Sequitur tertia pars

By Domenico da Prato

Alla più alta gloria, ove risplende

la luce che Amor manda dal bel cielo

ricorro con pietà, perché mi offende;

onde mai non scopro dal suo velo,

tal fiamma al cor quella favilla accende,

che, dalla morte in fuor, chiamo ogni gelo.

Morte non chiamo, perché possa il core

ragionar di mia donna con Amore.

E perché il dir di lei m'accheta il pianto

che mi fa far Fortuna, cheggio vita,

però che so, Amor, che 'l tuo valore è tanto

che puoi soccorrer l'alma sbigotita;

e quando, Amor, con teco di lei canto

la mente vile torna franca e ardita,

e più ringrazio il tuo superno regno,

perché del dir di lei m'hai fatto degno.

Di te mi meraviglio, Amore, in parte,

quando del cielo uno Anselon mi mandi,

dove le tue fazion non sarien sparte,

ché pure in questa sola in man le spandi;

ancor mi meraviglio come Marte

del ciel non scende a far l'opere grandi,

più per coste' che Ercol per Deïmira,

che par lo Impireo mova quando mira.

E se vuoi dire, Amor, con quale ardire,

o con qual forza, o qual grazia il concede

che questi deggia di tal donna dire,

perché ricchezza né virtù possiede,

dico che è vero, ma solo il te ubidire

e riputar ne puoi la tua merzede,

perché se' posto in donna non piatosa,

ma gentil, vaga, adorna e grazïosa.

Ma sopra tutto a l'alta Trinitade

ricorro, con vergogna alzando gli occhi,

a Iove in verso il ciel, la cui pietade

parmi nel mondo tardi mai non scocchi,

ché caminar dovrei per le sue strade

e le calle lasciar, ma i fieri stocchi

d'Amore e di Fortuna dir mi fanno

e con questo parlar levo l'afanno.

Onde la terza parte seguir voglio

d'esta materia picciolletta e vaga,

pregando Iove più che al duro scoglio

non fa il nocchier, quando il suo legno allaga,

che dice: «D'ogni pecca qui mi spoglio»,

tanto che la bonaccia e 'l mar l'apaga;

così ne priego lui che mi dia tanto

ingegno, che io segua il terzo canto.

Tra noi e 'l cielo avea volto l'un corno

quel franco carratier che 'l mondo scalda,

sì che 'l carro passava il mezzo giorno,

nel tempo che non tenne la man salda

ai fren, quand' ebbe dal granchio lo scorno,

onde fé l'aere sopra noi più calda;

i corsier già miravan l'altro polo,

squadrando in occidente il basso volo.

Celar non si può più da Febo il prato,

perché ha spante le rote in ogni sponda,

e quelle donne col viso rosato,

qual vince ognuna il sol, tal luce abonda,

vennero nel giardino a un fresco lato,

dove rezzo facea la verde fronda,

ed alla fonte tutte si assettarono;

allor, ché io scendessi, mi chiamarono.

Così discesi in terra del bel pino,

quando ognuna di lor già si rinfresca

a que' corni d'argento, il pelegrino

viso lavando, acciò che non rincresca

loro il gran caldo, e poi nel bel giardino

vidi la non mutata erbetta fresca,

qual sempre ride, e 'l viso avea lavato,

ed ero già a seder con lor posato,

e rimirando noi con gran diletti,

quando degli arbuse' le verdi fronde,

quando del prato i color de' fioretti,

quando ci specchiavàn nelle chiar' onde

della fontana, udendo gli augelletti,

qual spandon in aere lor canzon gioconde;

ma io, più ch'altro, mia donna mirava,

la quale ognor più bella si mostrava.

Questa a parlar con motti incominciòe,

a Venere dicendo: «I' vo' pagare

questa merenda, poi che perduto hoe».

Venere allor s'incomincia ad irare,

e disse: «S'i' ho perduto, io pagheròe.

Priegoti i motti lasci un poco stare

e di cose parliam di maggior pregio,

poi che costui è qui, in nostro collegio».

