SERMONE PRIMO
Perché, Pagani, de l'assente Amico
non immemore vivi, il Ciel ti serbi
sano, e celibe sempre: or breve al tuo
di me benigno interrogar rispondo.
Valido è il corpo in prima, e tal che l'opra
non chiegga di Galen: men sano alquanto
il frammento di Giove; e non è rado
che a purgar quei due morbi ira ed amore
o la febbre d'onor mi giovin l'erbe
de l'orto Epicureo. Che se mi chiedi
a che l'ingegno giovinetto educhi
non a cercar come si possa in campo
mandar più vivi a Dite; o con la forza
del robusto cerebro ad un volere
ridur le mille volontà del volgo,
e i feroci domar: ma freno imporre
a gl'indocili versi, e i miei pensieri
chiuder con certo piè, questa è la febbre,
di cui virtù di farmaco, o di voto
non ho speranza che sanar mi possa.
Pensier null'altro io m'ebbi in fin dal tempo
che a me tremante il precettor severo
segnava l'arte, onde in parole molte
poco senso si chiuda; ed io vestita
la gonna di Volunnia, al figlio irato
persuadea coi gonfi sillogismi
ch' umil tornasse disarmato in Roma,
allor sol degno del materno amplesso.
Me da la palla spesso, e da le noci
chiamava Euterpe al pollice percosso
undici volte; né giammai di verga
mi rosseggiò la man, perché di Flacco
recitar non sapessi i vaghi scherzi,
o le gare di Mopso, o quel dolente:
«Voi che ascoltate in rime sparse il suono».
Ed or di pel già sparso il mento, e quasi
fra i Coscritti censito in quella mente
vivo, e quant'ozio il fato, e i tempi iniqui
a me concederanno, ho stabilito
consecrarlo a le Muse. Or come il mio
furor difenda, o dolce amico, ascolta.
Il savio è re libero bello e Giove,
Zenon barbato insegna. Or perché pari
temeaci a lui quel buon figliuol di Rea
temprò di molta insania il foco dio,
onde il Deucalionèo selce s'informa.
Quindi brama talun che dal suo muro
pendan avi dipinti; altri che a lui
ridan da l'arca impenetrabil molti
Cesari fulvi; altri a l'avita Pale
nato in capanna umil vorria la veste
sporcar d'oro pretorio. Odi quest'altro:
Oh! s'io posso il palazzo alzar sul fumo
de l'umile vicino, e nel mio tetto
entrar da quattro porte! E quei che tenta
eccelsi fatti, onde il lontan nipote
di lui favelli, e seminar s'affanna
ciò che raccolga ne la tomba; e sano
direm colui, che di precetti spera
far sano il mondo? A me, più mite forse,
Giove impose il far versi. A che la mente
di sì bella follia purgar mi curo,
onde ad altra nocente e men soave
dare il voto cerebro e il docil petto?
Or ti dirò perché piuttosto io scelga
notar la plebe con sermon pedestre,
che far soggetto ai numeri sonanti
detti e gesta d'Eroi. Fatti e costumi
altri da quel ch'io veggio a me ritrosa
nega esprimer Talia. Che se propongo
dir Penelope fida, e il letto intatto
de l'aspettato Ulisse, ecco alla mente
Lidia m'occorre, che di frutti estrani
feconda l'orto del marito, cui
non Ilio pertinace, o il vento avverso
ma il prego mattutino, o l'affrettata
visita dell'amica, o il diligente
Mercurio tiene ad ingrassare il censo
de l'erede non suo. Se i fatti egregi
tento di Cincinnato, e il glorioso
ferro alternato a la callosa mano:
o i legati di Pirro innanzi al duro
mangiator del magnanimo legume,
o i miti fasci... al fervido pensiero
mi si attraversa Ubaldo, il qual pur jeri
pitocco, oggi pretor, poco si stima
minor di Giove, e spaventar mi crede
con la novella maestà del guardo.
Che se dirai che di famose gesta
non men che al tempo di quei sommi antiqui
abbonda il Secol nostro; io ti rispondo:
che non ho voce onde a cantare io vaglia
le battaglie, e le paci, e i rinnovati
fra noi Greci, e Quiriti, e quella cieca
famosa falce, che trovò l'acuto
Gallico ingegno, onde accorciar con arte
la troppo lunga in pria strada di Lete.