SONETTO LXXVII.
Se di così selvaggio e così duro
Legno sì aspro frutto, oimè, v'aggrada,
Chi fia, ch'unqua vi miri, e poscia vada
Di non sempre penar donna sicuro?
Ben ch'io, poi ch'ognor più m'inaspro e 'nduro
In questa orrida, alpestra, erma contrada
Del duol, cui lunge a voi fo larga strada,
E dall'arbor, cui solo in terra curo;
Dovrei trovar pietà, ch'asprezza uguale
Né più selvaggia, o solitaria vita
Non senti mai, né visse alcun mortale.
Fera legge d'Amor! sperar aita
Dal dolor, che n'ancide, e del suo male
Pascer l'alma via più, che saggia, ardita.