Siringa

By Giovambattista Marino

Sovra il verde, frondoso, alto Partenio

il semicapro Dio, nume degli Arcadi,

dela bella Siringa amante rustico,

tese l'avea mill'amorose insidie,

e come cacciator, che damma timida

su 'l varco attenda e cautamente vigili,

spiava l'orme sue, quand'ecco videla

lungo il monte passar, ch'iva di Cintia

le compagne cercando, a cui la giovane,

ch'aborrì de' pastor sempre il commercio,

avea con ogni affetto, et ogni studio

votati i suoi pensier, pudica vergine.

Tosto ch'ei l'adocchiò, corse con impeto

per seco disfogar l'accesa furia.

Sen'accorse la Ninfa, e come un aspido

veduto avesse velenoso e squallido,

del volto bel discolorò le porpore,

e per timor qual violetta mammola,

divenne essangue a meraviglia, e pallida.

Non però stette ad aspettarlo, e subito

in quella guisa, che smarrita tortora

suole involarsi, ovver colomba semplice

a fero artiglio di falcone, o d'aquila,

accelerando il piè spedito e libero

diessi ratto a fuggir tra i più folt'arbori.

Era la fuga assai veloce e rapida,

ma viè più lieve che saetta o turbine

le tenea dietro il predator famelico,

e con preghiere affettuose e supplici

queste voci per via gittava al'aria:

– Deh dove ti precipita

o ninfa, o tigre, o vipera,

quella fierezza indomita,

dirò più tosto insania,

ch'amor ha tanto in odio?

Non sono angue pestifero,

non drago ingordo et avido

di tormento e di strazio.

Non vengo a farti ingiuria,

ma sol perché desidero

con umil sacrificio

offrirti il cor per vittima.

Deh, non fuggirmi, arrestati.

Non son, qual forse imagini,

pastor abietto e minimo,

ma Dio sublime et inclito,

c'ho de' pastor l'imperio.

Dio, ch'illustre e magnifico

lassù ne' chiostri empirei

con gli altri Numi a tavola

gusto l'ambrosia e 'l nettare.

E pur m'ha il fato pessimo

giunto a tanta miseria

che par ch'inestinguibile

non so se dele Furie

o pur d'Amor l'incendio

in me tutto s'accumuli,

ond'ardo, avampo e struggomi,

senza trovar rimedio,

a guisa d'una fiaccola.

Da che rischiara Bosforo

le notturne caligini,

finch'alo spuntar d'Espero

s'offusca l'emisperio,

e da che Febo attuffasi

nel grembo del'oceano,

finché poi del mar Indico

esce a sgombrar le tenebre,

altro non fo che gemere,

rigando il mio tugurio

d'un continuo diluvio

di lagrimose gocciole.

Non vo' che tu sia prodiga

a me dele tue grazie,

sol un sol dono cheggioti:

fermati alquanto e volgimi

di quella fronte splendida

gli amorosi luciferi,

e rischiara i miei nuvoli.

Sol di questo consolami,

o mia somma delizia,

che la mia piaga chiudano

quegli occhi, che l'apersero;

ch'a tanto foco è facile,

e scarso refrigerio

mirar colei, ch'uccidemi.

Mostrati a me propizio,

sostegno amato et unico

dela mia speme fragile.

Forse m'aborri e schifimi,

perché son rozo e sucido

et amar cosa dubiti,

che par ch'abbia del'orrido?

Ciò non t'inganni e credimi

ch'un corpo irsuto, et ispido

è più robusto e valido

d'un, che sia molle e morbido.

La carne adusta e torrida,

il petto pien di scropoli,

le gambe torte et aride,

le braccia grosse et aspere,

noderose di muscoli,

dan di fortezza indizio.

Non vo' rasoio o forbice,

non uso specchio o pettine,

non curo amomo o balsamo,

per polir la lanugine

dele mie gote sordide,

o per far odoriferi

i velli dela zazzera.

Questa incultura piacemi,

queste mie lane ruvide,

questi peli che pungono

per te saran più utili

che le bellezze amabili

de' dilicati giovani.

Tal qual mi vedi carico

di rigori e di setole

non fui sprezzato (e sappilo)

dala tua casta Trivia.

Né dal suo cerchio fulgido

sdegnò sovente scendere

a prender la custodia

dele mie bianche pecore,

né recossi ad obbrobrio

stringer tra dolci vincoli

con le braccia d'avorio

questa mia pelle d'istrice,

e la bocca di minio

accostar senza nausea

ala mia guancia fetida.

Vedi le macchie livide,

che 'l suo bel volto stampano?

Sono i segni e i caratteri

de' miei baci indelebili.

