Siringa
Sovra il verde, frondoso, alto Partenio
il semicapro Dio, nume degli Arcadi,
dela bella Siringa amante rustico,
tese l'avea mill'amorose insidie,
e come cacciator, che damma timida
su 'l varco attenda e cautamente vigili,
spiava l'orme sue, quand'ecco videla
lungo il monte passar, ch'iva di Cintia
le compagne cercando, a cui la giovane,
ch'aborrì de' pastor sempre il commercio,
avea con ogni affetto, et ogni studio
votati i suoi pensier, pudica vergine.
Tosto ch'ei l'adocchiò, corse con impeto
per seco disfogar l'accesa furia.
Sen'accorse la Ninfa, e come un aspido
veduto avesse velenoso e squallido,
del volto bel discolorò le porpore,
e per timor qual violetta mammola,
divenne essangue a meraviglia, e pallida.
Non però stette ad aspettarlo, e subito
in quella guisa, che smarrita tortora
suole involarsi, ovver colomba semplice
a fero artiglio di falcone, o d'aquila,
accelerando il piè spedito e libero
diessi ratto a fuggir tra i più folt'arbori.
Era la fuga assai veloce e rapida,
ma viè più lieve che saetta o turbine
le tenea dietro il predator famelico,
e con preghiere affettuose e supplici
queste voci per via gittava al'aria:
– Deh dove ti precipita
o ninfa, o tigre, o vipera,
quella fierezza indomita,
dirò più tosto insania,
ch'amor ha tanto in odio?
Non sono angue pestifero,
non drago ingordo et avido
di tormento e di strazio.
Non vengo a farti ingiuria,
ma sol perché desidero
con umil sacrificio
offrirti il cor per vittima.
Deh, non fuggirmi, arrestati.
Non son, qual forse imagini,
pastor abietto e minimo,
ma Dio sublime et inclito,
c'ho de' pastor l'imperio.
Dio, ch'illustre e magnifico
lassù ne' chiostri empirei
con gli altri Numi a tavola
gusto l'ambrosia e 'l nettare.
E pur m'ha il fato pessimo
giunto a tanta miseria
che par ch'inestinguibile
non so se dele Furie
o pur d'Amor l'incendio
in me tutto s'accumuli,
ond'ardo, avampo e struggomi,
senza trovar rimedio,
a guisa d'una fiaccola.
Da che rischiara Bosforo
le notturne caligini,
finch'alo spuntar d'Espero
s'offusca l'emisperio,
e da che Febo attuffasi
nel grembo del'oceano,
finché poi del mar Indico
esce a sgombrar le tenebre,
altro non fo che gemere,
rigando il mio tugurio
d'un continuo diluvio
di lagrimose gocciole.
Non vo' che tu sia prodiga
a me dele tue grazie,
sol un sol dono cheggioti:
fermati alquanto e volgimi
di quella fronte splendida
gli amorosi luciferi,
e rischiara i miei nuvoli.
Sol di questo consolami,
o mia somma delizia,
che la mia piaga chiudano
quegli occhi, che l'apersero;
ch'a tanto foco è facile,
e scarso refrigerio
mirar colei, ch'uccidemi.
Mostrati a me propizio,
sostegno amato et unico
dela mia speme fragile.
Forse m'aborri e schifimi,
perché son rozo e sucido
et amar cosa dubiti,
che par ch'abbia del'orrido?
Ciò non t'inganni e credimi
ch'un corpo irsuto, et ispido
è più robusto e valido
d'un, che sia molle e morbido.
La carne adusta e torrida,
il petto pien di scropoli,
le gambe torte et aride,
le braccia grosse et aspere,
noderose di muscoli,
dan di fortezza indizio.
Non vo' rasoio o forbice,
non uso specchio o pettine,
non curo amomo o balsamo,
per polir la lanugine
dele mie gote sordide,
o per far odoriferi
i velli dela zazzera.
Questa incultura piacemi,
queste mie lane ruvide,
questi peli che pungono
per te saran più utili
che le bellezze amabili
de' dilicati giovani.
Tal qual mi vedi carico
di rigori e di setole
non fui sprezzato (e sappilo)
dala tua casta Trivia.
Né dal suo cerchio fulgido
sdegnò sovente scendere
a prender la custodia
dele mie bianche pecore,
né recossi ad obbrobrio
stringer tra dolci vincoli
con le braccia d'avorio
questa mia pelle d'istrice,
e la bocca di minio
accostar senza nausea
ala mia guancia fetida.
Vedi le macchie livide,
che 'l suo bel volto stampano?
Sono i segni e i caratteri
de' miei baci indelebili.
Parlar mi sia pur lecito
con lodi e con encomii
dele fattezze proprie.
