Si raccontano i funesti avvenimenti che cagionò ne' tempi nostri l'incendio del ...

By Girolamo Fontanella

Sorge in aria tonante

Dopo tant'anni a riveder la luce

Furioso Gigante,

Ribello al ciel, vittorioso duce,

E fosco inalza e nubiloso intorno

Sul monte un monte, e su le corna un corno.

Squarcia il fianco materno,

Qual troppo angusta al suo furor misura;

E sdegnando l'Inferno,

Si fa spiraglio ad esalar l'arsura,

E manda fuor da le sue rotte vene

Sulfurei sassi et infocate arene.

Ei superbo fremendo,

Antico autor di temerarie prove,

Va sui turbini orrendo

A farsi il trono ove l'imperio ha Giove.

E con quell'armi onde fu spento e spinto,

Mostrar si vuol più vincitor che vinto.

Cinto d'orbi tonanti,

Emulator de le guerriere moli,

Va per gradi fumanti

Scalando i cieli e sormontando i poli;

Et acciecando al bel pianeta i lumi,

Nubi a nubi radoppia, e fumi a fumi.

Mille timpani accoglie,

E mille trombe ei mormorando suona,

Mille furie discioglie,

E “guerra, guerra” ogni sua valle intuona;

E mentre il tempo a la battaglia assegna,

Dentro i nuvoli suoi spiega l'insegna.

Giunge zuffa con zuffa,

E per molto gridar mormora roco,

Mugge, strepita e sbuffa

Da la gola fumante aure di foco;

E per furor, ch'ha nel vedersi oppresso,

Fra le ceneri sue rode se stesso.

Scuote il giogo del collo,

Impaziente più di star sotterra,

E con rapido crollo

Fa negli empiti suoi tremar la terra;

E fin nel centro ove l'imperio ha fisso,

Scatenando le furie, apre l'abisso.

Rompe audace ogni freno

Con improvisa e repentina scossa,

E nel gravido seno

Fa conquassar de la gran madre l'ossa,

E come appar ne le tempeste il flutto,

Va dibattendo et agitando il tutto.

Mena furia diversa,

E ciò ch'incontra, impetuoso inonda,

Mentre prodigo versa

Dal rotto fianco in più diluvi l'onda;

Strano a mirar, che d'un gran monte fuore,

Dove sorge la fiamma, esca l'umore.

Corre giù rovinoso,

Fra duri intoppi ei più gonfiando i passi;

E qual toro cruccioso,

Cozza e rompe in andar sassi con sassi,

Le torri atterra e fa cader tra selve

Pastori, armenti, agricoltori e belve.

Da tanti empiti aggiunto,

E da tanti urti combattuto e mosso,

Cede e cade in un punto

Com'onda in onda ogni edificio scosso,

E nel cader coi precipizi sui

Dà morte insieme e sepoltura altrui.

Mira il padre Lieo

Con occhi molli di stillante duolo,

Miserabil trofeo,

Star senza vita ogni sua vite al suolo;

E mostra fuor ch'ha nel vermiglio viso

Con le lagrime sue perduto il riso.

Grida stupido ognuno:

“Vien forse il dì de l'eternal ruina!

Quando in cenere bruno

Stillò mai pioggia, e gocciolò mai brina?

E con qual modo imperioso e strano,

Ove Bacco dimora, entra Volcano?”.

Mira il torbido nembo

La bella dea che la quiete adombra,

E sì densa nel grembo

Si trova accolta e geminata l'ombra,

Che dubbia sta, mentre il suo carro invia,

Se ne la terra o ne l'abisso stia.

Teme, pallido in fronte,

Menando il giorno, il regnator di Delo,

Di cader qual Fetonte,

Per tanti fumi abbargliato in cielo;

E sì gran tema ha de l'incendio atroce,

Che nascoso, là su fugge veloce.

Bolle il salso elemento

Nel suo gelato et arenoso nido,

E per tema e spavento,

Che li porge l'ardor, fugge dal lido;

E de le pietre, che l'incendio involve,

Dentro l'onda confusa arde la polve.

Fin ne l'umide tane,

Nei cupi fondi e ne l'ondose valli

Abbrucciata rimane

La muta plebe degli algosi calli;

Or quando mai tal meraviglia nacque,

Morir nel foco et abitar ne l'acque?

