STANZE.
Poi che non son quelle promesse ferme
Che la mia donna già giurò servarmi,
Forz'è che anch'io di lei abbia a dolerme,
E chi mi ascolterà potrà scusarmi;
Però che nel mio petto ha già tal verme
Sdegno produtto, che convien sfogarmi.
E a chi n'è causa ancor chiedo perdono,
Che se offeso m'ha ben, servo li sono.
O caduche speranze, o pensier folli!
Al partirmi da voi non vi vid'io
Sì gli occhi d'acqua rugiadosi e molli,
E appena mi potesti dire: addio!
Né mai di pianto si vider satolli,
Sì mostrorno dolerli il partir mio;
Ma ahimè! ché come io mi partii da quelli,
A me in un tratto si ferno rubelli.
Quante volte già, donna, mi dicesti,
Facendomi di braccia al col catena,
Che se un sol giorno senza me vivesti
Non sarìa vostra vita altro che pena;
E mille sacramenti vi aggiungesti;
Sì come donna d'ogni fraude piena.
Ma dato avete le promesse al vento
Per farmi tra li amanti il più scontento.
Tu, profanato Amor, tu sommo Giove,
Tu Citerea da una mortal delusa,
Fate in questa sacrilega tai prove,
Che a perdonarvi più, donna, non s'usa.
E se la mia vendetta non vi muove,
Muovavi almen vostra deità confusa,
E impari ognun che non vi porta onore
Almanco riverirvi per timore.
Come potesti, donna, a tanto amore
A tanta servitù far tanto torto?
Come potesti un sì sincero core
Privar d'ogni suo ben, d'ogni conforto?
Perché quel giorno, ahimè, ch'io restai fuore
Di vostra grazia, ancor non restai morto?
Ché minor mal mi sarìa stato morte,
Che restar vivo in sì noiosa sorte.
Altri lodar potran ben quel splendore
De' vostri occhi ch'abbaglia ogni mortale,
Altri la man che già mi furò il core,
Altri la fronte a ch'altra non è eguale.
Altri il bel petto ove si annida Amore,
E il parlar dolce che mi fa immortale.
Ma vostre laudi pur scemâr alquanto
In romper fede a chi già v'amò tanto.
Vostra somma beltà, dite, che giova
L'esser di sangue a ogn'altra eguale in terra,
L'aver grazia che rara oggi si trova
Con quella leggiadria ch'entro si serra,
S'altra non è che sì soave mova
Quel lume ch'ogni cor vince ed atterra,
Se il non aver dipoi fede o fermezza,
Fa che una tal beltà nulla s'apprezza?
Una rara vaghezza poco giova,
E una suprema leggiadria men vale
Se da un vizio offuscata esser si trova
O se il vizio è delle virtudi eguale.
Poco si vede ancor valer per prova
Un ben, che seco abbi congiunto il male.
Così il mancar di fe farà men chiara
Una beltà ch'al mondo è tanto rara.
Tra le passion d'Amor, donna, la prima
È quando colui ch'ama non è amato.
L'altra, se la sua donna non fa stima
Donarli quel ch'amando ha meritato.
La terza, se da poi che giunto in cima
Del frutto, vien per altro indi scacciato.
Io che in l'alterna son, vedo per prova
Che sopra questa doglia non si trova.
Non vi fia già, madonna, onore e gloria
L'avermi rotta vostra fe giurata;
Ché laude già non merta una vittoria
Che vien con tradimento guadagnata.
Né generosa donna unqua si gloria
D'aver in atto alcun la fe mancata.
Voi mi donasti, or mi togliete il core,
Pensate voi se vi può dare onore.
Mai non sarà che nel mio più profondo
Pensier non senta e nel mio core impresso
D'ottobre il dì vigesimo secondo,
E più la notte ancor che segui appresso,
Del cinquecento ventidue che al fondo
Di Fortuna, e da voi fui, donna, messo,
Ed altri accolto in quel leggiadro seno
Che già fu a me sì di letizia pieno.
O anni, o mesi, o giorni, o notti perse,
O travagliato tempo, o instabil ore
A me un tempo sì liete, ora sì avverse
Poi che per voi son d'ogni gaudio fuore,
O mie speranze in lacrime converse,
O donna disleale, o ingrato Amore!
Ora conosco io pur, che mal si guida
Chi in tempo, in donna, e chi in fanciul si fida.
Chi darà alli occhi miei fonte sì largo,
Qual vena avrò sì d'abondante umore
Che con quel pianto ch'io diffundo e spargo
In parte manifesti il mio dolore?
Deh perché non ho io le luci d'Argo,
Perché a Bibli è mia sorte inferiore,
Perché non son tutto acqua o tutto pianto
Per isfogar mio duolo amaro tanto?
Quella catena, ahimè, quei lacci, quelli
Che servar promettesti, or son pur rotti.
Gli occhi che al mio partir fur due ruscelli
Avete in servitù d'altri condotti,
E a me son fatti sì presto ribelli.
O ore lacrimose, o giorni, o notti!
Così pur va chi in donna s'assicura,
Ché volubil fu sempre per natura.
Dunque la donna mia fatta è d'altrui?
Dunque m'è il servir tolto di tant'anni?
Dunque fia ver che quella da chi fui
Ristorato in un dì di mille danni
Si tolse a me, donossi, io non so a cui?
O aperti tradimenti! o espressi inganni!
Quella che già fu mia più non è mia:
Mal fa chi tanto amor sì tosto oblia.
Quei divin modi, quei sì alteri gesti,
Quei portamenti preziosi e rari,
Quel sì saggio parlar che par ch'arresti
Il Sole, e queti i più turbati mari;
Vostri occhi al volger sì soavi e onesti
Che i celesti splendor fanno men chiari,
Vi potrian ben dar, donna, eterna fama...
Ma mancando di fe, tutto s'infama.
Ombrose selve folte, e spessi boschi,
Solinghe spiagge e inabitati campi,
Oscure grotte, spechi orrendi e foschi
Dove vestigio uman terra non stampi;
Valli e monti, u' d'uom voce si sconoschi,
Acque non fredde a' miei sì accesi vampi
Cerco, e con lor di voi mi doglio spesso,
Poiché altrove doler non m'è concesso.
Fama, veloce più d'ogn'altro male,
Che nello alzarti ti vagheggi e specchi,
E sola contra il corso naturale
Più forza hai quanto più cammini e invecchi,
Perché fatt'hai men casta e disleale
Sì presto la mia donna ai nostri orecchi?
Deh! per suo onore e per mio ben fa', Dio,
Che non sia vero, o almen che sia sordo io.
Lasso! se quest'è vero, io che far deggio
Se non dolermi di mia sorte ria?
Ma penso non sia vero, e ch'io vaneggio,
Ché un saldo amor sì tosto non s'oblia.
Deh! che fia ver? deh! no, ch'io pur m'avveggio
Che ingrata esser non può la donna mia.
Che se in virtù e in bellezza ogn'altra eccede,
Esser non potria mai priva di fede.
Come potria mancar di fede quella
In cui natura ogni eccellenza accolse,
E per farla tra belle la più bella
Dalle celesti Dee l'esempio tolse,
Ed oltra ogni beltà ripose in ella
Tante virtù che il ciel spesso sen dolse?
Se dunque sì perfetta è questa mia,
Esser non può che senza fede sia.