Del biforme edificio
di mia mole corporea,
mistura che partecipa
del'uomo e dela bestia,
non sai (credo) il misterio.
Quest'animata statua,
meravigliosa machina,
del'universo è simbolo.
Queste mie corna gemine,
che 'nsu la fronte sorgono,
sai tu ciò che dinotano?
Dela Donna del'Erebo,
diva che l'ombre illumina,
ale corna son simili.
Questo rossor di morole,
ch'accende e quasi insanguina
la mia faccia purpurea,
rappresenta e significa
l'elemento più caldo,
che con eterno fomite
nutre là sovra l'aria
la region del'etere.
Le cosce e i piè di caprio,
tra l'altre membra mistiche
misteriose anch'elleno,
altro importar non vogliono
che monti e valli, e pratora
con tutta la progenie
de' germi vegetabili,
che 'nsu la terra pullula.
Dela macchiata nebride
la spoglia, ond'io ricopromi,
alo stellato circolo
corrisponde e conformasi:
il baston torto d'acero,
che ne la cima incurvasi,
dimostra (se 'l consideri)
l'anno, che del continovo
si volge in se medesimo.
Di me dunque non ridere
né farne gioco o favola,
poich'avendo tu suddito
un Dio di tanto merito,
potrai ben dir di reggere
di tutto il mondo sferico
l'universal dominio.
Se nel cantar Idillii
altro maestro agguagliami,
questi boschi tel dicano,
ch'ogni giorno m'ascoltano,
e pur dianzi m'udirono
contender con Apolline,
e ne la nostra disputa
colui, che ne fu giudice
ad onta del grand'emulo
diemmi con franco arbitrio
sentenza favorevole;
e se ben egli in premio
di sì fatto giudicio
n'ebbe l'orecchie d'asino,
questa fu poi disgrazia,
per non dir forse invidia.
O troppo alpestra e rigida,
sarà dunque possibile,
ch'a tante fiamme gelida,
d'esser ognor ti glorii
ai preghi inessorabile
di chi t'adora e seguita?
Dimmi qual serpe libica
ti fu nutrice e balia?
Suggesti il latte barbaro
dele fere d'Armenia?
Bevesti il ghiaccio scitico
là su i monti iperborei?
Del seme empio di Cerbero
ti generò Tesifone?
O traesti l'origine
da qualche dura pomice?
Sei tu del freddo Caucaso
forse macigno o selice?
Ma se sei marmo o porfido,
come sì lieve e mobile
voli innanzi al mio correre? –.
Così le dice, e destro intanto et agile
con quel caprigno piè, ch'a par d'un folgore
presto, leggiero, impetuoso e lubrico
per quelle balze e quelle rupi sdrucciola,
se stesso a più poter sforza e sollecita,
ferito il fianco dagli acuti stimuli
del pungente desio, bramoso e cupido
per ritenerla, o d'afferrarle l'abito,
o dela treccia, che disciolta sventola,
dar pur di piglio al'oro crespo e lucido.
Non n'era omai lontan già lungo spazio,
già del fiume Ladon l'avea su 'l margine
quasi raggiunta, e la feria con l'alito,
e già la man le distendea su l'omero,
quando alfin stanca e sbigottita e pavida
la giovinetta alzò con voce debile
chiamando a suo favor la diva Ortigia,
al ciel le luci rugiadose e turgide.
E le palustri sue sorelle prossime
pregò con note dolorose e fervide
a volerla campar dala libidine
del troppo osceno e temerario Satiro,
ch'oltr'ogni meta ala sfrenata audacia
licenzioso omai sciolte le redine,
di quel fior virginal, che tanto apprezzasi,
esser volea violator sacrilego.
Et ecco allor nel terren molle et umido
tenacemente il vago piè s'abbarbica,
le chiome, ch'eran bionde, ecco verdeggiano,
già s'induran le polpe e l'ossa solide
apparendo di fuor si fan più picciole,
con spessi groppi le giunture annodansi,
le verdi spoglie in foglie si trasformano,
e 'l bel corpo divien canna volubile.
Chi può narrar come confuso e stupido
di meraviglia, anzi di doglia attonito
al repentino caso, alo spettacolo
sovra natura, oltr'ogni fede insolito,
rimase (lasso lui) lo dio salvatico?
Stassi lung'ora taciturno e mutolo,
e senza spirto e senza senso immobile,
poi di furor trabocca in tanta furia,
che stride e mugge orribilmente et ulula,
sparge a terra per ira e sfronda e lacera
la ghirlanda, ch'egli ha di pini e d'ebuli,
né vuol mai più che la sua testa adornino
edre, o mortelle, né viticci, o ferule.