Vedi misti et involti

Morir coi lupi in compagnia gli agnelli;

Fra il disordine accolti

Guizzare i pesci ove volar gli augelli;

E 'l tutto far, con lagrimabil uso,

Un invoglio indistinto, un gir confuso.

Quinci un piè, quindi un busto

Spira fetido odor, diviso e tronco;

Qui fumante, ivi adusto,

Ravisi un teschio e riconosci un tronco;

E battuto ogni campo et abbattuto,

Par la reggia di Bacco aula di Pluto.

Grida il patrio Sebeto:

“Chi tant'incendio a le mie rive apporta?

Sento il suolo inquieto,

Sarà quest'onda or da la terra assorta?

Sì, sì, schivo a la luce, orrida e bruna,

Avrò la tomba, ove acquistai la cuna?

Forse in polvere cade

Distrutto et arso il portator del giorno!

Già da l'alte contrade

Mi par che piombi e che rovini intorno.

Ma se cadrà di tanto incendio pieno,

Come bast'io per ricettarlo in seno?

Io, che povero d'onde,

Sì angusto ho l'orlo e sì ristretto il vaso,

Chiuderò fra due sponde

Chi basta a pena a sepelir l'occaso?

Potrò amorzar tanto infocato lume,

Cui poco è il mar, non che bastante un fiume?”.

“Deh, che miro, che scerno!”

Nettuno esclama in mezzo l'onde amare,

“Vedo i laghi d'Averno

Precipitosi giù cader nel mare;

Or quando mai fra' miei squamosi numi,

Tributo ebb'io da sì bollenti fiumi?

Forse il pallido Oblio

Fia quel torrente in sì mortifer'onde?

Mentre torbido e rio

Il tosco suo col mio licor confonde?

E ne' miei fusi e cristallini sali

Porta ai popoli miei sonni letali?

Forse il re d'Acheronte

Tributi d'acque a me sì largo mena,

Mentre apertosi un monte

Sì grossa sbocca e sì profonda vena?

O vuol communi in quest'ondose vie

Le furie sue far con le furie mie?

Tenta il sodo elemento

Poggiar là su, per stabilirsi il loco?

Vuol con novo portento

Cader qua giù, per abbrucciarne, il foco?

Ritorna forse in sì cangiate forme

A la massa confusa il mondo informe?

O pur, fievole e stanco,

Il bel cultor de le dorate poma

Sovra il languido fianco

Soffrir non può più la stellata soma,

E debil veglio in sostener la terra,

Sovra tremolo piè vacilla et erra?”.

“Perirete, o mortai”,

Par che quel foco in mormorar ragioni.

“Sù, destativi omai”,

Par che rauca la terra al mondo intuoni;

E mentre trema e con orror rimbomba,

Par voglia a tutti apparecchiar la tomba.

Resta al suolo tremante,

Di calor, di color ciascuno privo;

Spira a pena anelante,

Immoto e muto, e semivivo il vivo;

Et è così da la paura assorto,

Che non sente la morte, e resta morto.

Freme il volgo pensoso

In su l'aprir del matutino giorno:

Fra pauroso e bramoso,

Va dubbio il caso esaminando intorno;

E dal timor, se non dal male ucciso,

Chi la morte non ha, la mostra al viso.

Sorge fuor da le piume

Et apre l'uscio il villanel tremando;

Mira il torbido lume,

E dice poi: “Qui come io venni, e quando?

Mi sogno forse, o ne lo stigio Averno,

Mentre solco l'Oblio, miro l'Inferno?”.

Scorge l'alta rovina,

Fra tanti moti, il miserello immoto:

Pensa bellica mina,

E vuol fuggir, ma li vien meno il moto;

Ei vuol gridar, ma da timor gelato

Gli vien tronca la voce e tolto il fiato.

Un tumulto, un lamento,

Un pianger rotto di chi langue e stride

Empie ognun di spavento,

Atterrisce et atterra, ange et ancide:

È il foco no, che sì vorace fassi,

È la pietà, che fa spezzare i sassi.

Vola ardita la morte

Coi voli ancor di mille incendi e mille,

Pugna, intrepida e forte,

Con tanti strai quante ha l'ardor faville;

E 'n su l'ombrosa e rovinosa balza,

Fra quelle fiamme i suoi trionfi inalza.

Stringe il tenero pegno

L'afflitta madre e va gridando al campo,

Corre senza ritegno,

S'aggira e gira e va trovando scampo;

La morte fugge in fra l'arsiccie arene,

Ma nel fuggirla, ad incontrarla viene.

