non gli sofferse
l'animo; e Illerde dietro le si caccia.
Le franche donne non parean sommerse,
anzi di forza incominciano a correre
dietro a Illerde, per Iuno soccorrere.
Illerde franca non la lascia mai
dilungarla da sé, ben che si senta
dietro venir correndo donne assai;
ma da questa e or da quella s'argomenta.
Leggi, lettore, e agli altri ridirai
se l'alma mia dovea esser contenta,
quando io vedea colei tra più di venti
di quelle donne uscir per argomenti.
Non altramenti fanno i can feroci
dietro alla selvaggina, se sgridare
si senton dalli cacciator veloci.
«Ve' là, qua ve', là, là ve', là passare!»
Così senti' ben più di mille voci
dietro a Illerde in un punto levare;
chi grida: «Là!», chi: «Qua!» e chi: «Sta' ferma!»
Con questa ed or con quella Illerde scherma.
E tanto fé che a dietro tutte quante
se le lasciò un gran pezzo di via,
e forte segue di Iuno le piante;
seguilla tanto, ch' ella la giugnia,
onde non si potea muover davante
da Illerde, perché stracca si sentia,
sì che non sa che partito pigliare;
ma per ingegno si crede campare.
Così pensò tornar con volte a dietro
in verso il pome suo, ma non gli valse,
perché il franco pensier diventò tetro.
Pigliòla Illerde, onde correr non calse;
sopra il smalto de' fior rimase in retro.
Illerde grida: «Or non foste voi false
di me pigliar col tutto vostro ingegno?»
A Venere allor feci il quarto segno.