SONETTO DXXXIII.
Se, quando a dir di voi celeste pegno
D'onestate e d'amor ratto mi volsi,
La lingua forse più ch'ardito sciolsi,
E presi a rimirar troppo alto segno.
Fallir certo non fu di scusa indegno,
Perché sentendo in voi quel, che non suolsi
Sentir quaggiù, le vene tutte e i polsi
Tremâr d'ardente giel non dubbio segno.
Ma chi porria dove virtute agguaglia
Beltà, non avvampar d'onesto foco?
Io per me no, che solo ad arder nacqui.
E quella pianta, ond'è chiara Tessaglia
Nella qual sola a me stesso compiacqui,
Fede faranne in ciascun tempo e loco.