Trionfo d'Amore 2

By Giacomo Leopardi

Stanco già di mirar, non sazio ancora,

Or quinci or quindi mi volgea, guardando

Cose ch'a ricordarle è breve l'ora.

Giva 'l cor di pensier in pensier, quando

Tutto a se 'l trasser duo ch'a mano a mano

Passavan dolcemente ragionando.

Mossemi 'l lor leggiadro abito strano,

E 'l parlar peregrin, che m'era oscuro,

Ma l'interprete mio mel fece piano.

Poi ch'io seppi chi eran, più securo

M'accostai lor; che l'un spirito amico

Al nostro nome, l'altro era empio e duro.

Fecimi al primo: o Massinissa antico,

Per lo tuo Scipione e per costei,

Cominciai, non t'incresca quel ch'io dico.

Mirommi, e disse: volentier saprei

Chi tu se' innanzi, da poi che sì bene

Hai spiati amboduo gli affetti miei.

L'esser mio, gli risposi, non sostene

Tanto conoscitor; che così lunge

Di poca fiamma gran luce non vene.

Ma la tua fama real per tutto aggiunge,

E tal che mai non ti vedrà nè vide,

Col bel nodo d'amor teco congiunge.

Or dimmi, se colu' in pace vi guide

(E mostrai 'l duca lor), che coppia è questa,

Che mi par delle cose rare e fide?

La lingua tua al mio nome sì presta,

Prova, diss'ei, che 'l sappi per te stesso:

Ma dirò per sfogar l'anima mesta.

Avendo in quel somm'uom tutto 'l cor messo,

Tanto ch'a Lelio ne do vanto appena,

Ovunque fur sue insegne fui lor presso.

A lui fortuna fu sempre serena;

Ma non già quanto degno era 'l valore,

Del qual più ch'altro mai, l'alma ebbe piena.

Poi che l'arme romane a grand'onore

Per l'estremo occidente furon sparse,

Ivi n'aggiunse e ne congiunse Amore.

Nè mai più dolce fiamma in duo cor arse,

Nè sarà, credo: oimè, ma poche notti

Fur a tanti desir e brevi e scarse.

Indarno a marital giogo condotti;

Che del nostro furor scuse non false,

E i legittimi nodi furon rotti.

Quel che sol più che tutto il mondo valse,

Ne dipartì con sue sante parole;

Che de' nostri sospir nulla gli calse.

E benchè fosse onde mi dolse e dole,

Pur vidi in lui chiara virtute accesa;

Che 'n tutto è orbo chi non vede il sole.

Gran giustizia agli amanti è grave offesa:

Però di tanto amico un tal consiglio

Fu quasi un scoglio all'amorosa impresa.

Padre m'era in onor, in amor figlio,

Fratel negli anni; ond'ubbidir convenne,

Ma col cor tristo e con turbato ciglio.

Così questa mia cara a morte venne:

Che vedendosi giunta in forza altrui,

Morir innanzi che servir sostenne.

Ed io del mio dolor ministro fui:

Che 'l pregator e i preghi fur sì ardenti,

Ch'offesi me per non offender lui;

E mandale 'l venen con sì dolenti

Pensier, com'io so bene, ed ella il crede,

E tu, se tanto o quanto d'amor senti.

Pianto fu il mio di tanta sposa erede:

In lei ogni mio ben, ogni speranza

Perder elessi per non perder fede.

Ma cerca omai se trovi in questa danza

Mirabil cosa; perchè 'l tempo è leve,

E più dell'opra che del giorno avanza.

Pien di pietate er'io, pensando il breve

Spazio al gran foco di duo tali amanti;

Pareami al Sol aver il cor di neve:

Quando udii dir su nel passare avanti:

Costui certo per se già non mi spiace;

Ma ferma son d'odiarli tutti quanti.

Pon, dissi, 'l cor, o Sofonisba, in pace;

Che Cartagine tua per le man nostre

Tre volte cadde; ed alla terza giace.

Ed ella: altro vogl'io che tu mi mostre:

S'Africa pianse, Italia non ne rise:

Domandatene pur l'istorie vostre.

Intanto il nostro e suo amico si mise,

Sorridendo, con lei nella gran calca;

E fur da lor le mie luci divise.

Com'uom che per terren dubbio cavalca,

Che va restando ad ogni passo, e guarda,

E 'l pensier dell'andar molto diffalca;

Così l'andata mia dubbiosa e tarda

Facean gli amanti; di che ancor m'aggrada

Saper quanto ciascun e 'n qual foco arda.

