SONETTO LXXXI

By Luigi Tansillo

Non potrò star, per quel ch'io sento, guari

a cader sotto il peso, che mi preme,

poich'allentan le man Pietate e Speme,

e sostegni mi dan deboli e rari.

Occhi, ad altrui, più ch'a' voi stessi, cari,

occhi, ov'albergan vita e morte insieme,

non siate, or che son press'a l'ore estreme

(come già foste a miglior tempo), avari!

Saettate più spesso gli occhi miei;

e il dolce sguardo, ond'io fui prima punto,

più che mai dolce al fin mi punga o tocchi.

Amor; chi visse mai, com'io morrei,

se ferisseno il cor, tutto in un punto,

lo stral di morte e il raggio de' begli occhi?