Parlar mi sia pur lecito

con lodi e con encomii

dele fattezze proprie.

Del biforme edificio

di mia mole corporea,

mistura che partecipa

del'uomo e dela bestia,

non sai (credo) il misterio.

Quest'animata statua,

meravigliosa machina,

del'universo è simbolo.

Queste mie corna gemine,

che 'nsu la fronte sorgono,

sai tu ciò che dinotano?

Dela Donna del'Erebo,

diva che l'ombre illumina,

ale corna son simili.

Questo rossor di morole,

ch'accende e quasi insanguina

la mia faccia purpurea,

rappresenta e significa

l'elemento più caldo,

che con eterno fomite

nutre là sovra l'aria

la region del'etere.

Le cosce e i piè di caprio,

tra l'altre membra mistiche

misteriose anch'elleno,

altro importar non vogliono

che monti e valli, e pratora

con tutta la progenie

de' germi vegetabili,

che 'nsu la terra pullula.

Dela macchiata nebride

la spoglia, ond'io ricopromi,

alo stellato circolo

corrisponde e conformasi:

il baston torto d'acero,

che ne la cima incurvasi,

dimostra (se 'l consideri)

l'anno, che del continovo

si volge in se medesimo.

Di me dunque non ridere

né farne gioco o favola,

poich'avendo tu suddito

un Dio di tanto merito,

potrai ben dir di reggere

di tutto il mondo sferico

l'universal dominio.

Se nel cantar Idillii

altro maestro agguagliami,

questi boschi tel dicano,

ch'ogni giorno m'ascoltano,

e pur dianzi m'udirono

contender con Apolline,

e ne la nostra disputa

colui, che ne fu giudice

ad onta del grand'emulo

diemmi con franco arbitrio

sentenza favorevole;

e se ben egli in premio

di sì fatto giudicio

n'ebbe l'orecchie d'asino,

questa fu poi disgrazia,

per non dir forse invidia.

O troppo alpestra e rigida,

sarà dunque possibile,

ch'a tante fiamme gelida,

d'esser ognor ti glorii

ai preghi inessorabile

di chi t'adora e seguita?

Dimmi qual serpe libica

ti fu nutrice e balia?

Suggesti il latte barbaro

dele fere d'Armenia?

Bevesti il ghiaccio scitico

là su i monti iperborei?

Del seme empio di Cerbero

ti generò Tesifone?

O traesti l'origine

da qualche dura pomice?

Sei tu del freddo Caucaso

forse macigno o selice?

Ma se sei marmo o porfido,

come sì lieve e mobile

voli innanzi al mio correre? –.

Così le dice, e destro intanto et agile

con quel caprigno piè, ch'a par d'un folgore

presto, leggiero, impetuoso e lubrico

per quelle balze e quelle rupi sdrucciola,

se stesso a più poter sforza e sollecita,

ferito il fianco dagli acuti stimuli

del pungente desio, bramoso e cupido

per ritenerla, o d'afferrarle l'abito,

o dela treccia, che disciolta sventola,

dar pur di piglio al'oro crespo e lucido.

Non n'era omai lontan già lungo spazio,

già del fiume Ladon l'avea su 'l margine

quasi raggiunta, e la feria con l'alito,

e già la man le distendea su l'omero,

quando alfin stanca e sbigottita e pavida

la giovinetta alzò con voce debile

chiamando a suo favor la diva Ortigia,

al ciel le luci rugiadose e turgide.

E le palustri sue sorelle prossime

pregò con note dolorose e fervide

a volerla campar dala libidine

del troppo osceno e temerario Satiro,

ch'oltr'ogni meta ala sfrenata audacia

licenzioso omai sciolte le redine,

di quel fior virginal, che tanto apprezzasi,

esser volea violator sacrilego.

Et ecco allor nel terren molle et umido

tenacemente il vago piè s'abbarbica,

le chiome, ch'eran bionde, ecco verdeggiano,

già s'induran le polpe e l'ossa solide

apparendo di fuor si fan più picciole,

con spessi groppi le giunture annodansi,

le verdi spoglie in foglie si trasformano,

e 'l bel corpo divien canna volubile.

Chi può narrar come confuso e stupido

di meraviglia, anzi di doglia attonito

al repentino caso, alo spettacolo

sovra natura, oltr'ogni fede insolito,

rimase (lasso lui) lo dio salvatico?

Stassi lung'ora taciturno e mutolo,

e senza spirto e senza senso immobile,

poi di furor trabocca in tanta furia,

che stride e mugge orribilmente et ulula,

sparge a terra per ira e sfronda e lacera

la ghirlanda, ch'egli ha di pini e d'ebuli,

né vuol mai più che la sua testa adornino

edre, o mortelle, né viticci, o ferule.

