TETI E PELÈO

By Pietro Metastasio

Se d'Erato la lira

Sensi d'amor m'inspira,

Se il tragico coturno oggi abbandono,

Melpomene, perdono. A te, lo sai,

Tutti donai fin ora

Sin dalla prima aurora i giorni miei;

Ma i reali imenei,

Che in rispettoso velo

Oggi ravvolti a celebrar m'affretto,

Non soffrono l'aspetto

Di procellose cure,

Di lagrime, d'affanni e di sventure.

Deh, tu da lungi almeno

Assisti il tuo fedel: son troppo avvezzi

Fra i lampi del tuo ciglio

A infiammarsi d'ardire i miei pensieri.

Ah de' tuoi sguardi alteri

Se m'involi l'aiuto,

Se non veggo il mio nume, io son perduto.

Presso alla chiara foce

Del fecondo Penéo, che adorna a gara

Coi zefiri cultori

D'erbe sempre e di fiori

Del tessalo terren l'eterno aprile;

Dall'atterrar le belve

Delle vicine selve un giorno stanco

Posava il molle fianco; e al mormorio

Del fiume che con l'onde

Del mar le sue confonde,

E al vaneggiar che alletta

D'una soave auretta, e all'ombra amica

D'un ospitale alloro

Il giovane Peléo prendea ristoro.

Solitario ei non era,

Benché la folta schiera

De' fidi suoi seguaci

Rispettasse lontana il suo riposo:

Ché Amore insidioso,

cercando il destro istante

Di far quell'alma amante, e vendicarsi

Del suo nume sprezzato,

Lo segue occulto, e gli sta sempre a lato.

Mal tollera il superbo

Che il giovanetto eroe di Marte all'ire

Gli ozi posponga e le amorose paci:

Che dagli impeti audaci

Spinto del regio cor, con l'elmo in fronte

Ora a sfidar s'esponga

De' Centauri i furori,

Corra or sul Fasi a meritarsi allori.

E fremea vergognoso

Che altri potesse dir che non avesse

Fra tante belle e tante

Tutto il regno d'Amore

Beltà bastante ad annodar quel core.

Quando su la vicina

Tranquilla onda marina ecco da lungi

Vaga schiera e festiva,

Ecco vede apparir. Scorrea ridente

Dell'impero materno i salsi umori

Per diporto in quel dì Tetide bella,

Della divina Dori eccelsa figlia.

Di lucida conchiglia

Sedeva in grembo, e del biforme armento

Due squammosi corsieri

Regolato da lei mordeano il freno.

Dagli omeri e dal seno

Sino al piè le scendea ceruleo ammanto:

Tra i fior, che il primo vanto

Son delle ondose valli,

Fra le perle e i coralli

Del crin parte è raccolto:

Inanellato e sciolto

Parte s'increspa; e l'annodato in fronte

Cadente vel, che delle nevi alpine

Col bel candor gareggia,

Si solleva nel corso, e a tergo ondeggia.

Sul liquido elemento

Fra cento Ninfe e cento

Tal ne venìa la bella diva, e tutto,

Mentre ella viene, il nume suo risente.

Si fa l'aria ridente, il ciel sfavilla

D'insolito splendore: il mare istesso,

Che di tanta bellezza esulta adorno,

Rotto susurra e le biancheggia intorno.

Bello è il veder di tante

Sue vezzose seguaci

Gli allegri scherzi. I docili delfini

Quelle addestrano al morso;

Queste sfidansi al corso: i fiori invola

Una alla sua compagna: una all'amica,

Ad altro oggetto intenta,

Spruzza d'onda improvvisa il volto, il seno:

Tutte cantan scherzando,

Tutte scherzan cantando

In concorde armonia. Fa il suon lontano

Delle buccine torte

De' forieri Tritoni

Rauco tenore alle lor voci: e intanto

A quel suono, a quel canto

Dagli antri e dalle sponde

L'ascosa imitatrice Eco risponde.

Ai tumulti festivi,

Che già presso alle arene a Teti intorno

Fan più l'aria sonar, Peléo si volse:

La vide: istupidì. La vide Amore,

Ed esclamò contento:

‘Ecco del mio trionfo, ecco il momento.’

Né 'l disse in van: ma in fretta

Elegge aurea saetta;

Vola alla dea sul ciglio; e quindi, acceso

Della fiamma immortale

D'uno sguardo di lei, scoccò lo strale.

Alla vista gradita,

Alla dolce ferita

Chi può dir qual divenne

Il sorpreso Peléo? Si sente in petto

Meraviglia, rispetto,

Tenerezza, desio, timore e speme,

Tutti confusi insieme: e tutti esprime

Nel medesimo istante

Negli atti, negli sguardi e nel sembiante.