Poi si volse ver me con lieta fronte

e sorridendo incomincia a parlare:

«Sempre star ti conviene a questa fonte,

perché disposta son farla guardare;

però ti fian le cose tutte conte,

sappiendo che di là non dei tornare,

perché persona giammai non ci arriva,

che di qui mai si parta, o morta o viva».

Onde alquanto sospetto al cor guidonne,

quando parlò quella donna sovrana

e disse: «Ecco la fonte ove Ateonne

venne a seguir la vergine Dïana,

perché ella d'uomo in cerbia il trasmutonne;

e vo' che sappi che questa fontana

è quella dove fior ventò Narcisse

e 'l loco dove sentenziò Parisse.

E se vuoi udir perché senza altra noia

Paris tornò, di festa l'alma piena,

alla vaga e gentil città di Troia,

ove poi stette in la vita serena,

io tel dirò: perch' ebbe tanta gioia

che impromesso gli avea la bella Elèna,

quando il dono mi fé sì alto e degno

di quella palla, ond'io le die' il mio regno.

Io dubitava, ma così parlai,

non mostrando pensier d'alcun suo detto:

«Se star mi converrà qui sempre mai

mi fia gran grazia, essendo tuo subietto,

perché io l'ho disïato; sì che omai

serò nel regno tuo tra gli altri eletto.

Qual poss'io al mondo aver maggiore onore

che aver sempre ubidito al franco Amore?

Lasciamo esto parlare omai dallato,

e fammi un poco del domandar certo

l'usanza e 'l modo d'esto vago prato.

Deh, fa' che nulla mi tenga coperto,

e come è qui da voi in ciel chiamato,

perché voglia ho di saper tutto aperto».

Ed ella a me rispuose: «Questo è elletto

in cielo innanzi a Iove, il Bel fioretto.

E qui veniam, come vedi, ogni giorno,

faccendo giuochi con solazzi tanti,

quanti nel mondo più ne fan soggiorno;

quici con balli, con stormenti e canti

così facciamo il Bel fioretto adorno,

e poi in ciel torniàn tutte davanti

a un palazzo molto storïato,

il qual nel regno mio è edificato.

Quivi si vede la gentil memoria

di tutti que' che per Amor son morti:

d'Ercole e Deïmira l'alta storia,

d'Albiera e di Febùs gli afanni forti,

d'Isotta e di Tristan la gran vettoria;

sonvi Elena e Parìs, con gli occhi torti

Acchille v'è, che mira Pulisena,

che di piangere Ettòr mai non raffrena.

Ancor si vede alla mutata gelsa

Piramo e Tisbe, al lato al cavalieri

messer Guiglielmo, la cui fama è eccelsa,

insieme colla Dama del verzieri,

e Pagolo e Francesca, e di Valdelsa

v'è questa luce nel cerchio primieri:

in sedia è Silvïana, cui persona

in ciel sopra ogni dea porta corona.

E perché gli occhi suoi nel vivo lume

del chiaro mondo, cui biltà risplende,

possiede vita ancor, suo bel costume,

perch'io parli così, già non s'intende

che passato abbia ancor di Lete il fiume,

ma più qua che di là sua gloria accende,

perché è fatta da me, che sono Amore:

però fo alla sua immagin tale onore».

Il sol co' suoi corsier forte cavalca,

mentre che abbiam d'uno e d'altro parlato,

sì che il meridian punto il cerchio valca;

orizzonte facean gli alberi al prato,

onde parlò quella gran maliscalca

all'altre donne: «Il tempo è apressimato

che riposiate siam, però al suo loco

torni ciascuna e compiam nostro giuoco».

In sul pin ritorna' dove era prima,

rimirando dintorno il gran tesoro;

li fioretti, l'erbetta e poi la cima

d'ogni arbuscel mirava, ove dimoro

fan gli augelletti con lor dolce rima;

la mente fitta avea ne' versi loro,

ché più di mille intorno ne vedea

in sul pino, e suo verso ognun spandea.

