SONETTO CCCCLXXXIII.
Tal son pur del pregar debile e fiacco,
Ch'a gran pena la vita omai sostegno
E poi che nulla valmi, o forza o 'ngegno,
Tacciomi alfin non sazio già, ma stracco.
Oggi del tutto spargo a terra e fiacco
Le mie vane speranze, e nel suo regno
Vincere Amor e soffrir colpi vegno
Più gravi assai di quei ch'anciser Cacco.
E per doglia maggior sovviemmi ognora
Del dolce Lauro e suoi santi atti schifi,
Mio fido Automedon, mio fido Tifi.
Dunque vi piace, signor mio, ch'io mora
Per voi campar, di sdegno, ira ed affanno?
Ma non fia: tai radici al cor mi stanno.