Trionfo d'Amore 4

By Giacomo Leopardi

Poscia che mia fortuna in forza altrui

M'ebbe sospinto, e tutti incisi i nervi

Di libertate ov'alcun tempo fui;

Io, ch'era più salvatico ch'e' cervi,

Ratto domesticato fui con tutti

I miei infelici e miseri conservi:

E le fatiche lor vidi e' lor lutti,

Per che torti sentieri e con qual arte

All'amorosa greggia eran condutti.

Mentre ch'io volgea gli occhi in ogni parte,

S'i' ne vedessi alcun di chiara fama

O per antiche o per moderne carte,

Vidi colui che sola Euridice ama,

E lei segue all'inferno, e per lei morto,

Con la lingua già fredda la richiama.

Alceo conobbi, a dir d'amor sì scorto;

Pindaro; Anacreonte, che rimesse

Avea sue muse sol d'Amore in porto.

Virgilio vidi; e parmi intorno avesse

Compagni d'alto ingegno e da trastullo,

Di quei che volentier già 'l mondo elesse.

L'un era Ovidio, e l'altr'era Tibullo,

L'altro Properzio, che d'amor cantaro

Fervidamente, e l'altr'era Catullo.

Una giovene greca a paro a paro

Coi nobili poeti gia cantando;

Ed avea un suo stil leggiadro e raro.

Così or quinci or quindi rimirando,

Vidi in una fiorita e verde piaggia

Gente che d'amor givan ragionando.

Ecco Dante e Beatrice; ecco Selvaggia;

Ecco Cin da Pistoia; Guitton d'Arezzo,

Che di non esser primo par ch'ira aggia.

Ecco i duo Guidi, che già furo in prezzo;

Onesto Bolognese; e i Siciliani,

Che fur già primi, e quivi eran da sezzo;

Sennuccio e Franceschin, che fur sì umani

Com'ogni uom vide: e poi v'era un drappello

Di portamenti e di volgari strani.

Fra tutti il primo Arnaldo Daniello,

Gran maestro d'amor; ch'alla sua terra

Ancor fa onor col suo dir novo e bello.

Eranvi quei ch'Amor sì leve afferra,

L'un Pietro e l'altro; e 'l men famoso Arnaldo;

E quei che fur conquisi con più guerra,

I' dico l'uno e l'altro Raimbaldo,

Che cantò pur Beatrice in Monferrato;

E 'l vecchio Pier d'Alvernia con Giraldo;

Folchetto, ch'a Marsiglia il nome ha dato,

Ed a Genova tolto, ed all'estremo

Cangiò per miglior patria abito e stato;

Gianfrè Rudel, ch'usò la vela e 'l remo

A cercar la sua morte; e quel Guglielmo

Che per cantar ha 'l fior de' suoi dì scemo;

Amerigo, Bernardo, Ugo ed Anselmo;

E mille altri ne vidi, a cui la lingua

Lancia e spada fu sempre e scudo ed elmo.

E poi convien che 'l mio dolor distingua,

Volsimi a' nostri, e vidi 'l buon Tomasso,

Ch'ornò Bologna, ed or Messina impingua.

O fugace dolcezza! o viver lasso!

Chi mi ti tolse sì tosto dinanzi,

Senza 'l qual non sapea mover un passo?

Dove se' or, che meco eri pur dianzi?

Ben è 'l viver mortal, che sì n'aggrada,

Sogno d'infermi e fola di romanzi.

Poco era fuor della comune strada,

Quando Socrate e Lelio vidi in prima:

Con lor più lunga via convien ch'io vada.

O qual coppia d'amici! che nè 'n rima

Poria nè 'n prosa assai ornar nè 'n versi,

Se, come de', virtù nuda si stima.

Con questi duo cercai monti diversi,

Andando tutti tre sempre ad un giogo;

A questi le mie piaghe tutte apersi.

Da costor non mi può tempo nè luogo

Divider mai (siccome spero e bramo)

Infin al cener del funereo rogo.

Con costor colsi 'l glorioso ramo

Onde forse anzi tempo ornai le tempie

In memoria di quella ch'i' tant'amo.