Sol a lei, che cangiata in altra imagine,

commossa ad or a or da l'aura instabile

agevolmente si ripiega et agita,

tondendo il crine, il proprio crine implicane.

La rimira, la tocca, e spesso stringela,

e mentre d'abbracciarla il cor non sazia,

ode un sussurro estenuato e fievole,

che dolcemente par che si ramarichi,

et è lamento di quell'alma misera,

che 'n uscir fuor del suo corporeo carcere,

spirando i fiati degli estremi aneliti,

dal cavo seno, e dale membra vacue

tragge sospir che gorgogliando fremono.

Allora il duolo in lui cede al'industria

e del germe novel troncando i gettiti,

pietoso amante et ingegnoso artefice

di propria mano ne compone e fabrica

(benché selvaggio) un istromento nobile,

ch'ebbe pur di Siringa il nome e 'l titolo.

Oggi Sampogna per le selve italiche

de' toscani pastor l'appella il popolo.

Sette bocciuoli acconci in bella serie,

che di misura diseguale e varia

hanno proporzion pari e concordia,

con molle cera e ben tenace e candida

commette sì che quasi scala armonica

l'un de l'altro maggior saglion per ordine.

Comincia poscia il sonatore arcadico

di quell'arnese ai boschi ancora incognito

l'artificio a provar novo e piacevole;

e mentre con la bocca enfiata e tumida

i sonori registri accorda e tempera,

fuor dele canne del suo spirto gravide

sente uscir, quasi di concento angelico

sinfonia rara e melodia mirabile,

e doglioso formar di voce trepida

un tremolio, che 'n suon sottile e stridulo

dolcemente languisce e geme e mormora.

Et è pur sì crudel l'amata femina,

che qualor per sonar le labra appressavi

fugge da lor, quasi i suoi baci abomini,

come fuggia quand'ebbe umana effigie.

Ecco il meschin, qual forsennato e stolido,

vagando va per l'ampia valle, et eccolo

ch'assiso alfin là dove l'onda liquida

rompe la riva e la scoscende in angolo,

solo, pensoso, afflitto e maninconico,

et appoggiato a un nero tronco d'elice

accompagnando canzonette e frottole

al dolce suon dela canora arundine,

ne trae con queste note arguti numeri.

– Uscite, o gemiti,

accenti queruli,

lamenti flebili,

fuor dele viscere.

Correte, o lagrime,

fontane torbide

e 'n pioggia tepida,

per gli occhi languidi

stillate l'anima.

Portate, o zefiri,

il mesto annunzio

per tutta Arcadia,

e questo spirito

tra' vostri sibili

confuso vadane.

Prendete, o calami,

dolci reliquie

del mio bell'idolo,

quel giusto debito,

che pagar licemi.

Sospiri e fremiti,

ch'ognor da' mantici

del petto essalano,

d'auretta musica

gonfino gli organi

dela mia fistula,

sìche in memoria

del caso tragico

al nostro piangere

con rauco strepito

sempre risonino.

Foreste tacite,

muti silenzii,

orrori inospiti,

spelonche orribili,

profondi baratri

di fere estranie,

erbette floride,

aurette placide,

fioretti teneri;

limpidi rivoli,

fertili pascoli,

frassini e platani,

roveri e salici,

edere e pampini,

satiri e driadi;

ramuscelli tremuli,

augelletti garruli,

rupi concave,

secretarie

solitarie

del mio misero

infortunio,

poiché vogliono

stelle perfide,

che 'n perpetuo

resti vedovo

d'ogni giubilo,

siate (pregovi)

testimonii

de l'essequie

ch'oggi celebro

non al tumulo

del suo cenere,

ma del povero

dio di Menalo,

ch'è cadavere

miserabile,

e sostentasi

per miracolo;

e 'n quest'ultimo

grave essizio

brama ch'Atropo

ala linea

del suo vivere,

che dee scorrere

tutti i secoli,

ponga termine. –

Qui tacque, e venne meno e i Fauni e i Genii,

le pietose Napee, l'amiche Oreadi

a stuolo a stuolo e le vicine Naiadi,

ch'avean, rapite dal suo dolce cantico,

del'ombroso Liceo lasciato il vertice,

e fatto d'ognintorno al cantor ottimo

per ascoltarlo, un bel teatro publico,

senz'altro indugio a consolarlo corsero,

e con soavi e generosi calici,

e con capaci e ben ripiene ciottole

di rubino stillante e di topazio,

che giocondo inventor dela vendemia,

avea dianzi dal'uve espresso Bromio,

il ristoraro e 'l confortaro a sorgere,

e di quel dolce suo novo essercizio,

l'uso da lui per celebrarlo appresero.