Così l'alma gioconda dimorava

nella novella età di primavera,

Iove laudando sempre, il qual mostrava

l'alta sua possa per ogni riviera;

e nona già del mondo penetrava,

quando ogni parte acconcia al suo loco era,

spargendo al vento le dorate chiome.

Dïana in su quel punto chiesse pome.

Ma Pallas, franca e venerabil dama,

tosto alla fonte ver lei s'apresenta;

Illerde, fresca più che verde rama,

fuori esce, perché Iuno s'argomenta.

Esce Minerva, che di correr brama;

in un punto ne vidi più di trenta

l'una l'altra pigliare, e ognuna smuccia

in quella bella e vaga scaramuccia.

Sopra l'erbetta con veloci passi

Nereide si movea, mirando dove

più belli accorgimenti al correr fassi.

Con quanta leggiadria, o sommo Iove!

E come il ridirei, se non mi atassi?

La indovina Cimea allor si move

in modo che ogni correr serìa lento,

perché matto da lei sarebbe il vento.

Quando Nereide la sentì, si torse

indietro per più suo sicuro scampo;

Orcade fuori uscì, quando ciò scorse,

forte correndo sul fiorito campo;

Tirena tosto in ver di lei si porse,

Amadriade uscì menando un lampo

di raggi intorno al rilucente viso,

che arebbe ogni splendore al cor conquiso.

Sopragiunse costei Tirena bella

e in sulle spalle le man gli posòe,

Tirena accorta allor si volse in quella

e diè una volta, sì che si scostòe;

correndo sopra l'erbetta novella,

in men che non balena ritornòe

al pome suo, e furiosa usciva,

Amadriade più che altro seguiva.

Aveva, in su quel punto, Illerde presa

Pallas pel capezzal, gridando: «Io t'ho!»;

ma Cimea prestamente l'ha diffesa,

sì che per forza allor Pallas scampò;

Cimea ha Illerde per terra distesa.

Orcade giugne, e intanto la lasciò,

perché di rietro Orcade l'abracciava,

e Iuno allor dal pome ritornava.

E per le bionde trezze Orcade piglia,

dicendo: «Io credo che ferma starai».

Silvïana in quel punto alzò le ciglia,

uccel sì presto non si vide mai;

ancor la mente mia sen meraviglia.

Questa giunse, gridando: «Che farai?»

Giuno, sentendo lei, allor si volse;

intanto Orcade scotendo si sciolse.

Ma de' biondi cape' più d'una ciocca

ne rimasono in mano a Iuno. Allora

Venere al correr già non parve sciocca,

anzi con fretta, senza far dimora,

in men che fuor non manda corda cocca,

sopragiunse colei, che l'alma accora

sì degli atti moderni, accorti e presti

e del sguardo gentil degli occhi onesti.

A Illerde parlò allora Silvïana:

«Deh, qualcuna di voi al pome torni!»

Mossesi Orcade, Nereide e Dïana,

Napea ed Amadriade, i visi adorni,

tornando al pome ciascuna sovrana,

dicendo: «Ognuna al soccorso ritorni!»

Gridava Venus alle donne sue:

«Correte al pome!» E Pallas mossa fue.

Cimea e Iuno, Minerva e Tirena

con altre donne al pome furon mosse

pel soccorso di Venere serena,

di prestezza mostrando lor gran posse.

Silvïana gentil, di raggi piena,

aspettò Venus, sì che la percosse

in terra, e poi dell'altre intorno guarda,

presta più che leonza o leoparda.

Presela Pallas dietro per la cioppa;

in quel punto Iunun, forte correndo,

e Cimea con fretta in lei s'intoppa;

qual di qua, qual di là, la vien prendendo.

Quivi non si può aver prestezza troppa,

ma ella, il me' che può, si vien scotendo.

L'animo mio più volte mosse a correre,

per la gran voluntà di lei soccorrere.

Illerde allor, del pome furïosa,

si mosse in modo che serìa incredibile,

sì che mia penna di ridir non l'osa,

che io men meraviglio, e ero visibile.