Non so nel gran momento

Quai fosser gl'improvvisi

Nell'alma della dea moti primieri:

Ma il fren de' suoi pensieri

Se in man d'Amore al par di lui non lassa,

So che in atto cortese il guarda, e passa.

Alla materna reggia in grembo all'onde

Pensosa ella ritorna: egli col guardo

Fin che può l'accompagna; e par che voglia

Per le contese strade

Mover del mare a seguitarla il piede.

Alla real sua sede

Al fin si volge a tardo passo; e chiuso

In solitaria cella

S'invola agli occhi altrui:

Ma le cure d'Amor restan con lui.

Il pargoletto arciero,

Ebro intanto di gloria e impaziente

Di pubblicar le sue vittorie, a volo

Verso l'astro materno

Per dirle a Citerea s'affretta; e a quanti

Numi incontra per via narra i suoi vanti.

Da lungi a pena egli la scopre, e grida

Da lungi ancor: ‘Madre, ah di mirti e rose,

Bella madre, ah mi cingi!’ e al collo intanto

Delle tenere braccia

Le fa catena; in mille baci e mille

Il suo piacer diffonde:

Co' baci il dir confonde: un solo istante

Loco non serba: a vaneggiarle intorno

Spesso si scosta; e a ribaciarle spesso

Or la mano, or la fronte ed or le gote

Rivola in dolce errore

Qual ape in sul mattin di fiore in fiore.

Da quel tronco parlar, da quei confusi

Impeti di piacer Venere il vero

Mal distinguer poteva, e impaziente

Cominciava a sdegnarsi: allor che un vivo

Nuovo splendor lo sdegno suo sospese:

Splendore onde la stella

Della madre d'Amor parve più bella.

Sovra lucida nube

La germana di Giove,

Della terra e del ciel l'antica figlia,

Terni, venìa. Le signoreggia in viso

Maestosa bellezza: in bianca è avvolta

E luminosa spoglia

Fin del piè sul confine;

Ha in man lo scettro, ha coronato il crine.

Questa è la dea da cui

Già Pirra un dì del desolato apprese

Sommerso mondo a riparare i danni.

Della ragion, del giusto

Questa è la dea custode. A lei presente

È quanto avvenne; e nel recesso oscuro

Del nascosto destin vede il futuro.

Di lei fin dalle fasce

Fu la divina Dori

Sempre amica e compagna. Un sol disegno

Senza lei non matura;

E negli avversi e ne' felici eventi,

Fra le gioie e i perigli,

Tutti con lei divide i suoi consigli.

Ad inchinarsi al nume

Temuto in terra e venerato in cielo

Moveano il piè la genitrice e il figlio;

Ma lor Temi prevenne, e: ‘Meco a Dori

Affrettatevi,’ disse; ‘oggi Imeneo

Di Teti e di Peléo

Il nodo stringerà: nodo che in Cielo

Già da' secoli innanzi

Si decretò. Tu de' decreti eterni

Ignaro esecutore, Amor, vibrasti

Lo stral felice: e tanto onor ti basti.

Non più dimora: al talamo reale

Condur la sposa è nostro peso. In moto

Tutte già son le sfere: andiamo.’ Al cenno

Ubbidienti e lieti,

Occupa Citerea di Temi al fianco

La nuvolosa sede;

Amor spiega le penne, e lor precede.

Così fra stella e stella

Scorre la nube e verso il mar declina.

Giunta dove confina

Con l'onda il ciel, questa nel sen diviso

Le dive accoglie: e l'inquieto arciero,

Che in pace alcun non lassa,

Va turbando, ove passa

Per quei soggiorni algosi,

Ai muti abitatori i lor riposi.

Della sua reggia augusta

Fin su la soglia ad incontrar lor venne

Dori, che gli attendea. Lo stuol dell'altre

Marine dèe tutto era seco, e solo

Tetide non trovossi in quello stuolo.

Citerea ne richiede:

Volan le ninfe ad afrettarla; alcuna

Rinvenirla non sa: ma le ravvolte

Recondite dimore

Tanto cercò, che la rinvenne Amore.

Un breve istante sol veduto avea

La donzella immortal posar Peléo

Su la tessala sponda a un lauro appresso;

E sempre in mente impresso

Portò da quell'istante

Quel lauro, quella sponda e quel sembiante

Ella, che non intende

A quai dolci legami

L'ha destinata il Ciel, se stessa ammira:

Non sa perché s'aggira

Così sola e pensosa, e che l'invoglia

Dalle compagne a separarsi tanto.

Vuol sedursi col canto: ai voli usati

Spinge la voce; e poi

L'arresta in mezzo all'intrapreso impegno.

L'armonioso legno

Tenta animar con dotta man: ma lascia

Presto immobili e muti

Gli avvivati da lei tasti sonori.

