SONETTO XIII.
Alme celesti fronde, ch'io son fermo
D'amar sempre, ch'io viva, e dopo morte;
Ch'altro non è, che qui vero m'apporte
Diletto, e tenga in bene oprar più fermo:
Sacro monte superbo, ombroso ed ermo,
Che m'innalzasti a così chiara sorte,
Che stato alcun non è sì ricco e forte,
Con chi io cangiassi il mio povero e 'nfermo;
Non ebbe uom mai, né averà, credo, il ciglio
Di me più lieto, e più tranquillo il core,
Or compie il terzo e quindicesimo anno.
Cosa mortal, che pro n'arrechi, o danno,
Nulla non puote in me, nostro consiglio,
Santi rami del Sol, non mio valore.