E similmente Dïana non posa,

tanto che giunse alla pressa terribile,

ché questa, or quella, Silvïana atterra,

tanto che uscì di quella grieve serra.

Dal pome ritornava Venus franca;

sì che Dïana prese per lo braccio,

la qual per forza del correre è stanca,

e però giunse lei senza altro impaccio,

dicendo: «Io credo certo che ti manca

lo soccorso, ed aver nol puoi avaccio».

E presa la tenea Venere adorna,

quando ogni parte al suo pome ritorna.

Tornavano le donne con letizia

con lor maestra al bel pome magnifico,

là dove è sempre di festa dovizia.

Io stava attento in sul pino odorifico,

mirando Silvïana e sua milizia,

qual passo andava per quel prato artifico.

Ed era già al suo pome ritornata;

la terza presa a lei ebbi segnata.

Poi che al pome tornate fùr le donne,

quali ordinaron, per esser più preste,

di cavarsi le belle e ricche gonne,

e per non esser dal sol sì moleste,

Amore e Iove, qual più lauderonne

di voi, per le bellezze manifeste

a gli occhi miei e 'l ricco adornamento

delle giubbe reali e 'l valimento?

Venere prima in una giubba d'oro

si fu spogliata, di fiammette piena;

questa mostrava sì ricco lavoro.

Apresso si spogliò Pallas serena

in una vesta con un tal tesoro

lavorata a man giunte, e poi Tirena

una giubba stanta a lïoncelli

d'oro, e d'argento alquanti dragoncelli.

A nuvolette Iuno avea la vesta,

e d'un sciamito rosso poi Minerva

aveva disegnate d'oro in questa

lettere parigine

Di navicelle d'argento Cimea

la ricca vesta d'or coperta avea.

E tutte l'altre donne fùr spogliate,

strette in la cintura ognuna adorna,

con tal tesor lor veste lavorate;

in quel che Silvïana al pome torna,

disse: «Le veste v'abbiate levate»;

sì che nïuna più di lor soggiorna.

Imprima quella che l'alma mi rubba

si fu spogliata in una ricca giubba,

la qual sotto l'adorna gonna porta,

d'azzurro tutta e di color cangiante;

d'oro gigli, e d'argento vi fan scorta

saette, e 'l ferro han rosso tutte quante.

Di perle ha rose quella dea accorta

intorno all'alto colaretto, stante

stretta ne' fianchi adorna in la cintura

quella gentile e vaga creatura.

Spogliata Silvïana, poi si spoglia

Dïana in una vesta d'or reale;

dentro lun' è d'argento, onde, a mia voglia,

un gran tesor valea la vesta tale.

Appresso, Illerde d'oro una trafoglia

avea intorno al ricco capezzale,

e poi l'avanzo di selve e arbuscelli,

di boschi storïata con più augelli.

Orcade fuor si trasse la gentile

e ricca vesta, e rimase in giubbetta,

di seta ricamata signorile

a verdi colli coperti d'erbetta,

poi dentro selvaggine e bel covile

disegnati vi sono; appresso è stretta

ne' fianchi, ed una cintola formata

di smalti è nella giubba lavorata;

questa par che la stringa propriamente.

E poi Napea si spogliò la gonna;

in una vesta a seta riccamente

rimase a pratice', la vaga donna,

dipinti di fioretti, e primamente

in mezzo è una fonte e una colonna

d'ogni pratello, e quivi fan lor corsi

cerbi, conigli, lïoncelli ed orsi.

Amadriade poi a verdi fronde

avea coperta tutta la sua vesta,

sì che per forza sue luci gioconde

fanno dinanzi a Iove maggior festa.

Nereide poi a fiumicelli e a onde

avea la giubba d'oro manifesta,

con ruscelletti a piè di certi monti,

circundate di pin le chiare fonti.

Cossì rimase ancora altre donzelle

in giubbette di seta per prestezza;

quali avean giubbe azzurre e dentro stelle

e qual raggi di sol con tal chiarezza.

