Spes loquitur.
Forsi che questo ferro admiratione
Te da' perch'è sì alunco e par sì grave,
Ma 'l porto per la nave
Che Pietro t'ha lassato in gran procella.
Io son colei che guido el suo timone;
Io son colei che regge le sue chiave;
Io son l'aura suave
Che nutre quel che per fortuna anella.
Io son colei che cum dolce mamella
Governò il servo sotto 'l suo signore,
Sperando che 'l sudore
E la fatica sua non sian perduti;
Io son colei che tanti n'ho tenuti
Cum questo ferro sì rigido e forte,
Che mai sdegno, né morte
Viduar l'han potuto del mio nome
Tenendome pei panni e per le chiome.
L'anchora mia molti ne regge e salva
Ch'amore e pacïentia li sostene;
Molt'altri al summo bene
Hanno l'intento e tendono a quel fine;
Et altri son che la gran donna calva
Nel fondo de sua rota affonda e tene,
E per temporal spene
Fanno lor mente dal ciel peregrine;
Sì che le inopinate e gran ruine
De lor felice stato son cagione
Che tal volta se pone
Quel che se merta a servire uno indegno.
Che se fortuna l'ha facto privegno,
Pur alla fin spera tornar filglolo;
Et cum suspiri e dolo
Nel gremio mio se pasce e si governa
Fin che provede la clementia eterna.
Sì che volta homai spera, perché 'l tempo
È fugitivo e voi sete mortali,
Et pensa ch'eternali
Non sono i ben mondani e la fortuna;
Et tempo assai se perde aspectar tempo;
Et al fugir veloce son nostre ali.
Vedi quanti carnali
Amici sotto l'ale tue s'aduna,
Che quel che la vigilia ben degiuna
Merita ritrovare allegra festa,
Et è ben cosa honesta
Participar cum lor tuo stato e honore,
Et similmente ad ogni servitore
Dando a qualonque premio cum dilecto;
Et più non habbia effecto
El moto che t'ha facto generale,
Che papa fosti per far'ai toi male.