Si detestano le delizie del secolo presente

By Girolamo Fontanella

Giace il mondo fra lussi e l'uomo insano

Rende sudditi ai sensi i propri affetti;

Prezza crapole e giochi, amante vano,

Veste pompe, usa lisci, ama diletti.

Negli agi immersa, effeminata e folle,

La pronta gioventù marcir si vede;

Regna il sonno e la piuma, e l'ozio molle

Su le morbide coltri a l'ombra siede.

Miro l'opre e l'usanze oggi diverse

Da quel secolo d'or purgato e casto;

Le pelli usò chi nudità coperse,

Or di serica pompa orna il suo fasto.

In quel primo vagir del mondo infante,

Era stanza il tugurio a l'uomo imbelle;

Or da la terra emulator gigante

Edifici sublimi alza a le stelle.

Fa sviscerar da peregrini monti

Superbo ingegno i più pregiati marmi,

Per farne o logge o preziosi fonti,

Che del tempo guerrier durino a l'armi.

Fa ch'i suoi tetti a riguardar sì belli

Siano d'arte maestra ultima prova;

Novi Dedali chiama, e novi Apelli

Al suo regio lavor prodigo trova.

L'onda, che sprigionata un tempo apriva

Da la pomice scabra argentea vena,

Che senz'arte correa, purgata e viva,

Tra vaghi fior per la campagna amena,

Custodita e riposta oggi tra chiavi,

Fa per opra de l'arte opre stupende:

Con soave rumor dai piombi cavi

Le regie illustri ad arricchir discende.

Non più rustiche paglie, aspri fenili,

Rozzi e poveri velli, ispidi stami,

Ma molli sete e preziosi fili

Fanno al regio suo tetto ombre e ricami.

Pendono in giù per le sue logge arcate

Mille d'aureo lavor tappeti industri,

E ne le mura e ne le travi aurate

Mille ammiri d'eroi memorie illustri.

Del più famoso e nobile metallo

Il suo ricco balcon cerchia sovente,

E dei monti Rifei puro cristallo

Fa ne le sue finestre ombra lucente.

Ei gonfio il cor d'ambiziose voglie,

Calcar povero suol rifiuta e sdegna;

Pavimenti gemmati, aurate soglie

Il suo nobile piè toccar sol degna.

Nel suo morbido letto ombrando il lume

Padiglione si leva alto e pomposo,

E fra lini odorosi e bianche piume

Presta al languido corpo agio e riposo.

Vengono a esercitar musiche danze

Donzellette lascive in ricca veste;

Spirano arabo odor le regie stanze,

E fra dolci armonie s'odono feste.

Fra cancelli d'argento in aria appeso,

Prigioniero giocoso il verde augello,

Qui da l'India remota a lui disceso,

Mille nomi ridir sa vago e bello.

Mille d'argento e d'or conche e vasella

Sopra candido lin prepara e spande,

Ove miri in sua mensa agiata e bella

Odorosi fumar cibi e vivande.

Attuffato nel ghiaccio, esposto a l'oro

Generoso Lieo spumante brilla,

Che 'n tazza di finissimo lavoro,

Con soave allegria, placido stilla.

Sontuoso teatro, altera scena

Di figure e di lumi erge a suo vanto,

Ove ispana leggiadra il ballo mena,

E marito del ballo unisce il canto.

Ahi, ch'onesto rossor più non inostra

In donnesca bellezza il bianco viso!

Lascivetta in andar gli abiti mostra,

Lussureggia nel petto, arde nel riso.

De la chioma sua bionda il campo adorno

Con rastrello d'avorio ara e coltiva,

Poi vi semina odori, e sparge intorno

Di licori sabei pioggia lasciva.

A che dentro le pompe alma bellezza,

E tra fregi non suoi giace sepolta?

Schietta e nuda beltà via più si prezza,

Tanto meno è gentil, quanto è più colta.

O d'umana follia prova superba!

Sa ch'ogni opra de l'arte al fin rovina,

Sa che, sparsa nel Tebro, arena et erba

Ricopre ancor la maestà latina.

Cadde Menfi superba e Caria illustre;

Cesse a l'armi del tempo Argo e Micene;

E sepolta in oblio fosco e palustre

Fra le nottole sue sta cieca Atene.

Le piramide sue trovi, se puote,

Glorioso l'Egitto e 'l Nilo altero;

Troia miri le mura a pena note,

Che fer sì grande il suo temuto impero.

Trovi Rodo il Colosso, Efeso il tempio;

Miri tumido Creso oggi il suo trono;

Contro i colpi del tempo ingordo et empio,

I romani trionfi ov'ora sono?

A che dunque inalzar tetti eminenti,

S'ogni fasto mortal rapido piomba?

S'altro non resta a ricettar le genti,

Ch'un freddo marmo, una funerea tomba.