TETI E PELÈO
Se d'Erato la lira
Sensi d'amor m'inspira,
Se il tragico coturno oggi abbandono,
Melpomene, perdono. A te, lo sai,
Tutti donai fin ora
Sin dalla prima aurora i giorni miei;
Ma i reali imenei,
Che in rispettoso velo
Oggi ravvolti a celebrar m'affretto,
Non soffrono l'aspetto
Di procellose cure,
Di lagrime, d'affanni e di sventure.
Deh, tu da lungi almeno
Assisti il tuo fedel: son troppo avvezzi
Fra i lampi del tuo ciglio
A infiammarsi d'ardire i miei pensieri.
Ah de' tuoi sguardi alteri
Se m'involi l'aiuto,
Se non veggo il mio nume, io son perduto.
Presso alla chiara foce
Del fecondo Penéo, che adorna a gara
Coi zefiri cultori
D'erbe sempre e di fiori
Del tessalo terren l'eterno aprile;
Dall'atterrar le belve
Delle vicine selve un giorno stanco
Posava il molle fianco; e al mormorio
Del fiume che con l'onde
Del mar le sue confonde,
E al vaneggiar che alletta
D'una soave auretta, e all'ombra amica
D'un ospitale alloro
Il giovane Peléo prendea ristoro.
Solitario ei non era,
Benché la folta schiera
De' fidi suoi seguaci
Rispettasse lontana il suo riposo:
Ché Amore insidioso,
cercando il destro istante
Di far quell'alma amante, e vendicarsi
Del suo nume sprezzato,
Lo segue occulto, e gli sta sempre a lato.
Mal tollera il superbo
Che il giovanetto eroe di Marte all'ire
Gli ozi posponga e le amorose paci:
Che dagli impeti audaci
Spinto del regio cor, con l'elmo in fronte
Ora a sfidar s'esponga
De' Centauri i furori,
Corra or sul Fasi a meritarsi allori.
E fremea vergognoso
Che altri potesse dir che non avesse
Fra tante belle e tante
Tutto il regno d'Amore
Beltà bastante ad annodar quel core.
Quando su la vicina
Tranquilla onda marina ecco da lungi
Vaga schiera e festiva,
Ecco vede apparir. Scorrea ridente
Dell'impero materno i salsi umori
Per diporto in quel dì Tetide bella,
Della divina Dori eccelsa figlia.
Di lucida conchiglia
Sedeva in grembo, e del biforme armento
Due squammosi corsieri
Regolato da lei mordeano il freno.
Dagli omeri e dal seno
Sino al piè le scendea ceruleo ammanto:
Tra i fior, che il primo vanto
Son delle ondose valli,
Fra le perle e i coralli
Del crin parte è raccolto:
Inanellato e sciolto
Parte s'increspa; e l'annodato in fronte
Cadente vel, che delle nevi alpine
Col bel candor gareggia,
Si solleva nel corso, e a tergo ondeggia.
Sul liquido elemento
Fra cento Ninfe e cento
Tal ne venìa la bella diva, e tutto,
Mentre ella viene, il nume suo risente.
Si fa l'aria ridente, il ciel sfavilla
D'insolito splendore: il mare istesso,
Che di tanta bellezza esulta adorno,
Rotto susurra e le biancheggia intorno.
Bello è il veder di tante
Sue vezzose seguaci
Gli allegri scherzi. I docili delfini
Quelle addestrano al morso;
Queste sfidansi al corso: i fiori invola
Una alla sua compagna: una all'amica,
Ad altro oggetto intenta,
Spruzza d'onda improvvisa il volto, il seno:
Tutte cantan scherzando,
Tutte scherzan cantando
In concorde armonia. Fa il suon lontano
Delle buccine torte
De' forieri Tritoni
Rauco tenore alle lor voci: e intanto
A quel suono, a quel canto
Dagli antri e dalle sponde
L'ascosa imitatrice Eco risponde.
Ai tumulti festivi,
Che già presso alle arene a Teti intorno
Fan più l'aria sonar, Peléo si volse:
La vide: istupidì. La vide Amore,
Ed esclamò contento:
‘Ecco del mio trionfo, ecco il momento.’
Né 'l disse in van: ma in fretta
Elegge aurea saetta;
Vola alla dea sul ciglio; e quindi, acceso
Della fiamma immortale
D'uno sguardo di lei, scoccò lo strale.
Alla vista gradita,
Alla dolce ferita
Chi può dir qual divenne
Il sorpreso Peléo? Si sente in petto
Meraviglia, rispetto,
Tenerezza, desio, timore e speme,
Tutti confusi insieme: e tutti esprime
Nel medesimo istante
Negli atti, negli sguardi e nel sembiante.
