Simonis Senensis viri eloquentissimi cantilena incipit.
Per gran forza d'amor commoso e spento,
Donna legiadra, a porger dolci prieghi
A voi col volto a lacrime dipento,
Supplico almen che 'l vostro udir non nieghi
Al mio stancho parlare dare audentia;
Ma per benignità l'orecchie pieghi.
Perché è costume de gentil semenza
A madonna, o signore, udir el servo
E satisfarlo po' con lor clemenza.
Ora io che mi consumo a nervo, a nervo
Sol per soperchio amare, a voi ricorro
Come al bel fonte l'affannato cervo.
Ma, se della vostra prudentia io trascorro
Nel caldo dire, ella mi regha,
Perché a vui ubedir sempre concorro.
Quella affection priegho mi regha
Che 'l ciecho alatro mi prontò con l'arco
Là dove nel mio cuore vol ch'io siegua.
Vaga, vezosa donna, io son al varco
Del fin de mia vita se sol per vui
Non m'è leviato questo grave carcho.
Quella vagheçça di belgli occhi tui
Ogni dì più mi strugge col suo nodo
Quando li volgi ben come tu sui.
Talhor, madonna, tra mi stesso godo
E penso de l'amor che mi losingha
E io alhora tutto quanto lodo.
Or vol che più avanti dir me spingha
Dando a quest'alma afflicta gran baldezza
Pria che morte il mio albergho stringha.
De piazzati d'audir vagha belezza
Se ben la mia nation non è eguale
Quanta farìa allo toa gentilezza.
Tu sei pur com'io cosa mortale,
E de natura humana com'io
Ho forma de homo e non d'altro animale.
Se più formosa te ha facto Idio,
Che non ha me, rengratia la natura
Che per te rengratiarla non ho in oblìo.
Ma se tu ben reguardi mia figura,
Tu troverai ch'io non son tigre, né orso,
Stando col qual dovessi haver paura;
O animal protervo, che col morso
Me immaculasti le to belle membre
Non deliberando ti darmi socchorso.
Non pur tanto tue lucente pello
Ardirìa di tocchare, ch'io mi credessi
Un pel levarme che stesse più snello.
Che credi, o vaga luce, ch'io facessi
Sentendomi cuperto tiechio inudo?
Per certo io tel dirò, se m'uccidessi.
Fra te e me non essendo altro schudo
Tutto tremante a te virìa pian piano
Perché non mi facessi il volto crudo.
Im prima pilgliarìa tua biancha mano,
E strecta fra le mie me la terìa,
Standoti per temenza anchor lontano.
Asegurato alquanto poi virìa
Timido tutto, e come sordo e mutto
Per gran dolzezza so non parlarìa.
E poi ch'io havessi mei sensi rehavuto
Con voce rocha doppo un gran sospiro
Direi: tempo aspectato hora è venuto.
Hora è con mieco quella ch'io desìro,
Hora è con mieco e io son con essa,
Quella che m'ha dato sì crudel martìro.
E poi dirìa: puola ella esser d'essa?
Stando in dubio per lo desiato bene
Beato a chi tal gloria è impromessa!
Tu sola sei collei che mi mantene;
Oi albergho di ciascun mio pensiero
Perché casone m'hai dato tante pene?
E dicto questo un baso assai legiero
Con un soave e tremulo abraçare
Darìa al tuo bel primo messagiero.
Quel ochio vagho che d'innamorare
Mi fu cason, e di mie' gran doluri,
Or l'ho con miecho c'haver non mel pare;
E poi volgliendo gustare altri sapuri
Mi converìa basiare la tua bocha,
Che fa spirare mille soavi oduri.
E dove l'un con l'altro cuor si toccha
Se possarìa le già humide cilglia
Sotto le quali el mio dolor trabucha,
E dove el primo legieri el fantin pilglia
Sul pecto biancho ti lascerìa per segno
Per ciaschun baso una rosa vermilglia;
E facto poi di tanta gratia degno
Verìa alla dolçeçça ch'avanza
Tutti i dillecti del terresto regno.
Dato fine a sta ultima sperança
In sul tuo senno rimarìa tramortito
Per gran soavità e dellectança,
E poi che fusse alquanto resentito
Ti conterei gli oltraggi che m'hai facti
E le penne che m'ài dato a dito, a dito.
E tu con piacevoli acti
So che diresti: or può elgli esser questo
Ch'io havesse tanto a me tuo scensi tracti?
E io alhora te risponderìa presto:
Per certo sì facendo tanti giuri
Che 'l creder poi non te sarìa molesto,
Io so ben che tu sai, ma tu non curi
Di me; che tua belleçça tanto achora;
Io me destrugho, e tu vie' più t'enduri.
Ma se di toa gratia mi retrovo fora
Non poss'io te riputar mortal nimicho,
Che per te non riman ch'io non mi mora,
Vidi che con toa speranza mi notricho,
Volgli per lo tuo servo gentil e bello
Changiar perposta e farti lui amicho.
Da te io spiero haver lieta novella
Mostrandoti el mio dire con tanto effecto
Che servendo mi pare esser a quella.
Della tua gioventù prendi dillecto
Per ogni giorno la viltà se strughe,
E sotto al capel chano changi sugetto.
Chi ben pon mente belleçça si struge
Su gl'human corpi come neve al sole,
Stando cuperta, e senza haver altr'ugge.
Le più olente e tenere vïole
Perdon più tosto e più vie si disfanno
Che no fa l'altro, e nota mie parole.
Se tu te lassi invechiar con questo inganno,
Tu piangerai per quel che tanto t'ama
D'haverli dato sì crudel affanno.
Mentre che 'l fructo è in su la verda rama
Dane al tuo servo a prender libertà,
Che sopra tutto quel disìa e brama;
Cridando a te: pietà, pietà, pietà!