SPES UNICA

By Emilio Praga

Vorrei farmi carnefice,

vorrei farmi becchino

per lacerarti, o secolo,

quel manto d'arlecchino;

e sul tuo muto Golgota

cacciarti col tuo Dio,

e imprecarti l'oblìo

dei posteri e dei sol.

Tu che inceppasti il fulmine,

prosa lanciando in cielo,

sicché alle stelle vergini

hai lacerato il velo;

tu che, buffon, le numeri,

e batti la misura,

mentre per l'aria pura

movono a danza il vol,

ov'è il tuo cielo? il Satana

ov'è per cui bestemmi?

Qual raggio il folto illumina

bosco de' tuoi dilemmi?

E le tue muse?... attendono

forse, per ricantare,

che poggi il mobiliare

a una cima immortal?

Tuo forse è il Dio cui volano

il paternostro e l'ave,

culle derise e sucide

di coscienze ignave?

Tra i fili del telegrafo,

col fischio del vapore,

ti sparvero dal cuore

l'ostia e il confessional!

Bella commedia!... e trassero

in clinica Maria,

e alle genti bandirono,

dogmatica autopsia:

“Olà, madama è vergine!”.

Essi l'avean violata,

e la folla beata

osanna al ciel mugghiò.

Tu, tu, fatal pontefice,

vecchio dal cor di bronzo,

tu, mitrata putredine,

sognante un'orbe gonzo,

tu i vivi agghiacci, e i posteri

travolgi a ignoto abisso:

brandisti il crocefisso

e la fede crollò.

— O musa! a questo pallido

tuo giovane poeta,

o eterna dea, tu mormori

il nome della meta;

tu di Corani e Bibbie

sdegni la inutil scola,

tu parli la parola

del bello e dell'amor.

Ma vedi? è solitaria,

vana la nostra gioia,

il nostro salmo il secolo

delle macchine annoia;

cantiamo in ritmo algebrico

del Cenisio le porte,

cantiamo: o Roma o morte!

Tribuni o senator...

Forse se ha senso pratico

o di attualità,

forse se, posto in musica,

al volgo piacerà,

le vecchie note, o vergine,

le troveranno ammodo,

e ci diran sul sodo:

“Bene, bene davver!”.

Al di là dei comignoli

se tentiam batter l'ali,

potrem fra noi benissimo

dichiararci immortali,

ma ricontando cedole

e buoni del Tesoro,

brontoleran fra loro:

“È linguaggio stranier!”.

Musa! le notti volano

quando vieni in famiglia;

già la lucerna è pallida

e la città sbadiglia...

io stanco sono... oh il fulgido

sole che spunta adesso,

quello è sempre lo stesso

da quando in cielo entrò!

E a noi mutar coi secoli

è legge e forma e ingegno;

or giganti magnanimi,

or fantocci di legno;

poc'anzi io stesso un angelo,

presto un verme dormente,

una preda del niente,

un uom che vaneggiò!

Bando al livor... crisalide

forse è la nostra etade;

già crolla il seggio ai despoti,

e la maschera cade;

già all'orizzonte tremola

forse la grande aurora...

dalla profonda gora

la farfalla uscirà!

Musa, quel dì la lapide

peserà sul poeta:

ma tu, prona al mio tumulo,

di serti e incensi lieta:

“Nei mesti giorni un tenero

amante ei fu!” dirai,

e l'orgoglio il mio scheletro

a ritentar verrà!