SULMALLA

By Melchiorre Cesarotti

Chi muove a passo maestoso e lento,

Al mormorar dello scorrevol rio,

Sull'erboso Lumone? Erran sul petto

Le anella della chioma: addietro il braccio

Scorgesi biancheggiar, mentr'ella in atto

Curva l'arco di caccia. A che t'aggiri,

Astro solingo in nubiloso campo?

I Giovinetti cavrioli omai

Riparano alla rupe: ah torna, o bella

Figlia dei Re: l'oscura notte hai presso.

Quest'era il fiore di Lumon, Sulmalla

Dall'azzurrino sguardo. Ella ci scorse,

E cantore inviò, che al suo convito

Gli stranieri invitasse. In mezzo ai canti,

Noi ver la sala di Gomor movemmo.

Agili tremolarono sull'arpa

Le bianche dita: fra quel suon s'udia

Sommessamente mormorar il nome

Del prence d'Ata, che lontano in guerra

Stava a prò di Gomor: ma non lontano

Era ei dall'alma innamorata; in mezzo

De' suoi pensieri ei per la notte spunta,

Spirante amore; e della vergin bella

Godea Tontena rimirar dall'alto

L'ansante petto, e l'agitate braccia.

Cessato è 'l suono delle conche; alzossi

Sulmalla, e domandonne: e donde, e dove

Drizzate il corso? che de' regi al certo

Siete voi de' mortali, alti dell'onde

Calpestatori; al portamento, agli atti

Ben lo conosco. Non ignoto, io dissi,

Lungo il rivo natio risiede il padre

Del nostro sangue: di Fingallo in Cluba

Fama suonò, germe regal, né il Cona

D'Ossian solo e d'Oscar conosce i nomi.

Forti nemici impallidir più volte

Al suon di nostra voce; e rannicchiarsi,

Posta ogni speme nella fuga. Oh! disse

La giovinetta, di Sulmalla il guardo

Più d'una volta del signor di Selma

Ferì lo scudo: ei pende d'alto, il vedi,

Della sala paterna altero fregio,

E monumento dei passati tempi,

Quando Fingallo giovinetto ancora

Sen venne a Cluba. Rintronava il bosco,

E tremava ogni core al rugghio orrendo

Del cignal di Culdarno: i più possenti

De' suoi garzoni ad atterrar la belva

Inisuna mandò; periro, e piovve

Sulle lor tombe di donzelle il pianto.

Fingal venne alla prova, ed avanzossi

Securo in vista; dall'un lato e l'altro

Trafitto rotolò sulla sua lancia

Lo spavento de' boschi, e i boschi intorno

Non più d'orror, ma risuonar di canti.

Vivid'occhio sereno avea, si dice,

L'eccelso eroe, né mai gli uscian dal labro

Voci d'orgoglio: dal suo chiaro spirto

La rimembranza di sue forti imprese

Sgombrava tosto, qual vapor errante

Dalla faccia del Sol. Segno agli sguardi

Delle vezzose vergini di Cluba

Erano i passi del campione; ei sorse

Fra i loro occulti e timidi pensieri

Gradito sogno d'affannose notti.

Ma il vento alfine alla natia sua terra

Portò l'altro straniero: ei non per tanto

Non tramontò per Inisuna intero,

Come meteora da una nube assorta.

Più d'una volta il suo valor rifulse

Nelle piagge nemiche; e la sua fama

Tornò di Cluba alla boscosa valle.

Valle or muta ed oscura; altrove è volta

La schiatta de' suoi re, Gomorre è in campo,

E 'l giovine Lormar: né soli in guerra

S'avanzan essi; una straniera luce

Brilla dappresso: il duce d'Ata è questo,

L'onor dei forti, dei stranier l'amico.

Guardando stan da' lor nebbiosi colli

Gli azzurri occhi d'Erina, or ch'è lungi

L'abitator dell'anime gentili.

Soffrite in pace; ei non è lungi indarno,

Vaghe figlie d'Erina, il braccio invitto

Mille e mille guerrier caccia e travolve,

E a sé fama procaccia e pace altrui.

Vaga donzella d'Inisuna, ignoto

Non è ad Ossian Catmor: rammento, io dissi,

Quel dì ch'ei venne nell'ondosa Itorno,

Prova a far di sua possa. Eransi scontri

In sanguigna tenzon due regi alteri,

Surandronlo, e Culgorno, atroci e torvi

Del cignal cacciatori. Ambi scontrarlo

Presso il torrente, ambi passargli il fianco

Con le lor aste: a sé ciascun del fatto

Traea la fama; arse battaglia. In giro

Spezzata lancia e d'atro sangue intrisa

Mandar d'isola in isola agli amici

De' padri lor, che gli destasse all'arme,

L'ire feroci a secondar. Catmorre

Venne a Culgormo occhi-vermiglio, ed io

Recai da Selma a Surandronlo aita.