Ma pur di lei che 'l cor di pensier m'empie,

Non potei coglier mai ramo nè foglia;

Sì fur le sue radici acerbe ed empie.

Onde benchè talor doler mi soglia,

Com'uom ch'è offeso, quel che con quest'occhi

Vidi, m'è un fren che mai più non mi doglia.

Materia da coturni, e non da socchi,

Veder preso colui ch'è fatto Deo

Da tardi ingegni, rintuzzati e sciocchi.

Ma prima vo' seguir che di noi feo:

Poi seguirò quel che d'altrui sostenne;

Opra non mia, ma d'Omero e d'Orfeo.

Seguimmo il suon delle purpuree penne

De' volanti corsier per mille fosse,

Fin che nel regno di sua madre venne:

Nè rallentate le catene o scosse,

Ma straziati per selve e per montagne,

Tal che nessun sapea in qual mondo fosse.

Giace oltra ove l'Egeo sospira e piagne,

Un'isoletta delicata e molle

Più ch'altra che 'l Sol scalde o che 'l mar bagne.

Nel mezzo è un ombroso e verde colle

Con sì soavi odor, con sì dolci acque,

Ch'ogni maschio pensier dell'alma tolle.

Quest'è la terra che cotanto piacque

A Venere, e 'n quel tempo a lei fu sacra,

Che 'l ver nascoso e sconosciuto giacque.

Ed anco è di valor sì nuda e macra,

Tanto ritien del suo primo esser vile,

Che par dolce a' cattivi, ed a' buoni acra.

Or quivi trionfò 'l Signor gentile

Di noi e d'altri tutti, ch'ad un laccio

Presi avea dal mar d'India a quel di Tile.

Pensier in grembo, e vanitate in braccio;

Diletti fuggitivi, e ferma noia;

Rose di verno, a mezza state il ghiaccio;

Dubbia speme davanti e breve gioia,

Penitenza e dolor dopo le spalle,

Qual nel regno di Roma o 'n quel di Troia.

E rimbombava tutta quella valle

D'acque e d'augelli, ed eran le sue rive

Bianche, verdi, vermiglie, perse e gialle:

Rivi correnti di fontane vive;

E 'l caldo tempo, su per l'erba fresca,

E l'ombra folta e l'aure dolci estive:

Poi, quando 'l verno l'aer si rinfresca,

Tepidi Soli e giochi e cibi ed ozio

Lento, ch'e' simplicetti cori invesca.

Era nella stagion che l'equinozio

Fa vincitor il giorno, e Progne riede,

Con la sorella, al suo dolce negozio.

O di nostra fortuna instabil fede!

In quel loco, in quel tempo ed in quell'ora

Che più largo tributo agli occhi chiede,

Trionfar volse quel che 'l vulgo adora:

E vidi a qual servaggio ed a qual morte

Ed a che strazio va chi s'innamora.

Errori, sogni ed immagini smorte

Eran d'intorno al carro trionfale;

E false opinioni in su le porte;

E lubrico sperar su per le scale;

E dannoso guadagno, ed util danno;

E gradi ove più scende chi più sale;

Stanco riposo, e riposato affanno;

Chiaro disnor, e gloria oscura e nigra;

Perfida lealtate, e fido inganno;

Sollicito furor, e ragion pigra;

Carcer ove si vien per strade aperte,

Onde per strette a gran pena si migra;

Ratte scese all'intrar, all'uscir erte.

Dentro, confusion turbida, e mischia

Di doglie certe e d'allegrezze incerte.

Non bollì mai Vulcan, Lipari od Ischia,

Stromboli o Mongibello in tanta rabbia.

Poco ama se chi 'n tal gioco s'arrischia.

In così tenebrosa e stretta gabbia

Rinchiusi fummo; ove le penne usate

Mutai per tempo e le mie prime labbia.

E 'ntanto, pur sognando libertate,

L'alma, che 'l gran desio fea pronta e leve,

Consolai con veder le cose andate.

Rimirando, er'io fatto al Sol di neve,

Tanti spirti e sì chiari in carcer tetro;

Quasi lunga pittura in tempo breve,

Che 'l piè va innanzi, e l'occhio torna indietro.