STANZE III

By Luigi Tansillo

Donne, c'avete ne' begli occhi il sole,

che rompe d'altrui petti ogni aspro gelo,

o ne la bocca suon, riso e parole,

da far arder d'amor la terra e il cielo;

s'arda il mondo per voi più che non sòle,

né scampi altrui rigor, né bianco pelo,

mal grado di rabiose orride vecchie,

date al mio dir cortesi e liete orecchie.

A l'abito ed al crin già conoscete

che chierci semo al santo uffizio eletti;

e s'adorni, più ch'altri, ne vedete,

che a voi soglian cantar divini detti,

meravigliarven, Donne, non dovete,

venendo noi dinanzi a' vostri aspetti,

al cui splendor, che, indegna, non offenda

cosa appressar non deve, che non splenda.

Benché nudi di seta e scarchi d'oro,

c'oggi ciascun di noi copre ed ingombra,

le fiamme, c'ho nel petto io e costoro,

ornar potrian di luce ogni fosch'ombra.

E se i begli occhi vostri, ch'ove i loro

raggi saettan, ciel mai non s'adombra,

non folgorasser qui, le fiamme mie

splender farian la notte, a par del die.

Come per far che l'alterezze umane,

membrando il fine uman, pieghin le corna,

cener su 'l capo a voi si pon domane,

con dir ch'è cener l'uomo e in cener torna;

così noi, oggi, non per dir che vane

sian l'alte grazie, di che 'l ciel v'adorna,

ma perché sia maggior la vostra gloria,

vi recàm questo cenere a memoria.

Non credate che 'l cener s'appresente,

perché ciascuna il suo morir contempi;

ché, stando più sicure e più contente

oggi qui voi, che altrove, a' vostri tempî,

trar cosa che v'attristi e vi spavente,

error saria d'uomini sciocchi ed empi.

Questo vasel di cener vi si mostra,

per ramentar a voi la morte nostra

Abbiate, o Donne, a mente che, se presta

non vien l'aita, ogni uom, di noi, tanto arde

ch'a farsi cener poco gliene resta,

onde sarian le medicine tarde!

Con occhio di pietà, ch'amor vi desta,

ne' petti nostri alcuna di voi guarde;

e ne vedrà bollir fiamma nel core,

ch'a Somma, ad Ischia ed a Pozzuol, maggiore.

Ne' monti, u' del gran Giove si fan l'arme,

non chiude tante fiamme il dio di Lenno,

quante vederne ne' vostri occhi parme:

ogni lor guardo è fiamma, ogni lor cenno.

Né vedo, che per noi d'arder risparme

fredda o languida età, valor né senno;

anzi ogni cor gentil voria aver piume,

per arder, qual farfalla, al vostro lume.

E voi, che i petti altrui mandate a foco,

state più fredde che le nevi istesse;

anzi l'altrui languir prendete a gioco,

come se morte altrui vita a voi desse.

E giurerei, che vi parrebbe poco

veder che 'l mondo per voi tutto ardesse:

e voi, d'alto guardando, empio e proterve,

del fero incendio, qual Neron, goderve.

Dapoi che vede accesa alma gentile

e l'ossa divorar la fiamma molle,

insuperbita, donna cangia stile,

e mostra non voler quel che già volle.

Gli occhi, che fur del foco esca e fucile,

a gli occhi di chi l'ama, avara tolle.

E potria il guardo far d'altrui faville,

qual d'altrui piaghe fea l'asta d'Achille.

Non diede il Cielo a voi bellezze immense,

perché stesser com'òr, che terra involve;

né tanta luce ne' begli occhi accense,

perché de l'ossa altrui facesser polve.

Miri ciascuna in questo vaso, e pense

ch'ogni gran foco in cener si risolve.

Deh, non ne fate, o Donne, inanzi tempo

cenere voi; basti che 'l faccia il tempo!

Tuttavia teme o che non creda alcuna

(già ne dàn segno de' begli occhi i rai)

ch'io voglia dir, co' 'l cenere, a ciascuna:

— Cener sei, Donna, e in cener tornerai; —

a ciò che nobiltà, lieta fortuna,

e beltà, cara a voi più ch'altro assai,

e altre cose, ch'ave il mondo in pregio,

vi vengan quasi in odio ed in dispregio.

E voglia dir, mentr'io tacendo mostro

il ricco vaso, che vil cener serra:

— Ecco l'esempio, o Donne, del bel vostro,

che splende, ed altro al fin non è che terra.

Quegli occhi, che dàn lume al viver nostro,

o portan pena e gioia e pace e guerra,

e quella bocca, ond'esce divin suono,

oscuro al fine e muto cener sono.

Quella fronte onorata, ove si siede

maiestate, a chi il mondo inchinar deve;

le guancie, ove d'accordo ogn'or si vede

splender la fiamma e biancheggiar la neve;

e le man belle, a cui dal ciel si diede

far d'altrui vite il filo or lungo or breve;

e i membri, che da Dio di sua man fêrsi,

al fin saranno in cenere conversi. —

E queste e altre cose, onde si doglia

ciascuna, e ponga giù l'animo altero,

credete, che, tacendo, a voi dir voglia

il vaso, pien di cener freddo e nero.

