SONETTO CCCXCII.
Uopo non era a me d'accesa face
Quei bei lumi a veder, che d'ognintorno
Nelle più scure tenebre alto giorno
Apron, quando più lungi il sol più tace.
Se, lor somma mercè, da guerra e pace,
Da morte amara a dolce vita torno,
Come non scernerò l'altero adorno
Splendor, ch'agl'occhi tanto, ed al cor piace?
Ben voi, quanto più so, terrestri Soli
D'angioletto mortale, umil ringrazio;
Che in me fermaste i vostri tanti rai.
Tal già per alti boschi, e colli soli,
In loco sacro, e di lieto, mirai
L'arboscel, cui lodar nunqua mi sazio.