Lettor, se avessi allor vedute quelle,

accesa t'arìa l'alma lor bellezza,

perché il sol rimanea co' raggi vinto,

tanto avea lor splendore il ciel precinto.

Erano ambo le parti in punto messe

e per correre ognuna attenta stava;

e l'una allor delle due prencipesse,

Venere dico, a sé Pallas chiamava,

e comandolle che pome chiedesse.

Subito Silvïana fuor mandava

Illerde, vaga e gentil damigella,

la qual del pome uscì corrente e snella.

Pallas andava intorno a quella fonte,

Illerde forte dietro le si mette;

Cimea, alzando in quel punto la fronte,

al pome suo a badar non istette.

Nereide franca quelle donne pronte,

forte correndo, al pome le rimette.

Iuno giugne Nereide e vuol pigliarla,

Napea si move presta per atarla.

Tornava al pome Pallas prestamente,

dicendo all'altre: «Uscirete al bisogno».

Poi uscì fuor più che prima corrente.

Lettore, questo è ver come qui pogno:

una baruffa sì subitamente

s'incominciò tra lor, che quasi un sogno

serìa tenuto, s'i' 'l volessi dire;

e certo il terzo non potrei ridire.

Dïana bella fuor subito corre,

il perché Venus le si fece incontra,

sì che per la gran furia oltre trascorse,

e Silvïana intanto in lei si scontra;

onde tra lor non si potea interporre,

ma ognuna squillava come lontra.

Silvïana pigliarla per le braccia

la volse, e indietro Venus la si caccia;

e tanto forte Venere la volta

a dietro, che per forza allor campòe.

Intorno a Silvïana fêr racolta

di quelle donne, perché l'ordinòe

Venus, la quale al pome si fuo accolta,

poi uscì fuori e nella pressa entròe;

nulla la può tener, che non ha presa,

sì che di quella calca fé difesa.

Silvïana per terra assai ne manda,

tanto che luogo intorno si fé fare.

Una donzella, che avea una banda

nella vesta d'argento e d'alto affare

sopra i dorati crini una ghirlanda,

costei Minerva volea pur pigliare.

Pallas quella donzella allor seguia;

tornata al pome Silvïana uscia.

Lettor, mai non vedesti quando fende

il sol le nube di luglio o d'ogosto,

o quando un lampeggiar dal ciel discende,

che costei non uscisse via più tosto,

ed in sì poco tempo il corso prende

che giunse Pallas, quale avea disposto

di seguir tanto ch'ella la pigliasse,

quella donzella che pria lei sotrasse.

E giunta l'avea già, sì che scampare

non li potea dinanzi, e quella idea,

Silvïana gentil, la fé lasciare,

perché ella Pallas già sopragiugnea.

E Venere, maestra d'alto affare,

con Iuno intanto Nereide giugnea.

Silvïana avea presa Pallas, quando

Venere giunse Nereide, gridando.

E così incominciâro a quistionare,

perché Venere disse che avea prima

presa Nereide; allor s'ebbe a fermare

Silvïana, dicendo: «Il ver non stima

l'animo tuo». Ed io stava ' ascoltare.

Nota, lettor, nella futura rima

che, come fu, io scrivo propriamente.

Costoro vennoro a me subitamente.

Come io vidi per me venir costoro,

subito in terra del bel pin discesi

e riverente andai in ver di loro.

Venere incominciò a dire: «Io presi

prima Nereide senza far dimoro».

Poi che la lor quistion subito intesi,

le qual volean che quella presa io desse

a qual di lor maggior ragione avesse,

in prima al sentenziar ragion mi strinse,

poi contro amor non volea giudicare;

pur di mia donna poi il pensier vinse.

Così rispuosi, dopo il mio pensare:

«Siete contente al ver?» mio parlar pinse.

«Contente siam!» cominciâro a gridare.

Quando la lor risposta udi' distinta,

a Venere segnai la presa quinta.

Poi che contente fùro a mia sentenzia,

ciascuna parte al suo loco tornava,

con lor maestre di gran providenzia,

quali a' lor lati ognuna si ordinava.

