TITANOMACHIA DI ESIODO

By Giacomo Leopardi

Disse. Ascoltato il dir lodaro i Numi

Donatori de' beni; e più che pria

Guerra agognava il cor. Tutti quel giorno

Svegliar femmine e maschi immensa zuffa

Gli Dei Titani e i di Saturno usciti

E i di sotterra da l'Erebo tratti

Per Giove in luce, orribili gagliardi,

Di sfolgorata possa. Cento mani

Lor gittavan le spalle, e questo a tutti,

E da le spalle a ciaschedun cinquanta

Teste nascean su le granate membra.

Fronteggiaro i Titani, tramenando

Ne la dogliosa pugna eccelse balze

Con le mani robuste. E di rincontro

Baldi i Titani ingagliardian le squadre;

E di possanza a un tempo opre e di mani

Sfoggiavan questi e quegli. Orrendamente

L'interminato ponto reboava,

Alto strepeva il suol, gemea squassato

L'aperto cielo, e a la divina foga

Da l'imo il vasto tracollava Olimpo.

Pervenne al buio 'nferno il poderoso

Crollo e 'l sonante scalpitar, lo sconcio

De' vigorosi colpi rovinio.

Sì gli uni a gli altri i luttuosi dardi

Scagliavansi: e 'l clamor comune al cielo

Stellato aggiunse e lo stiparsi. Immani

Mettèan grida pugnando. Allor non tenne

Giove più l'ira sua: d'ira colmossi

A Giove il cor subitamente. Tutta

Pompeggiava sua possa. Iva dal cielo

E da l'Olimpo insieme a la distesa

Lampeggiando. Volavan folti ratti

Al par col tuono e col baleno i fulmini

Da la gagliarda man, sacra volvendo

Fiamma. La vital terra divampata

Strepitava a l'intorno, e pel gran foco

La foresta latissima crosciava.

Bollia tutta la terra e d'Oceàno

I flutti, e 'l mare immisurato. Avvolse

I terrestri Titani il caldo fumo;

E pervenne al divino aere la vampa

Infinita. A' pugnanti ancorchè forti

Il corruscar de' fulmini e de' lampi

Abbarbagliava il guardo. Il sovrumano

Incendio impigliò 'l Caos. E' di rimpetto

Veder con gli occhi, ed ascoltar la voce

Con gli orecchi parea. Qual s'incombesse

Sopra la terra il vasto ciel; che tale

Darian tremendo fracasso, la terra

Sprofondando, e inseguendola da l'alto

Il cielo: e tal de la divina mischia

Era il fragore. In un destava il vento

Sbattito, polverio, tuon, lampo, ardente

Fulmin, saette del gran Giove, e al mezzo

Cacciava lo stridor, lo schiamazzio

D'ambe le parti. De l'orrenda zuffa

Sorgea 'l trambusto immenso, e de le prove

La fortezza apparia. Piegò la pugna.

Ambo di pari ne la forte guerra

Fino allor combattuto a fermo piede

Avean: ma rinfrescàr l'amara tutta

De la battaglia insaziabil Gige

E Cotto e Briareo. De la frontiera

Con le robuste man trecento pietre

Lanciavan tutta fiata, ed i Titani

Di frecce intenebravano, che sotto

La vasta terra da lor possa vinti

Gittàr benchè traforti, e con acerbe

Catene inferriàr tanto sotterra

Quanto da terra il ciel distà, che pari

Spazio la terra e 'l negro Erebo parte.