TERNALE
Duca d'Urbino signor Guidobaldo,
Pietro Aretino, che piantaria negli orti
gli stinchi d'ogni Lutero ribaldo,
vi manda inchini, saluti e conforti
più che non son tra le ciurme aretine
capi bassi, occhi in drento e colli torti.
Intanto adora le Virtù divine
che adornon Voi come l'aprile e 'l maggio
il lor giardin le rose adamaschine,
tal che l'onore è diventato un paggio
di quei che danno a la vostra eccellenza,
a la fin del mangiar pere e formaggio.
E la Fama si reca in conscienza
se in trombeggiar di voi, Principe degno,
non dice agli altri: «Abbiate pacienza».
La Lode, rimirandovi in disegno
ritratto vivo da quel Tiziano
che fa di carne gli uomini di legno,
grida: «Io ne indormo il sofì e 'l soldano
ne le medaglie d'ariento e d'oro»,
e così detto vi bascia la mano.
La Gloria, per servare il suo decoro,
sta sempre tuttavia continuo ogni ora
coi vostri benemerti in concistoro.
La Grazia, poi che il prossimo innamora,
insino a l'Odio imbertona di voi,
a onta de la Sorte traditora.
La quale, co i briachi andari suoi,
dà i monti d'oro a certi farisei
che in obro<b>rio del ciel regnan fra noi,
et a chi non che un mondo, cinque a sei
spenderebbe in un dì, non porge tanto
che possa il grado suo tenere in piei.
Onde vi giuro pel sabato santo,
vigilia di quell'ova benedette
che metton la quaresima da canto,
che se io a le stelle maladette
ficcar potessi ne gli occhi le dita
farei or ora le vostre vendette.
Or per entrar ne la bontà infinita,
in la modestia, in l'onestade, in quella
galantaria che vi fregia la vita,
dico che il papa, quando egli è in capella
con tutto il clero di rosado apresso,
non fa di sé una mostra sì bella.
Io vado risolvendo meco stesso
che questo e quel gran maestro simiglia
uno alto, magro e disutil cipresso.
Con l'aparenza induce maraviglia
una cotale spezie di signori,
ch'è poi ne i fatti una ladra pariglia.
Sol le qualità vostre exteriori
cioè modi, costumi, atti e maniere,
paiono santi ne i lor romitori.
Spiegano a nome vostro le bandiere,
le condizioni eroiche sin dove
ser Febo accende e spegne le lumiere.
Chi ha mai visto le scarpette nove
in piedi a chi li portò sempre vecchie,
che si rincricca, contorce e commove,
overo far la ninfa tra due secchie
d'acqua fresca e brillante uno asetato,
o tra i fiadoni isvolazzar le pecchie,
vede l'animo mio amartellato
de i pregi vostri che a la cortesia
han dato, danno e daran sempre il fiato,
a fé che ella ha di voi fatto osteria,
tal che scempio sarà se non ci alloggia
come passa da Pesaro il Messia.
De i cardinali stitichi le moggia,
de i cavalieri erranti le migliaia,
come fuggisser la neve e la pioggia
corrano a casa vostra e non è baia,
scroccando in quanto al mondo a tradimento
con quella discrezion che ha il cento paia.
Benché ognun per partirsene contento
va predicando ch'è la vostra corte
come che vorrebbe essere un convento,
ivi sette non son di mala sorte,
ma brigate conformi al suo signore,
che solo a i vizii fa chiuder le porte.
Ivi gara non è, n'ivi rancore,
e come le donzelle la vergogna
tiene a stecchetto chi vi è servitore.
Non vi bazzica intorno la menzogna,
benché secondo il profeta Pasquino
è virtù dirla quando che bisogna.
Cos<t>ì non se bestemia il pane e il vino,
e in cento poste il giuoco arcighiottone
non cava altrui de la borsa un fiorino.
Costì schiava è d'ognun l'ambizione,
e la superbia ne e fumi rinvolta
è scompisciata per ogni cantone.
Costì non vanno i tabacchini in volta,
non ci han punto che fare i ganimedi;
né i buffoni ci suonano a raccolta.
Voi cacciate col fuoco e con gli spiedi
gli eretici e gli ipocriti faliti,
e guai a quel che credesse a duo ci<n>edi.
Così fussero i preti ermafroditi,
o per dir meglio i monici schiercati,
o i frati in la piatanza rimbambiti;
come sono discreti e moderati
non pure i molti vecchi cortigiani,
ma lo stuolo de i giovani soldati.
I Giorgi, i Capellaci et i Graziani
non vi rompano il capo giorneando
con la creanza de i napolitani.
De i vertuosi voi sète al comando,
parlo de i rari in ogni facultade,
che con lo ingegno non vanno anfanando.
