TERZA PARTE

By Leonardo Dati

Eccomi, i' son qui dea degli amici,

quella qual tutti gli uomini solete

mordere e falso fuggitiva dirli;

or la volete.

Eccomi. E già del solio superno

scesa, cercavo loco tra la gente,

pront'a star con chi per amor volesse

darne recetto.

Vennine prima in casa de' patrizi

principi, donde una maligna coppia

fammisi contro, a simili palagi

degna famiglia:

Livore è l'uno, macilento, tristo,

cinto con serpi e d'odî coperto;

Falsitas l'altra. E: «Dea fraudolenta!

— gridan ver me —

O dea plebea animosa troppo,

della mortale spezie nemica,

ché vai errando, petulante scurra?

Donde rigiri?

Qual tuo t'ha mo' scellerato fatto

spinta dal cielo e relegata d'indi,

in tua forma e in varî colori

credula troppo?

Imperò quelli subito cadranno»

Dissono; e, pregni gli animi minaci,

Livore accolse brago; nel mio viso

tutto lo 'nvolse.

L'altra malvagia e maladetta diva

peggio mi fece; fremitando, colle

mane e denti la mia trezza ruppe,

l'aurea trezza.

Fuggomi verso il loco di coloro

che la Fortuna ha rilevato ricchi,

tal che, veggendo gli aditi patenti,

dentro ricorsi,

perch'io cresi dove si governa

tanta vil turba stolida, imperita,

essere almanco dove ricrearmi

diva, potessi.

Ma il mio pensiero nichilato manca,

perché l'insulsa e tumida astritrice

Pompa ed insieme stomacoso Lusso

stavano dentro.

Troppo prolisso riferir sarebbe

l'impî strazi ch'io lì sofersi,

impî, e, certo meritando onore,

troppo molesti.

Ambo calcaron la mia fronte bella

con piedi lerci ,

, ch'io mal potesse

fiacca ritrarmi.

Tolsimi, benché grave, tutta d'indi,

tutta languente; e, per aver quïete,

volta' lì verso dove stanza aveva

un duce d'armi.

Drizzomi, e venni celerata molto,

come chi vien dal mare ad alta ripa,

per ritrovarsi dove posta avessi

tutta la speme.

Prima ch'arrivi, subito due aspre

orride facce, Cura e Insolenza,

verso me piene d'animo feroce

sfrullano sassi.

Se mai insulto stupefé nimico

debile, incauto, dove fosse solo

fattoli, così resupina caddi

per lo pavento.

Voltâmi in questo dove sta la gente

solo che 'ntende a cumular moneta,

perché non spera via di potersi

nobilitare.

Quivi in sul soglio è deo Pluto, quale

blando m'alletta, cupido levarmi

forse da dosso la mia bella vesta.

Vadone pure.

Come d'entrarvi il piede dentro rizzo,

ecco Sospetto, deo rusticale,

l'occhio volteggia vigilante, e in me

sbatte la porta.

Sclusa, pur cerco ospizio, pregando,

piccolo e grande e medïocre per le

publiche piazze, peregrina d'ogni

soave ricetto.

Ma il deo Indoctus, populare alunno,

standosi in mezzo il popular tomulto,

molto mi sbeffa, seguitando seco

tutta la turba,

sì che m'intano quasi con rubore

presso d'alcun del gregge delli amanti,

l'ozio d'arti celebri, o studenti

del gregge vostro.

Dentro Paupertas, dea molto acerba,

come lo scettro imperïal tenesse,

fissa mi grida: «O dea inutile, esci,

escine tosto!

Tempo non è qui la tua atte vagli,

né 'l tuo sdegnoso animo potrebbe

col deo Mendax abitare, qual è

nostro governa.

Quel dare il vieto suole; quel beato

rende chi in finger segue le sue fraudi.

Chi segue ingegno buono e arte retta

subito perisce».

Poi che da tutti gli uomini infugata,

poi che schernita a popular tomulto

vidimi, strinsi gli omeri e salinne

donde ero scesa.

Ora, sentendo l'odïerna fama

torno, né fuggo l'abitare in la terra,

sicché, se qui me rimaner volete,

lieta rimango,

pur che con meco, mia cara famiglia,

Grazia ardente e Fede candidata,

possano star, qual, dove son ricette,

portano pace.

Da voi solo per mio sagro censo

purità voglio. Rifarovvi amore,

gaudio, laude e bene sempiterno.

State beati.