SONETTO CCCXXXV.
Signor, che 'l secol nostro afflitto e privo
D'ogni vera eccellenza e bel tesoro,
Tornato hai lieto e pare a quel dell'oro,
Il già spento valor racceso e vivo:
Questo, che 'n foggia disusata ulivo,
Di sé produce trionfante alloro,
Pace t'annunzia, e vittoria da' loro,
Ch'hanno sé stessi, e l'altrui bene a schivo.
Godi sicuro omai, che nulla deve
Temer chi, come tu governa e regge
Col timor di lassù, che da Dio viene;
Quando più mai si vide? ove si legge
Un sì felice augurio? Ergi la speme,
Ch'ogni dur ti fia molle, ogni aspro leve.