Dall'una ripa del torrente e l'altra

Noi ci scagliammo: dirupate balze,

Fiaccate piante vi stan sopra; appresso

Due circoli di Loda eranvi, e ritta

Sta sulla cima del Poter la Pietra,

Pietra temuta; a cui di notte, in mezzo

A una rossa di foco atra corrente,

Gli spettri spaventevoli dei spirti

Scender soleano: indi frammista al rugghio

Dell'onda che precipita, s'udia

Sboccar la voce de' cantori antichi,

Che chiedean da quei spettri aita in guerra.

Io co' miei prodi trascuratamente

Mi sdraiai lungo il rivo: intorno al monte

Movea rossa la Luna: alzai di canto

Note interrotte: di mia voce il suono

Ferì Catmor, ch'ei pur giacea prosteso

Sotto una quercia nel chiaror dell'arme.

Sorge il mattino: ci spingemmo in mezzo

La folta de' guerrier: fera battaglia

Sparsesi intorno; da quel brando e questo

Cader vedeansi alternamente a terra

Mietuti capi, qual d'autunno al vento

Recisi cardi. Maestoso innanzi

Femmisi il duce; s'accozzar gli acciari.

Noi l'un dell'altro colle acute lancie

Trapassammo il brocchier; smagliati e pesti

Suonan gli usberghi; dislacciato al suolo

Caddegli l'elmo: isfavillò l'eroe

In leggiadro sembiante; i sguardi suoi,

Quasi due pure e vivide fiammelle,

Volveansi intorno graziosi e lenti.

Ben riconobbi il duce, e tosto a terra

Gittai la lancia: taciturni altrove

Noi ci volgemmo, ed appuntammo i brandi

Ad altri petti men di viver degni.

Ma fin non ebbe sì tranquillo e dolce

L'aspra zuffa dei Re: rabbioso rugghio

Mandan pugnando, qual di negri spirti

Sul vento imperversanti. Ambedue l'aste

Precipitaro furibonde a un tempo

Per mezzo i petti, e ricercarno il core.

Confitti stramazzavano; una rupe

Lor si fè sponda: l'un sull'altro inchini

Pendono i capi d'addentarsi in atto.

L'uno con man tremante afferra il crine

Dell'altro, e gli occhi ancor gravi di morte

Spirano ebrezza di vendetta e d'ira.

Su i loro scudi dal vicino balzo

Sgorgaron l'onde, e s'annegrar di sangue.

Caduti i re, cessò la pugna. Itorno

Tornò tranquilla; Ossian, dell'arpe il sire,

E 'l nobile Catmor scontrarsi in pace.

Demmo i morti alle tombe, e quindi al golfo

Ci avviammo di Runa. Ecco da lungi

Nero legno appressar, nero, ma dentro

Brilla una luce, qual di Sole un raggio

Fende di Stromlo la fumosa nebbia.

Figlia è costei di Surandronlo. Ardenti

Fuor dell'errante scompigliato crine

Tralucon gli occhi; ne biancheggia il bracco

Reggitor della lancia; or s'alza, or scende,

Candido il sen, siccome onda spumosa,

Che con alterno moto ai scogli insulta,

Bella a veder, ma minacciosa: O voi,

Ella gridò, terribili di Loda

Abitatori, o Carcaro vestito

Di pallidezza fra le nubi, o forte

Slumor che spazi nell'aeree sale,

Corcuro, o tu scompigliator dei venti;

O voi tutti accorrete, e sien per voi

Di Surandronlo i rei nemici accolti;

Che l'asta della figlia in guerra esperta

Vittime sanguinose al padre invia.

A lui dessi vendetta: egli non era

Piacevol forma di garzone imbelle,

Di dolci sguardi e molli vezzi amica.

Quand'ei l'asta afferrava, a lui d'intorno

Falconi a stormi dibattean le penne;

Che largo pasto avean dal ferro acuto,

Rivi di sangue, e cumuli di corpi.

Io son fiammella del suo foco, e spesso

Sopra i nemici divampai del padre,

Quasi meteora che risplende e strugge.

Non disattenta di Catmor le lodi

Sulmalla intese, ch'ei nel cor le stava,

Quale in piaggia arborosa ascosto foco,

Che del nembo al fischiar destasi e brilla.

La regal figlia si ritrasse alfine

Fra 'l suon de' canti suoi grato ad udirsi,

Qual dolce susurrar d'auretta estiva

Che rizza il capo ai languidetti fiori,

E 'l cheto lago vagamente increspa.

Nel riposo notturno ad Ossian venne

Sogno presago: di Tremmorre a lui

Stettesi innanzi la sformata forma.

Parea batter lo scudo in sull'ondosa

Roccia di Selma. M'avvisai ben tosto

Ch'era presso la guerra; alzomi, e prendo

Il cigolante acciar: del Sole i raggi

Fiedean Lumone; e le mie vele i venti.

Solingo raggio della notte bruna,

Meco ti sta', ch'anch'io son desto e canto.