Fugge il veglio tremante,

E nel fuggir va a ricader poi lasso.

Fugge il giovine errante,

E trova poi che gli è rinchiuso il passo.

Ei dubbio sta ne l'infernal profumo;

S'egli fugge l'ardor, more nel fumo.

L'un con l'altro fuggendo,

S'appoggia e attiene, e ne l'ardor s'affoca.

Grida un misero ardendo:

“Aita, aita”, e 'l suo compagno invoca.

Risponde l'altro in suon dimesso e pio:

“Non posso, oimè, sto ne la morte anch'io”.

Ferma attonito i passi

Il peregrin per le vicine strade

Tra la furia de' sassi,

Debitore a la morte: ei trema e cade,

Cade il meschin, ma nel cader fra loro,

Può dire a pena in un singhiozzo: “Io moro”.

Giù precipita un figlio,

Ove languido un padre arso trabocca;

Cerca aita al periglio,

Ma la parola poi li more in bocca.

Pur moribondo, ei con paterno zelo

Singhiozza e dice: “A rivederne in cielo”.

“Fuggi”, grida lo sposo,

Per man traendo a più poter la moglie.

Ecco un turbo focoso

Si spande in aria et ogni ben li toglie:

Col braccio in man de la sua donna ei resta,

Fra quell'ombre fumanti, ombra funesta.

Grida un putto infelice,

Fra la turba fugace errando insieme.

“Ove sei madre?”, ei dice,

“Ove sei figlio?”, ella risponde e geme.

“Con cui mi lasci?”, egli soggiunge, e intanto

Ella risponde: “In compagnia del pianto”.

Questi va, quegli riede;

Fugge l'un, fugge l'altro; un grida, un piange,

Rotto il capo, arso il piede.

Chi di sù, chi di giù s'affligge et ange;

E fra balli di morte e di fortuna,

Il caso è vario, e la tragedia è una.

Ode un salvo rimaso

Un che grida da lunge e dice: “Aita”.

Corre al misero caso,

Ma il zelo suo gli fa lasciar la vita:

Solo un acquista da pietà mercede,

Che 'n tante morti il suo morir non vede.

Piange afflitta sorella,

Squarciando l'or de le sue bionde chiome,

E chiamata ancor ella,

Chiamando va del suo fratello il nome.

E sente, oimè, senza sperar conforto,

Un grido poi che le risponde: “È morto”.

Fra la polve anelante

Un altro va per refrigerio a l'onda,

Ma cadendo tremante

Ne l'acqua no, ma ne l'arena affonda.

Così riman, senza partir da un loco,

Sommerso in polve et annegato in foco.

Sciolta il crin, scinta il manto,

Cade gravida donna al grave nembo.

Muor la misera intanto

Col parto acerbo et immaturo in grembo,

E va tra fiamme acerbamente unite,

Con una morte, a terminar due vite.

Qui con avida cura

Un corre al tetto a radunar gli arredi,

Là tra l'onda e l'arsura

Un altro giunge e se gli mira a' piedi:

Ma strutti quelli e inceneriti inanzi

Mira estreme reliquie, ultimi avanzi.

Mentre ciascuno fugge,

Si volge indietro e di dolor sospira,

Urla, freme e si strugge,

Perché distrutto ogni poter suo mira.

Pentito riede, e fra la calca involto,

Pria che morto rimanga, arde sepolto.

Chi rivolto a le stelle,

Accusando gli error, piange pentito.

Chi d'amare novelle

Vien portator ne la città smarrito.

Teme e trema ciascun, confuso insieme,

Chi di qua, chi di là sospira e geme.

Lascia il ruvido ostello,

E vien tra mura ad abitar civili

Doloroso drappello

Di donne afflitte e di fanciulli umili,

Che nel suo scampo, travagliato e perso,

Fra la turba mendica erra disperso.

Stanco e rotto rimaso

In sì tragico orror, la voce sciolta,

Narra il vedovo caso

Al cittadin, che con pietà l'ascolta;

E l'egra istoria in raccontar funesta,

La lingua langue e la parola arresta.

Resto attonito anch'io

Qual freddo sasso et insensata pietra;

Già vien manco il dir mio,

Già mi cade di man l'arco e la cetra:

Trema il suol, mugge il mar, mutolo intanto,

Dando luogo al timor, do posa al canto.