Sol a lei, che cangiata in altra imagine,
commossa ad or a or da l'aura instabile
agevolmente si ripiega et agita,
tondendo il crine, il proprio crine implicane.
La rimira, la tocca, e spesso stringela,
e mentre d'abbracciarla il cor non sazia,
ode un sussurro estenuato e fievole,
che dolcemente par che si ramarichi,
et è lamento di quell'alma misera,
che 'n uscir fuor del suo corporeo carcere,
spirando i fiati degli estremi aneliti,
dal cavo seno, e dale membra vacue
tragge sospir che gorgogliando fremono.
Allora il duolo in lui cede al'industria
e del germe novel troncando i gettiti,
pietoso amante et ingegnoso artefice
di propria mano ne compone e fabrica
(benché selvaggio) un istromento nobile,
ch'ebbe pur di Siringa il nome e 'l titolo.
Oggi Sampogna per le selve italiche
de' toscani pastor l'appella il popolo.
Sette bocciuoli acconci in bella serie,
che di misura diseguale e varia
hanno proporzion pari e concordia,
con molle cera e ben tenace e candida
commette sì che quasi scala armonica
l'un de l'altro maggior saglion per ordine.
Comincia poscia il sonatore arcadico
di quell'arnese ai boschi ancora incognito
l'artificio a provar novo e piacevole;
e mentre con la bocca enfiata e tumida
i sonori registri accorda e tempera,
fuor dele canne del suo spirto gravide
sente uscir, quasi di concento angelico
sinfonia rara e melodia mirabile,
e doglioso formar di voce trepida
un tremolio, che 'n suon sottile e stridulo
dolcemente languisce e geme e mormora.
Et è pur sì crudel l'amata femina,
che qualor per sonar le labra appressavi
fugge da lor, quasi i suoi baci abomini,
come fuggia quand'ebbe umana effigie.
Ecco il meschin, qual forsennato e stolido,
vagando va per l'ampia valle, et eccolo
ch'assiso alfin là dove l'onda liquida
rompe la riva e la scoscende in angolo,
solo, pensoso, afflitto e maninconico,
et appoggiato a un nero tronco d'elice
accompagnando canzonette e frottole
al dolce suon dela canora arundine,
ne trae con queste note arguti numeri.
– Uscite, o gemiti,
accenti queruli,
lamenti flebili,
fuor dele viscere.
Correte, o lagrime,
fontane torbide
e 'n pioggia tepida,
per gli occhi languidi
stillate l'anima.
Portate, o zefiri,
il mesto annunzio
per tutta Arcadia,
e questo spirito
tra' vostri sibili
confuso vadane.
Prendete, o calami,
dolci reliquie
del mio bell'idolo,
quel giusto debito,
che pagar licemi.
Sospiri e fremiti,
ch'ognor da' mantici
del petto essalano,
d'auretta musica
gonfino gli organi
dela mia fistula,
sìche in memoria
del caso tragico
al nostro piangere
con rauco strepito
sempre risonino.
Foreste tacite,
muti silenzii,
orrori inospiti,
spelonche orribili,
profondi baratri
di fere estranie,
erbette floride,
aurette placide,
fioretti teneri;
limpidi rivoli,
fertili pascoli,
frassini e platani,
roveri e salici,
edere e pampini,
satiri e driadi;
ramuscelli tremuli,
augelletti garruli,
rupi concave,
secretarie
solitarie
del mio misero
infortunio,
poiché vogliono
stelle perfide,
che 'n perpetuo
resti vedovo
d'ogni giubilo,
siate (pregovi)
testimonii
de l'essequie
ch'oggi celebro
non al tumulo
del suo cenere,
ma del povero
dio di Menalo,
ch'è cadavere
miserabile,
e sostentasi
per miracolo;
e 'n quest'ultimo
grave essizio
brama ch'Atropo
ala linea
del suo vivere,
che dee scorrere
tutti i secoli,
ponga termine. –
Qui tacque, e venne meno e i Fauni e i Genii,
le pietose Napee, l'amiche Oreadi
a stuolo a stuolo e le vicine Naiadi,
ch'avean, rapite dal suo dolce cantico,
del'ombroso Liceo lasciato il vertice,
e fatto d'ognintorno al cantor ottimo
per ascoltarlo, un bel teatro publico,
senz'altro indugio a consolarlo corsero,
e con soavi e generosi calici,
e con capaci e ben ripiene ciottole
di rubino stillante e di topazio,
che giocondo inventor dela vendemia,
avea dianzi dal'uve espresso Bromio,
il ristoraro e 'l confortaro a sorgere,
e di quel dolce suo novo essercizio,
l'uso da lui per celebrarlo appresero.