TERZA PARTE
Eccomi, i' son qui dea degli amici,
quella qual tutti gli uomini solete
mordere e falso fuggitiva dirli;
or la volete.
Eccomi. E già del solio superno
scesa, cercavo loco tra la gente,
pront'a star con chi per amor volesse
darne recetto.
Vennine prima in casa de' patrizi
principi, donde una maligna coppia
fammisi contro, a simili palagi
degna famiglia:
Livore è l'uno, macilento, tristo,
cinto con serpi e d'odî coperto;
Falsitas l'altra. E: «Dea fraudolenta!
— gridan ver me —
O dea plebea animosa troppo,
della mortale spezie nemica,
ché vai errando, petulante scurra?
Donde rigiri?
Qual tuo t'ha mo' scellerato fatto
spinta dal cielo e relegata d'indi,
in tua forma e in varî colori
credula troppo?
Imperò quelli subito cadranno»
Dissono; e, pregni gli animi minaci,
Livore accolse brago; nel mio viso
tutto lo 'nvolse.
L'altra malvagia e maladetta diva
peggio mi fece; fremitando, colle
mane e denti la mia trezza ruppe,
l'aurea trezza.
Fuggomi verso il loco di coloro
che la Fortuna ha rilevato ricchi,
tal che, veggendo gli aditi patenti,
dentro ricorsi,
perch'io cresi dove si governa
tanta vil turba stolida, imperita,
essere almanco dove ricrearmi
diva, potessi.
Ma il mio pensiero nichilato manca,
perché l'insulsa e tumida astritrice
Pompa ed insieme stomacoso Lusso
stavano dentro.
Troppo prolisso riferir sarebbe
l'impî strazi ch'io lì sofersi,
impî, e, certo meritando onore,
troppo molesti.
Ambo calcaron la mia fronte bella
con piedi lerci ,
, ch'io mal potesse
fiacca ritrarmi.
Tolsimi, benché grave, tutta d'indi,
tutta languente; e, per aver quïete,
volta' lì verso dove stanza aveva
un duce d'armi.
Drizzomi, e venni celerata molto,
come chi vien dal mare ad alta ripa,
per ritrovarsi dove posta avessi
tutta la speme.
Prima ch'arrivi, subito due aspre
orride facce, Cura e Insolenza,
verso me piene d'animo feroce
sfrullano sassi.
Se mai insulto stupefé nimico
debile, incauto, dove fosse solo
fattoli, così resupina caddi
per lo pavento.
Voltâmi in questo dove sta la gente
solo che 'ntende a cumular moneta,
perché non spera via di potersi
nobilitare.
Quivi in sul soglio è deo Pluto, quale
blando m'alletta, cupido levarmi
forse da dosso la mia bella vesta.
Vadone pure.
Come d'entrarvi il piede dentro rizzo,
ecco Sospetto, deo rusticale,
l'occhio volteggia vigilante, e in me
sbatte la porta.
Sclusa, pur cerco ospizio, pregando,
piccolo e grande e medïocre per le
publiche piazze, peregrina d'ogni
soave ricetto.
Ma il deo Indoctus, populare alunno,
standosi in mezzo il popular tomulto,
molto mi sbeffa, seguitando seco
tutta la turba,
sì che m'intano quasi con rubore
presso d'alcun del gregge delli amanti,
l'ozio d'arti celebri, o studenti
del gregge vostro.
Dentro Paupertas, dea molto acerba,
come lo scettro imperïal tenesse,
fissa mi grida: «O dea inutile, esci,
escine tosto!
Tempo non è qui la tua atte vagli,
né 'l tuo sdegnoso animo potrebbe
col deo Mendax abitare, qual è
nostro governa.
Quel dare il vieto suole; quel beato
rende chi in finger segue le sue fraudi.
Chi segue ingegno buono e arte retta
subito perisce».
Poi che da tutti gli uomini infugata,
poi che schernita a popular tomulto
vidimi, strinsi gli omeri e salinne
donde ero scesa.
Ora, sentendo l'odïerna fama
torno, né fuggo l'abitare in la terra,
sicché, se qui me rimaner volete,
lieta rimango,
pur che con meco, mia cara famiglia,
Grazia ardente e Fede candidata,
possano star, qual, dove son ricette,
portano pace.
Da voi solo per mio sagro censo
purità voglio. Rifarovvi amore,
gaudio, laude e bene sempiterno.
State beati.