I' vidi un da man manca fuor di strada,

A guisa di chi brami e trovi cosa

Onde poi vergognoso e lieto vada,

Donar altrui la sua diletta sposa:

O sommo amor, o nova cortesia!

Tal ch'ella stessa lieta e vergognosa

Parea del cambio: e givansi per via

Parlando insieme de' lor dolci affetti,

E sospirando il regno di Soria.

Trassimi a quei tre spirti, che ristretti

Erano per seguir altro cammino,

E dissi al primo: i' prego che m'aspetti.

Ed egli al suon del ragionar latino,

Turbato in vista, si ritenne un poco;

E poi, del mio voler quasi indovino,

Disse: io Seleuco son, e questi è Antioco

Mio figlio, che gran guerra ebbe con voi;

Ma ragion contra forza non ha loco.

Questa, mia prima, sua donna fu poi;

Che per scamparlo d'amorosa morte

Gli diedi; e 'l don fu licito fra noi.

Stratonica è 'l suo nome; e nostra sorte,

Come vedi, è indivisa; e per tal segno

Si vede il nostro amor tenace e forte.

Fu contenta costei lasciarmi il regno,

Io 'l mio diletto, e questi la sua vita,

Per far via più che se, l'un l'altro degno.

E se non fosse la discreta aita

Del fisico gentil, che ben s'accorse,

L'età sua in sul fiorir era fornita.

Tacendo, amando, quasi a morte corse:

E l'amar forza, e 'l tacer fu virtute;

La mia, vera pietà, ch'a lui soccorse.

Così disse; e com'uom che voler mute,

Col fin delle parole i passi volse,

Ch'appena gli potei render salute.

Poi che dagli occhi miei l'ombra si tolse,

Rimasi grave, e sospirando andai;

Che 'l mio cor dal suo dir non si disciolse;

Infin che mi fu detto: troppo stai

In un pensier alle cose diverse;

E 'l tempo, ch'è brevissimo ben sai.

Non menò tanti armati in Grecia Serse,

Quant'ivi erano amanti ignudi e presi:

Tal che l'occhio la vista non sofferse.

Vari di lingue e vari di paesi,

Tanto che di mille un non seppi 'l nome,

E fanno istoria que' pochi ch'io 'ntesi.

Perseo era l'uno, e volli saper come

Andromeda gli piacque in Etiopia,

Vergine bruna i begli occhi e le chiome.

E quel vano amator che la sua propia

Bellezza desiando, fu distrutto;

Povero sol per troppo averne copia;

Che divenne un bel fior senz'alcun frutto:

E quella che, lui amando, in viva voce,

Fecesi 'l corpo un duro sasso asciutto.

Ivi quell'altro al mal suo sì veloce

Ifi, ch'amando altrui, in odio s'ebbe;

Con più altri dannati a simil croce;

Gente cui per amar viver increbbe:

Ove raffigurai alcun moderni,

Ch'a nominar perduta opra sarebbe.

Quei duo che fece Amor compagni eterni,

Alcione e Ceice, in riva al mare

Far i lor nidi a' più soavi verni:

Lungo costor pensoso Esaco stare,

Cercando Esperia, or sopr'un sasso assiso,

Ed or sott'acqua, ed or alto volare:

E vidi la crudel figlia di Niso

Fuggir volando; e correr Atalanta,

Di tre palle d'or vinta, e d'un bel viso;

E seco Ippomenes, che fra cotanta

Turba d'amanti e miseri cursori,

Sol di vittoria si rallegra e vanta.

Fra questi favolosi e vani amori

Vidi Aci e Galatea, che 'n grembo gli era,

E Polifemo farne gran romori;

Glauco ondeggiar per entro quella schiera,

Senza colei cui sola par che pregi,

Nomando un'altra amante acerba e fera;

Carmente e Pico, un già de' nostri regi,

Or vago augello; e chi di stato il mosse,

Lasciogli 'l nome e 'l real manto e i fregi.

Vidi 'l pianto d'Egeria; e 'n vece d'osse

Scilla indurarsi in petra aspra ed alpestra,

Che del mar siciliano infamia fosse;

E quella che la penna da man destra,

Come dogliosa e disperata scriva,

E 'l ferro ignudo tien dalla sinestra;

Pigmalion con la sua donna viva;

E mille che 'n Castalia ed Aganippe

Vidi cantar per l'una e l'altra riva;

E d'un pomo beffata al fin Cidippe.