Si detesta il vizio della gola, come quella ch'è corruttela dei sensi et impedim...
In quella prima età, che d'oro il giorno
Godea ne' suoi natali il mondo infante,
Quando il termine ancor non era intorno,
Et era stanza il bosco a l'uomo errante,
Non era allor chi preparando andasse,
Provido vivandier, mense pompose,
E per destar la fame anco portasse
A le nari anelanti esche odorose.
Ma poi che s'inalzò l'umano orgoglio
L'ampie cittadi a circondar di mura,
Posando altier sopra ingemmato soglio,
Sdegnò cibo sì schietto, esca sì pura.
Lasciò per alimento ai greggi immondi
Da' cerri grandinar l'irsute ghiande,
E dentro vasi preziosi e biondi,
Trovò per la sua bocca altre vivande.
Tanta ingordigia accumulò nel petto
Erisiton famelico e vorace,
Che si levò, senza pietoso affetto,
Fino agli augelli a conturbar la pace.
Per farne a la sua gola esche vitali,
Machinator di mille occulti danni,
Qual cosa non trovò, fabbro di mali?
Che non ordio d'insidiosi inganni?
Scagliò da cavo ferro acceso piombo,
Tese reti fra l'erbe arciero astuto,
E in aria, con orribile rimbombo,
Troncò la strada al volator pennuto.
Non fur sicuri in su l'aereo campo
Da tanta crudeltà gli alati augelli;
Né per trovar da tanta rabbia scampo,
Giovò l'alma innocenza ai bianchi agnelli.
Le piante impenni impetuoso il cervo,
E 'l vento appresso lui rassembri tardo,
Che de l'uomo il desio fiero e protervo,
Ove non può col piè, giunge col dardo.
Che giova che s'interni e che s'asconda
Dentro scogli riposti e algose tane
Il freddo e muto popolo de l'onda,
S'ancor dai lacci suoi preda rimane?
di tridenti il pescatore armato
Per far battaglia a la cittade ondosa,
E fin dove Nereo vive celato,
La famiglia del mar lancia squamosa.
Dilata il vivo fonte in piaggia aperta,
Et ampio lago a meraviglia forma;
E per farne a la bocca amata offerta,
Vi tiene in prigionia squamosa torma.
O d'empio caso inconsolabil duolo,
O d'aspra crudeltà malvagia sorte,
Per mantener la vita a l'uomo solo,
Tanti animali han da provar la morte?
Per recarli da Scio gli ostri spumanti,
E da l'arso Vesuvio ambre lucenti,
Soffrono i travagliati naviganti
Tempeste ondose e perigliosi venti.
Serba ne' cupi fossi il ghiaccio saldo,
Che Borea distillò con fredda mano,
Per sepelirvi poi nel tempo caldo,
Chiuso in vasi d'argento, il dio tebano.
Mille d'elettro e d'or vasella et urne
Disposte mira et ordinate a schiere;
E mille, per cacciar l'ombre notturne,
Si fa d'intorno apparecchiar lumiere.
Tergono le sue dita onde beate,
Che stillate in odor Gaeta manda,
E le sue mani in asciugar bagnate
Vola candido lin, pregio d'Olanda.
Lino, che di candor Giunone alluma,
Fa che tra mille odor s'allarghi e spanda,
Ove riposto in più d'un vaso fuma
Di condito sapor lauta vivanda.
Fa di piuma volubile e pomposa
Tremolar, ventilar leggiero arnese,
Ch'in aria per fugar mosca noiosa
Da la superbia de' pavoni apprese.
Ricchi d'abiti d'or paggi e donzelle,
Pronti di qua, di là vengono e vanno;
Or prendon queste coppe, or prendon quelle,
E l'ambre di Lieo stillar vi fanno.
Tanto l'umana gola oggi si stende,
Tanto ingordo desio fra noi si cova,
Che solo ad agi et a delizie attende
E pasture novelle il senso trova.
Per appagar l'insaziabil fame,
Quanti l'uomo crudel di vita priva?
Fa di morti animali il ventre infame
Tomba animata e sepoltura viva.
Folle, non vede poi che 'n grembo al vino
Sommerge di ragione il lume acceso,
Et al suo corpo infermo, egro e meschino,
In vece di sostanza, aggiunge peso.
Che altro fuor che prigionia rassembra
Questa ch'abbiamo noi corporea salma?
Chi di tumida carne empie le membra,
Il peso addoppia, e la prigione a l'alma.
Fa scarsi i giorni suoi, chi reo prepara
Mensa abbondante a la vorace gola;
Solo ad abbreviar la vita impara,
Chi vuol d'Epicureo seguir la scola.
Quanti dentro le crapole sepolti,
L'anima vomitar giù ne l'Inferno!
Quanti gravi di cibo, in sonno accolti,
Ebber per man di morte un sonno eterno!
Presso Betulia un capitano il dica,
Fra conviti sommerso, ebro e satollo,
Che sotto il ferro d'un'ebrea pudica,
Debitore a la morte inchina il collo.
Mira il gotico re, ch'empio nel viso
Fu de l'ira divina aspro flagello,
Con che fiero spettacolo improviso
Va da la mensa a ritrovar l'avello.
Mentre epulando il re de l'Asia vive,
Vede in aria una man, né sa di cui,
Che cancelliera in sul parete scrive
Sentenza irrevocabile per lui.
Paolo, chi troppo ai sensi allarga il freno,
Spesso a la vita sua fa l'ore corte;
Quel che vitto parea, spesso è veleno,
Spesso Cerere e Bacco esca è di morte.