Si narrano le cadute de' superbi e la maniera che devono gli uomini osservare pe...

By Girolamo Fontanella

Quando del greco re l'alto ingegniero

Compose l'ali al baldanzoso figlio,

Che per l'aria dovea farsi nocchiero,

Questo a lui rammentò saggio consiglio:

“Poiché tanto hai desio da terra alzarte

E superar de la Natura il corso,

Ecco in virtù de la mia nobil arte,

T'impenno, o figlio, il giovinetto dorso.

Mira che vie di caminar t'insegno,

Da mortal piè non rintracciate ancora;

Ove a pena salir potria l'ingegno,

Farò che voli e che passeggi or ora.

Per questo campo, ove da terra asceso,

Ha sì bella città l'alato stuolo,

Incaminati su, libra il tuo peso,

Sù sù, scoti le penne, alzati a volo.

Ma guarda ben di non andar tant'alto

Che lasci poi l'affaticato pondo,

E di Fetonte imitator nel salto,

De le vergogne tue riempi il mondo.

Né tanto basso il tuo viaggio sia

Che le cime de' monti intorno rada;

Secar per mezzo puoi l'aerea via,

Né torcer mai dal mio pensier la strada.

Va per dritto sentier l'aura solcando,

Che per debile volo è più sicura.

Ah, se non vuoi precipitar volando,

Serba sempre in andar legge e misura!

Non t'appressar ne la rotante sfera,

Ove pace la fiamma unqua non have,

Che spinto poi da la sua forza altera,

Piombaresti a l'in giù, rapido e grave.

Io di cera e di lin formai quest'ali

E di morbida piuma in aria lieve,

Materie tutte in sé caduche e frali,

Atte e disposte a liquefarsi in breve”.

Così per quel volubile elemento,

Consigliando al figliuol, Dedalo giva,

Solcando l'aria e navigando il vento,

Per entro un mar che non ha fondo o riva.

Ma sprezzator del buon paterno avviso,

Patio naufragio il navigante alato;

E percosso nel tergo, arso nel viso,

Cadde ai lampi del sol tosto abbagliato.

Cadde il folle garzon, cadde repente

Nel mar che del suo nome ancor rimbomba;

Sperò sopra le stelle il trono ardente,

Et ebbe poi ne l'acque umida tomba.

Gran mistero profondo accoglie in seno,

Così favoleggiando, attica lira:

A cader va chi senza legge o freno

A somma altezza ambizioso aspira.

Ma chi per l'alto stato al ciel risorto,

Su l'ali che di pompe alza Fortuna,

Misura il suo valor, discreto, accorto,

Non teme al volo suo caduta alcuna.

Cade ben sì, chi pertinace estolle

Di gonfia vanità caduche piume,

E dentro i fasti suoi superbo e folle,

A Dio paragonarsi ancor presume.

Sollevarsi là su tentò nel cielo

L'Angelo usurpator del trono eterno,

Ma fulminato dal divino telo,

Col precipizio suo cavò l'Inferno.

Che vale il calcitrar contro le stelle,

E gara aver di parità con Dio?

Corna alzò di superbia al ciel Babelle,

E del suo folle ardir raccolse il fio.

Pensar gli empi Giganti inclite prove

Far sopra scala rea d'imposti monti,

Ma da la man del fulminante Giove

Ebber rotte le corna, arse le fronti.

Ecco il superbo successor di Nino,

Fra lauta mensa e fra pomposa corte,

Come per man del Giudice divino

Lesse con gli occhi suoi la propria morte.

Che valse il fasto al filisteo gigante

E 'l gran terror de l'orgogliosa fronte,

Se picciol sasso ad atterrar bastante

Fu de l'audacia sua l'orribil monte?

Mira di Xerse il temerario orgoglio,

Che tanto audace insuperbiva in guerra,

Come dal trono del suo regio soglio

Giace abbattuto et espugnato a terra.

Superbo di trionfi e di corone

Il ribellante greco al ciel levossi,

Ma da la man del galileo campione,

Mentre oppresso moria, vinto chiamossi.

Pensò Dragutte ir furioso a l'etra,

E rinovar la temeraria rocca,

Ma colto poi da repentina pietra,

Da la superbia sua l'empio trabocca.

Poco anzi il re sueto, in vista acerbo,

Minacciava a Fernando aspre rovine,

E in Aquilone alzar trono superbo;

Ma cadde l'empio e fu destrutto al fine.

Come cada l'orgoglio al fine estinto

Nel re d'Algieri il gran lombardo accenna;

E nel tumido Argante, ucciso e vinto,

Conferma pur la sorrentina penna;

E mille ancor presuntuosi e folli,

D'alto in povero stato al fin ridutti,

Che sotto amari gioghi oppressi i colli,

De la baldanza lor colsero i frutti.

Non sia chi per fortuna o per ricchezza,

Tiranneggiando altrui, sollevi l'ale;

Non può gloria durar posta in altezza,

Se non è di virtù figlia immortale.

Quando gonfio vapor di vano affetto

Cerca l'alma annebbiar d'oscuri fumi,

Ricorri a l'umiltà, ch'a l'intelletto

Manda d'alto splendor purgati lumi.

Marco, s'avvien che 'l Fato al ciel t'impenne,

E largo al tuo desio rida opportuno,

Va' di ragion su l'adeguate penne,

Che non avrai mai precipizio alcuno.

Ma vanne pur, dove ha la gloria il trono,

Che caduta a temer punto non hai,

Ch'ove gli altri nel volo Icari sono,

Dedalo col tuo senno oggi ti fai.