Non so nel gran momento
Quai fosser gl'improvvisi
Nell'alma della dea moti primieri:
Ma il fren de' suoi pensieri
Se in man d'Amore al par di lui non lassa,
So che in atto cortese il guarda, e passa.
Alla materna reggia in grembo all'onde
Pensosa ella ritorna: egli col guardo
Fin che può l'accompagna; e par che voglia
Per le contese strade
Mover del mare a seguitarla il piede.
Alla real sua sede
Al fin si volge a tardo passo; e chiuso
In solitaria cella
S'invola agli occhi altrui:
Ma le cure d'Amor restan con lui.
Il pargoletto arciero,
Ebro intanto di gloria e impaziente
Di pubblicar le sue vittorie, a volo
Verso l'astro materno
Per dirle a Citerea s'affretta; e a quanti
Numi incontra per via narra i suoi vanti.
Da lungi a pena egli la scopre, e grida
Da lungi ancor: ‘Madre, ah di mirti e rose,
Bella madre, ah mi cingi!’ e al collo intanto
Delle tenere braccia
Le fa catena; in mille baci e mille
Il suo piacer diffonde:
Co' baci il dir confonde: un solo istante
Loco non serba: a vaneggiarle intorno
Spesso si scosta; e a ribaciarle spesso
Or la mano, or la fronte ed or le gote
Rivola in dolce errore
Qual ape in sul mattin di fiore in fiore.
Da quel tronco parlar, da quei confusi
Impeti di piacer Venere il vero
Mal distinguer poteva, e impaziente
Cominciava a sdegnarsi: allor che un vivo
Nuovo splendor lo sdegno suo sospese:
Splendore onde la stella
Della madre d'Amor parve più bella.
Sovra lucida nube
La germana di Giove,
Della terra e del ciel l'antica figlia,
Terni, venìa. Le signoreggia in viso
Maestosa bellezza: in bianca è avvolta
E luminosa spoglia
Fin del piè sul confine;
Ha in man lo scettro, ha coronato il crine.
Questa è la dea da cui
Già Pirra un dì del desolato apprese
Sommerso mondo a riparare i danni.
Della ragion, del giusto
Questa è la dea custode. A lei presente
È quanto avvenne; e nel recesso oscuro
Del nascosto destin vede il futuro.
Di lei fin dalle fasce
Fu la divina Dori
Sempre amica e compagna. Un sol disegno
Senza lei non matura;
E negli avversi e ne' felici eventi,
Fra le gioie e i perigli,
Tutti con lei divide i suoi consigli.
Ad inchinarsi al nume
Temuto in terra e venerato in cielo
Moveano il piè la genitrice e il figlio;
Ma lor Temi prevenne, e: ‘Meco a Dori
Affrettatevi,’ disse; ‘oggi Imeneo
Di Teti e di Peléo
Il nodo stringerà: nodo che in Cielo
Già da' secoli innanzi
Si decretò. Tu de' decreti eterni
Ignaro esecutore, Amor, vibrasti
Lo stral felice: e tanto onor ti basti.
Non più dimora: al talamo reale
Condur la sposa è nostro peso. In moto
Tutte già son le sfere: andiamo.’ Al cenno
Ubbidienti e lieti,
Occupa Citerea di Temi al fianco
La nuvolosa sede;
Amor spiega le penne, e lor precede.
Così fra stella e stella
Scorre la nube e verso il mar declina.
Giunta dove confina
Con l'onda il ciel, questa nel sen diviso
Le dive accoglie: e l'inquieto arciero,
Che in pace alcun non lassa,
Va turbando, ove passa
Per quei soggiorni algosi,
Ai muti abitatori i lor riposi.
Della sua reggia augusta
Fin su la soglia ad incontrar lor venne
Dori, che gli attendea. Lo stuol dell'altre
Marine dèe tutto era seco, e solo
Tetide non trovossi in quello stuolo.
Citerea ne richiede:
Volan le ninfe ad afrettarla; alcuna
Rinvenirla non sa: ma le ravvolte
Recondite dimore
Tanto cercò, che la rinvenne Amore.
Un breve istante sol veduto avea
La donzella immortal posar Peléo
Su la tessala sponda a un lauro appresso;
E sempre in mente impresso
Portò da quell'istante
Quel lauro, quella sponda e quel sembiante
Ella, che non intende
A quai dolci legami
L'ha destinata il Ciel, se stessa ammira:
Non sa perché s'aggira
Così sola e pensosa, e che l'invoglia
Dalle compagne a separarsi tanto.
Vuol sedursi col canto: ai voli usati
Spinge la voce; e poi
L'arresta in mezzo all'intrapreso impegno.
L'armonioso legno
Tenta animar con dotta man: ma lascia
Presto immobili e muti
Gli avvivati da lei tasti sonori.