Ai pennelli, ai colori

Ricorre al fine: e d'un cristallo amico

Col consiglio fedel, la propria immago

Intraprende a formar. Fu questa sola,

E non senza de' Fati alto disegno,

L'opra in cui si fermò. L'opra a tal segno

Giunta era già, che contendea col vero;

Quando Amor la rinvenne, e all'altre dive

Tacito la scoperse. Ei, che di tutto

Sa far uso a suo pro, cheto e leggiero

A lei s'appressa: a lei

La bella immago inaspettato invola:

E librato su l'ali:

‘Addio, Teti,’ le dice: ‘io parto, e reco

Al tuo sposo Peléo pegno sì caro.’

Al furto, ai detti, al comparirle intorno

Le tre dive improvvise,

Teti arrossì sorpresa, Amor ne rise.

Ne rise Amore: e come

Suol da nube che s'apre

Uscir del sol rapido un raggio; o come

Parte e giunge un pensier; vola e si trova

Su le tessale arene. Attorno intanto

Alla lieta e confusa

Novella sposa, a dolce cura intese,

L'ornan le dive a prova. A lei compone

Questa il vel, quella il manto: auree maniglie

Una alle braccia, una al bel collo avvolge

Prezioso monil. L'istessa Dori

Co' più rari tesori, onde son chiare

L'indiche rupi e l'eritree maremme,

Di propria man fa scintillarle il crine:

Né sì presto al suo fine

La bell'opra giungea; ma già i celesti

Geni ministri aveano al gran tragitto

Tutto apprestato; il radunato stuolo

Già degli dèi maggiori

La partenza affrettava; onde a gran pena

Dall'amorosa gara,

Che pregio aggiunge alla beltà con l'arte,

Si stacca al fin l'inclita schiera, e parte.

Ozioso in Tessaglia

Non era intanto stato

Il precursore alato. ‘Ecco di Teti’,

Dice giunto a Peléo, ‘la vera immago

Espressa di sua man. Fra pochi istanti

Qui tua sposa verrà.’ Con tal novella,

Con dono tale all'inquieto, al vivo

Ardor che già lo strugge

Gli aggiunge in sen novelle fiamme, e fugge.

Del nuvoloso Olimpo,

Del Pelio ombroso, e di Larissa e Pindo

Le contrade trascorre. Eccita e chiama

Tutte ai grandi imenei

Le agresti deità. Corrono a schiere

I Fauni, gli Egipani,

I Satiri, i Silvani: il crin stillanti

Le Naiadi all'invito

Sorgon da' fonti lor: gli alpestri alberghi

Lascian le Oreadi: e le natie cortecce

Le Driadi e le Napee. Tutto respira,

Tutto gioia ed amor; tutto risuona

D'applausi e voti; e fra il romor di questa

Allegrezza festiva

Sentesi replicar: ‘La sposa arriva.’

Venne: e quai fur de' fortunati amanti

L'alme, i cori, i sembianti

Al nuovo incontro, ove il mio stil credessi

Abile a riferir come conviensi,

Temerario sarei: chi amò lo pensi.

Ognun la coppia eletta

Ad ammirar s'affretta,

S'affretta ad onorar. L'un l'altro preme:

Questo a quello gli addita; in lui chi trova

Marte ed Amor; chi riconosce in lei

Pallade e Citerea. Mentre di tante

Benché sommesse e rispettose voci

Formasi il suon che s'ode

Se agitate dal vento in vasta selva

Romoreggian le foglie, ecco dall'alto,

Da insolito balen precorso, un tuono

A sinistra rimbomba. Il ciel diviso

Scopre il fulgor delle rotanti sfere:

E per l'aria, che intorno

Di nuovi raggi a quel fulgor s'accende,

Il re de' numi in maestà discende.

Muto ogni labbro; immoti

Restan su l'ali i venti; è cheta ogni onda;

Non si scuote una fronda;

Non si ascolta un respiro; e in mezzo a questo

Silenzio universal, ne' fidi amanti,

Che in Ciel le luci han fisse,

Giove il guardo fermò, sorrise e disse:

‘Giunse il gran dì segnato

Ne' volumi del Fato. Oggi di nuovo

Due celesti sorgenti

Confonderan le insieme

Già confuse altre volte onde immortali.

Ed a se stesse eguali

Sempre a pro scorreranno

Della presente e delle età future

Benefiche, tranquille, illustri e pure.

Stringi il nodo felice:

È già tempo, Imeneo. L'Amor, la Fede,

La Concordia, il Piacer rendano a gara

Fra lieti oggetti i giorni lor ridenti.

Tu, de' prosperi eventi

Dispensatrice dea, veglia, ma priva

Delle incostanze tue, lor sempre accanto.

E tu, Venere, intanto

Di feconde scintille

Spargi il talamo augusto: e nasca Achille.’