Nota, lettor, se Amor ti dia scïenzia,

come in sul pino per veder montava,

quando pome chiedeva già Napea,

il perché incontro lei uscì Cimea.

Dïana corse per Napea difendere,

Tirena fuori uscì, la donna accorta;

mossesi Illerde per Tirena offendere;

in verso Illerde Iuno si fu porta.

Chi potria lor prestezza mai comprendere?

Silvïana gentil l'altre conforta,

mandando fuori Orcade la dea presta;

Pallas subito corse incontro a questa.

Venere le sue donne ognor rasetta

e similmente facea Silvïana.

«Che fai? Soccorri quella! Omè ch'i' ho fretta.

Tien, tien colei! Non fare! Ov'è Diana?»

Spesso cadeano in quella pressa stretta.

Del pome allora uscì Venus sovrana

sopra i fioretti a smisurati passi:

subito Silvïana incontro fassi.

E così fuori uscì ogni dea franca,

come le lor maestre vider fuore;

già non parea nïuna di lor stanca,

ma rinforzava sempre il lor vigore;

né di ben correr mai nïuna manca,

né si vedea piegare erbetta o fiore,

tanto era lieve lor somma prestezza,

che 'l smalto non mutava sua bellezza.

Spesso vedea loro atti belli e accorti,

e quando udia gridar: «Tien! Tien colei!

Ove se'? ove se'? ove ti porti?

Presa rimango. Corri qua! Omei!

O tu, deh, fa' che quell'altra conforti!

Deh, corri! senza te nulla farei.

Tosto ritorna al pome! Ve', che fai?»

Per terra sempre ne cadeva assai.

Mentre che sì correan, Pallas intanto

prese di rietro, ch'era sproveduta,

Silvïana, la qual si volse. Ahi, quanto

presta gli uscì di mano, e proveduta

si volgea nella calca da ogni canto!

Quante ve n'eran non l'arian tenuta;

ritornavano al pome spesse volte

pel soccorso dell'altre donne molte.

Più e più volte al pome e poi tornate

furono quelle donne e le donzelle,

sì ch'elle per l'afanno riscaldate

erano. E già di Febo le fiammelle

faceano l'ombra lunga, e le affannate

iddee; nel prato le lucide stelle

si rinforzavan più nel correr dotte,

però che s'avicina già la notte.

Durata era de' punti già novanta

quella corsa dopo la quinta presa;

delle donne la greggia tutta quanta

da Silvïana si teneva offesa,

e di rinchiuderla ognuna si vanta;

onde al pome tornò ciascuna accesa,

e con ingegno uscivan del bel pome

per mia donna pigliare, e 'l modo e 'l come.

Seguiva Pallas Silvïana allora,

quando ella fu dall'altre messa in mezzo.

Ogni donzella era rinchiusa ancora,

perché elle preso non avean buon vezzo

ma per destrezza alcuna uscia pur fora.

Lettor, quanto e' son degne io non le aprezzo,

perché non potria mai alcun contarla

loro adattezza, né immaginarla.

Così, correndo ciascheduna parte,

Silvïana al suo pome allor tornava,

rimirando il bel prato in ogni parte,

e così alquanto ancor si riposava.

Lettore, io penso omai compier le carte.

Venere allor Dïana seguitava

e già la ragiugnea, tanto avea corso,

quando gridava: «Soccorso! soccorso!»

Ma Silvïana uscì del pome presta,

tanto che giunse Venus quasimente,

qual giunta avea Dïana, onde molesta

Silvïana gli fu, perché al presente

ella Venere prese. E con gran festa

si racolsono tutte insiememente;

alla fonte venian con festa assai.

L'ultima presa a Venere segnai.

Pianga Eolo omai del detto giorno,

perché più bello non fu mai nel mondo;

un zefiro traea soave e adorno,

e non si chiuse mai Febo giocondo.

Così Iove ne priego che ritorno

io possa far nel bel prato fecondo.

Io ero già del bel pin dismontato,

quando prendei da tutte lor commiato.