Si commendano le ricchezze, come quelle che sollevano gli uomini alle grandezze ...

By Girolamo Fontanella

Che mi giova di lira armar la mano,

E con musico stral ferir la morte,

Se de l'orba tiranna esposto in mano,

Di me trionfa ingiuriosa sorte?

Io la bell'armonia negletta sento,

Il poetico onor miro schernito,

Veggio ch'avido il mondo a l'oro intento,

A la cetera mia chiude l'udito.

Re de l'alto Permesso, arcier canoro,

Che saetti l'oblio scoccando accenti,

Spezza il pettine tuo dolce e sonoro,

E d'Anfriso pastor torna agli armenti.

Lasciate i plettri armoniosi e vaghi,

Verginelle di Pindo, in mezzo i fiori,

E cangiando le lire in spole e in aghi,

Venite al mondo a procacciar tesori.

Qual recar vi può mai dolce ristauro,

Un tintinno di corde, un suon di legno?

Ah, per desio d'un infecondo lauro

Perder se stesso è vanità d'ingegno!

S'udì fra noi che la poetic'arte

Piante e marmi traesse a suon d'accenti,

Ma non s'udio che ne le belle carte

Traesse mai da le miniere argenti.

Ha ben virtù la melodia del canto

Placar le Furie e mitigar l'Inferno;

Ma raffrenar chi si donò mai vanto

De l'avarizia altrui l'ingordo Averno?

Signor di corte ambizioso stima

Chi ha negli abiti ricchi aurea testura;

Virtù che 'l fato ingiurioso opprima

Da lei discaccia e 'l suo saper non cura.

Orgoglioso pavone, oggi la gente

Mira i serici lisci e gli aurei panni,

Gode il fasto e la pompa aver presente,

E schiva udir di povertà gli affanni.

Mirate poi Filosofia, nemica

A lo stuolo plebeo, garrulo e stolto:

Va per le porte a sospirar mendica,

Barbuta il mento, e squallidita il volto.

Vani studi di Febo, arti fallaci,

Che di vano sperar l'alme pascete,

Ai vostri folli e miseri seguaci,

Che recate giamai, che dar solete?

Deh! s'a farmi tra grandi oggi pomposo

Il mio sterile canto unqua non vale,

E s'in povero stato oppresso io poso,

Che mi giova di Fama irne su l'ale?

E se, lasso, il cantar nulla m'impetra,

E di vano sperar m'empie il desio,

Febo, prenditi omai l'arco e la cetra,

Muse, lunge da me gitene, a Dio.

Siede in cima agli onor chi in cima siede

A la rota del Fato, alto e secondo;

Chi tra laceri cenci umil si vede,

Cade favola al vulgo e scherzo al mondo.

Ride largo d'onor pomposo stuolo,

Ove prodiga d'or ride Fortuna;

L'oro solo trionfa, e l'oro solo

Suole a gloria trovar strada opportuna.

Sallo il Re di là su ch'a dentro mira,

Quanto varia dal cor mostra la voce

Chi di rigide note arma la lira

E la penna a biasmarlo alza feroce.

Madre d'alto saper, figlia di Giove,

Che 'l divino Liceo reggi et affreni,

I tuoi nobili Antipi ove or ritrove

Ch'a sommergere in mar vadano i beni?

Oggi il cupido mondo esca più cara

Del metallo non ha, ricco e lucente,

Che la brama e la voglia in petto avara,

Nel digiuno desio, cibi e sostente.

Io de l'oro dirò l'unico pregio,

De la terra e del ciel lucida prole,

Luminoso ricamo, altero fregio,

Che guernisce le stelle et orna il sole.

Quando parto sì bello Isi scoperse

Da le viscere sue svenato fuori,

La rovina non già, l'utile aperse,

Luce accrebbe a le viste, e gaudio a' cori.

Fortunate stimò l'Ispano ardito

Del remoto Perù l'isole amene,

Perché fertile d'or la terra e 'l lito

Sì belle manda e preziose vene.

Al suo biondo apparir sorto più audace,

Ne la pugna volò tosto il guerriero;

Le tempeste schernì, spregiò la pace,

Et incogniti mar corse il nocchiero.

Prese il forte arator, costante e saldo,

Il suo vomero adunco, ai solchi eletto,

E le membra indurando al gelo e al caldo,

A la madre vetusta aperse il petto.

Per colmarsi la man d'aurato peso,

Giacque a l'ombra et al sol fabbro anelante;

Ricco marmo da terra al ciel sospeso,

Meraviglia de l'arte erse pesante.

Desioso a spogliar n'andò le poma

Ne l'esperide piante il re Perseo,

E l'atlantica forza oppressa e doma,

Fra duo mostri d'orror strada si feo.

Stampa audace ne l'onde il primo solco

Il tessalico re, pronto a l'imprese,

E suda in mar per acquistare in Colco

Del biondo Frisso il peregrino arnese.

Che non opra fra noi mina sì vaga,

Di natura e d'amor pompa maggiore:

S'è ne' dardi d'amor, subito impiaga,

È baleno a la vista e lampo al core.

Fa le regie e le mense andar fastose

De' suoi lucidi arnesi, alteri e chiari,

E reggendo lumiere alte e pompose,

Ornamento e splendor reca agli altari.

Chi nel campo del cor produr desia

Di sorgente allegria virtù novella,

Grazioso cultor semini pria

Su le dolci vivande auree granella.

L'oro avviva l'infermo e fa l'oppresso

Da tirannica inopia alto in brev'ora.

Cede a l'oro ogni forza, e 'l ferro stesso,

Ch'è più forte di lui, gli cede ancora.

Odi il cigno del Po, come da Francia

Fa che vergine bella esca e combatta,

E con l'alta virtù d'un'aurea lancia,

Fa ch'atterri le torri e i regni abbatta.

Com'entrar colà giù giamai potea,

Ove giunger non può raggio d'Apollo,

Se 'l troiano guerrier pria non avea

Ne la bellica man l'aureo rampollo?

Come, come godea nel regio trono

De l'adultera bella il viso amato,

Se 'l più nobile Ideo non dava in dono

A la bella Ciprigna il pomo aurato?

Per fecondar con indorata pioggia

Il terreno d'amor Giove cortese,

Converso in or, da la stellata loggia

A la greca fanciulla in grembo scese.

Fugga, nova Atalanta, alma donzella

Dai seguaci d'amor per lungo calle:

Verrà senz'altro ad inciampar la bella,

Se pone il piè su le dorate palle.

Coglie de l'onestà l'intatto fiore,

Che spunta fuor da vergine beltate,

Chi liberale e prodigo amatore,

Sparge da larga man piogge dorate.

Brami abbondar di popolari onori,

E farti in terra un riverito nume:

Abbi ne l'arche accumulati gli ori,

E di ricchezze ambizioso lume.

Non più vergine, o Clio, venal ti rendi,

Mentre il biondo metallo oggi può tanto:

O taci avara, o rigorosa vendi

A prezzo d'oro a' Mecenati il canto.