Ai pennelli, ai colori
Ricorre al fine: e d'un cristallo amico
Col consiglio fedel, la propria immago
Intraprende a formar. Fu questa sola,
E non senza de' Fati alto disegno,
L'opra in cui si fermò. L'opra a tal segno
Giunta era già, che contendea col vero;
Quando Amor la rinvenne, e all'altre dive
Tacito la scoperse. Ei, che di tutto
Sa far uso a suo pro, cheto e leggiero
A lei s'appressa: a lei
La bella immago inaspettato invola:
E librato su l'ali:
‘Addio, Teti,’ le dice: ‘io parto, e reco
Al tuo sposo Peléo pegno sì caro.’
Al furto, ai detti, al comparirle intorno
Le tre dive improvvise,
Teti arrossì sorpresa, Amor ne rise.
Ne rise Amore: e come
Suol da nube che s'apre
Uscir del sol rapido un raggio; o come
Parte e giunge un pensier; vola e si trova
Su le tessale arene. Attorno intanto
Alla lieta e confusa
Novella sposa, a dolce cura intese,
L'ornan le dive a prova. A lei compone
Questa il vel, quella il manto: auree maniglie
Una alle braccia, una al bel collo avvolge
Prezioso monil. L'istessa Dori
Co' più rari tesori, onde son chiare
L'indiche rupi e l'eritree maremme,
Di propria man fa scintillarle il crine:
Né sì presto al suo fine
La bell'opra giungea; ma già i celesti
Geni ministri aveano al gran tragitto
Tutto apprestato; il radunato stuolo
Già degli dèi maggiori
La partenza affrettava; onde a gran pena
Dall'amorosa gara,
Che pregio aggiunge alla beltà con l'arte,
Si stacca al fin l'inclita schiera, e parte.
Ozioso in Tessaglia
Non era intanto stato
Il precursore alato. ‘Ecco di Teti’,
Dice giunto a Peléo, ‘la vera immago
Espressa di sua man. Fra pochi istanti
Qui tua sposa verrà.’ Con tal novella,
Con dono tale all'inquieto, al vivo
Ardor che già lo strugge
Gli aggiunge in sen novelle fiamme, e fugge.
Del nuvoloso Olimpo,
Del Pelio ombroso, e di Larissa e Pindo
Le contrade trascorre. Eccita e chiama
Tutte ai grandi imenei
Le agresti deità. Corrono a schiere
I Fauni, gli Egipani,
I Satiri, i Silvani: il crin stillanti
Le Naiadi all'invito
Sorgon da' fonti lor: gli alpestri alberghi
Lascian le Oreadi: e le natie cortecce
Le Driadi e le Napee. Tutto respira,
Tutto gioia ed amor; tutto risuona
D'applausi e voti; e fra il romor di questa
Allegrezza festiva
Sentesi replicar: ‘La sposa arriva.’
Venne: e quai fur de' fortunati amanti
L'alme, i cori, i sembianti
Al nuovo incontro, ove il mio stil credessi
Abile a riferir come conviensi,
Temerario sarei: chi amò lo pensi.
Ognun la coppia eletta
Ad ammirar s'affretta,
S'affretta ad onorar. L'un l'altro preme:
Questo a quello gli addita; in lui chi trova
Marte ed Amor; chi riconosce in lei
Pallade e Citerea. Mentre di tante
Benché sommesse e rispettose voci
Formasi il suon che s'ode
Se agitate dal vento in vasta selva
Romoreggian le foglie, ecco dall'alto,
Da insolito balen precorso, un tuono
A sinistra rimbomba. Il ciel diviso
Scopre il fulgor delle rotanti sfere:
E per l'aria, che intorno
Di nuovi raggi a quel fulgor s'accende,
Il re de' numi in maestà discende.
Muto ogni labbro; immoti
Restan su l'ali i venti; è cheta ogni onda;
Non si scuote una fronda;
Non si ascolta un respiro; e in mezzo a questo
Silenzio universal, ne' fidi amanti,
Che in Ciel le luci han fisse,
Giove il guardo fermò, sorrise e disse:
‘Giunse il gran dì segnato
Ne' volumi del Fato. Oggi di nuovo
Due celesti sorgenti
Confonderan le insieme
Già confuse altre volte onde immortali.
Ed a se stesse eguali
Sempre a pro scorreranno
Della presente e delle età future
Benefiche, tranquille, illustri e pure.
Stringi il nodo felice:
È già tempo, Imeneo. L'Amor, la Fede,
La Concordia, il Piacer rendano a gara
Fra lieti oggetti i giorni lor ridenti.
Tu, de' prosperi eventi
Dispensatrice dea, veglia, ma priva
Delle incostanze tue, lor sempre accanto.
E tu, Venere, intanto
Di feconde scintille
Spargi il talamo augusto: e nasca Achille.’