Per la qual cosa la cristianitade
devrebbe in tutte quante le sue chiese
canonizar la vostra deitade.
È obligato almen sei volte il mese
arder gli incensi e acender le candele
in vostro onor tutto il vostro paese,
perché formar di zuccaro e di mele
non potrebbe un signor che vi aguagliasse,
né l'esser senza tosco e senza fele.
Voi non avete i suoi beni in le casse,
perché di mercanzie e di gabelle
guadagno non fu mai che vi tentasse.
Ma queste burle son frasche e novelle,
a petto ariguardagli come fate
le figliole, le mogli e le sorelle.
Facende ne i monarchi innusitate
per bontà di Cupido traforello,
che vòl che asaggi ogni suora l'abate.
Forse che mo' a questo e mo' a quello,
per beccar suso i crediti e i contanti,
cogliete la cagion del petrosello.
Con ceffo arcigno affermano i pedanti
che ne le lettre latine e in le greche
fate i più dotti parere ignoranti.
Io mi stupisco d'alcune cibeche,
che udendo il vostro musical concento,
non corrano a brusciar le lor ribeche.
Benché tali opre son per ornamento
de la nobiltà vostra, poetessa
per gentilezza d'intertenimento,
che sol la valentigia è principessa
del corazzon di voi e la prudenza
gemini ha fatto seco di se stessa.
Però la viniziana omnipotenza,
tanta amica di Dio che al fin del mondo
restarà ne la sua magnificenza,
con un favore a nullo altro secondo,
con una pompa inusitata e nova,
con un piacer mirabile e giocondo
dal Dusi, che può star con Giove a prova,
in presenzia al santissimo Senato,
dal qual par che giustizia e grazia piova,
dar fece a voi in San Marco, adobbato
di più eroi che non si vidder quando
il divo imperador fu coronato,
dare a voi fece come al suo Orlando
lo stendardo e 'l baston di Generale,
trombe, tamburi e campane sonando.
E poi che il sacerdozio pastorale
cantò in vostro pro le letanie,
con applauso excorde, in su le gale,
il popolo faceva le pazzie
nel correre a vedervi in processione
im–mezo a i padri de le monarchie.
Una reliquia di riputazione
paravate in voi stesso e ne le gemme
il candelabro bel di Salamone.
Vedendovi un che andò in Girusalemme
disse: «Il gran cerchio c'ha il buon Duca al collo
al mio stentar faria smaltir le flemme».
Certo in quel col testimon d'Apollo,
tutta questa città quanto a l'affetto
con l'anima e col cor portovvi in collo.
Montando in buccentor più giù che il petto
scappar le Dee di questo mare magno,
sonò Triton di flauto e di cornetto.
Vi si diede Neptuno per compagno
sino a la riva del vostro palazzo,
e di poi si tuffò nel proprio stagno.
Il vescovo Turpin mi pare un pazzo
nel frappar de la Tavola ritonda,
du' non poteva ber pure un ragazzo,
imperò che la gola furibonda
de i doci franciosi masnadieri
ogni cosa faceva e netta e monda.
Lunga la devea far don imperieri
aciò come a la vostra ci mangiasse
uno essercito e più di cavalieri.
Da che Marte se fe' pagar le tasse
da casa d'altri come da la nostra,
non si udì mai che in extasi egli andasse.
Ma ci andò ben quando l'altezza vostra
con sì superba e sì real bravura
comparse aurato a la stupenda mostra.
Rapresentando in l'antica armadura
Cesare omo da ben, del qual di cui
ebbe già il mondo una matta paura.
Onde stragiura costui e colui
che al tempo di noi non s'è veduto
né ancora sentito né l'altrui,
sì belle genti in livree di velluto
così bene a caval, sì bene armate
e con cera ciascun di Ferraguto,
benché tra gli altri voi simigliavate,
facendo far miracoli al destriero,
il vincitor di tutte le giornate.
E sarà più che certo e più che vero
venga pur via madama Occasione
in grado e in gloria del veneto impero.
Ma per che sète di Giesù campione
Paolo terzo, Pastor de i Pastori,
vi ha mandato a Verona lo spadone,
che a i re dassi et agli imperadori
perché la fede e la religione
difendin da le man de i traditori.
Ora io conchiudo, dolce mio padrone,
che s'una cosa che vi manca aveste,
vi adorerebbon tutte le persone.
Se qualche volta un pochettin poneste
a chi 'l merta la destra in su la spalla,
o passando oltra un ghigno gli faceste,
il nome vostro restarebbe a galla
sopra di qual si voglia mezo iddio,
e nel giocar coi secoli a la palla
ricordo ne faria sino a l'oblio.