Per quel gran dio, che a seguir voi ne invoglia,

vi giuro, Donne mie, che mai pensiero

nel cor non si criò d'alcun di noi,

che non fosse disposto a servir voi.

Non semo noi sì stolti e sì profani,

che spregiamo divina alta bellezza;

né avemo i cuor sì bassi e sì inumani,

ch'usin tanta viltà, tanta fierezza,

che portin cosa a voi le nostre mani,

onde s'abbia a turbar vostra allegrezza.

Anzi pregamo il Ciel, ch'ogni or l'accresca,

pur che del nostro mal talor v'incresca.

E co' 'l core e con l'opre e con la lingua

uom non è qui, che d'agradarvi lasce;

anzi più vi vuo' dir, perché s'estingua

l'ira che, forse, nei bei petti nasce:

che, benché Morte rea nulla distingua,

ma tutto di sua man mieta ed affasce,

d'assai l'empia s'inganna, s'ella bada

ch'ogni vostra bellezza in cener vada,

È donna qui, benché fra l'altre sieda,

le cui man, la cui fronte e i cui begli occhi

non vedrà il mondo mai di Morte preda,

benché il fier colpo suo per tutto scocchi;

ché non vuol Dio che a Morte si conceda

che fior sì bello la sua falce tocchi,

e che tanto alto don sotterra giaccia,

e celeste beltà cener si faccia.

Le vaghe membra e l'alma che le informa,

partir l'una da l'altre non si ponno;

e quando verrà tempo che si dorma

da quegli occhi beati eterno sonno,

sì come ogni altra in cener si trasforma

(ché le leggi de' fati così vonno),

perché non perda il ciel cosa sì bella,

questa cangiar vedrassi in nova stella!

E fra le stelle di che il cielo è sparto,

non avrà stella più lucente e pura:

stia in levante o in ponente, o in Austro o in Arto,

quella parte del ciel non fia mai scura!

Fortunato quel ventre, al cui bel parto

questa stella darà sorte e natura!

Felice il peregrin, felice il legno,

ché andran la terra e 'l mar sotto 'l suo segno!

Fu, dunque, d'ogni tempo il nostro intento

e di servirvi, o donne, e d'agradarvi;

or, più che mai, ciascun di noi contento

il miglior sangue suo voria sacrarvi.

Che diate al foco fiato e nudrimento

sol venìmo devoti, oggi, a pregarvi

in guisa il nostro ardor da voi si tempre,

che noi possiam languire ed arder sempre.

Non è meglio col vento de' favori

soffiar al foco, che arde, e giunger legna,

onde sian quasi eterni i nostri ardori,

poiché a sì nobil fiamma il ciel ne degna,

che far incenerir questi arsi cuori,

ond'il foco e la vita a fin ne vegna.

E dovreste agradarve d'ambo dui,

più che non fate de' tormenti altrui.

Quando questi arsi cuor cener saranno,

mercé di voi, che tai gli avrete fatti,

vostri bei volti, ch'entro a i cuor si stanno,

per man d'amor, al natural ritratti,

partecipi saran de l'altrui danno,

ché fian, co' i nostri cuori, arsi e disfatti.

Ad impetrar mercé, questo ne vaglia:

ch'almen di voi, se non d'altrui, vi caglia!

Quel vivo foco, che da voi s'accese,

per colpa vostra, dunque, non si mora.

Come son nostri petti altari e chiese,

dove vostra beltà, Donne, s'adora;

così le fiamme ne i cuor nostri accese,

inestinguibilmente ardendo ogni ora,

sian lampadi, che splendano davanti

a le sembianze de' bei volti santi.

Non siate, Donne, sì tenaci e scarse;

date de l'oglio, ond'ardan l'altrui lampe,

a ciò che possa il sagrificio farse

al sacro altar de l'onorate stampe.

Fate che 'l foco, che n'accese e arse,

ne' petti nostri d'ogni tempo avvampe;

né mai vento di sdegno, acqua d'oblio,

smorzin le fiamme, accese dal desio.

Ciascuna si disponga ad esser pia,

purché a buon tempo la pietà vi punga.

Poi che morir, ardendo, ogni un desia,

non sia la vita, più del foco, lunga,

ma l'una e l'altro insieme estinto sia;

ché dica ogni uom, che sopra 'l cener giunga,

poi che mill'anni e più sotterra giacque:

— Felice foco, onde tal cener nacque! —

Per non privar de gli altri onor il giorno,

io farò, Donne, fine e riverenza;

e, dal vostro festoso almo soggiorno

la nostra gravità presa licenza,

entreremo nel ballo, e, perché scorno,

non rechi a noi la poca esperienza,

Amor, d'ogni bella arte alto maestro,

guidi le piante a noi, gli occhi a voi, destro!