[TRIUMPHUS FAME Ia]
Nel cor pien d'amarissima dolcezza
risonavano ancor gli ultimi accenti
del ragionar ch'e' sol brama et apprezza,
e volea dir — O dí miei tristi et lenti! —
e piú cose altre, quand'io vidi allegra
girsene lei fra belle alme lucenti.
Avea già il Sol la benda umida e negra
tolta dal duro volto della Terra,
riposo della gente mortale egra;
il sonno, e quella ch'ancor apre e serra
il mio cor lasso, a pena eran partiti,
ch'io vidi incominciar un'altra guerra.
O Polimnia, or prego che m'aiti,
e tu, Memoria, il mio stile accompagni,
che 'mprende a ricercar diversi liti.
Uomini e fatti gloriosi e magni,
per le parti di mezzo e per l'estreme,
ove sera e matina il Sol si bagni,
io vidi, molta nobil gente inseme
sotto le 'nsegne d'una gran reina,
che ciascun l'alma, riverisce e teme.
Ella a veder parea cosa divina,
e da man destra avea quel gran romano
che fe' in Germania e 'n Francia tal ruina;
Augusto e Druso seco a mano a mano
e ' duo folgori veri di battaglia,
il maggior e 'l minor Scipio Affricano;
e Papirio Cursor, che tutto smaglia,
Curio e Fabrizio, e l'un e l'altro Cato,
e 'l gran Pompeo, che mal vide Tesaglia.
E Valerio Corvino, e quel Torquato
che per troppa pietate occise il figlio;
e 'l primo Bruto li sedea da lato;
poi il buon villan che fe' il nume vermiglio
del fero sangue, e 'l vecchio ch'Aniballe
frenò con tarditate e con consiglio;
Claudio Neron, che 'l capo d'Asdruballe
presentò al fratello aspro e feroce,
sí che di duol li fe' voltar le spalle;
Muzio, che la sua destra errante coce;
Orazio, sol contra Toscana tutta,
che né foco né ferro a vertú noce;
e chi con sospizion indegna lutta,
Valerio, di piacer al popol vago
sí che s'inchina, e sua casa è distrutta;
e quel che i latin vince sovra il lago
Regillo, e quel che prima Affrica assalta,
e i duo che prima in mar vinser Cartago,
dico Appio audace e Catulo, che smalta
il pelago di sangue, e quel Duillo
che d'aver vinto allor sempre s'esalta.
Vidi 'l vittorioso e gran Camillo
sgombrar l'oro, menar la spada a cerco,
e riportare il perduto vessillo.
Mentre con gli occhi quinci e quindi cerco,
vidivi Cosso, con le spoglie ostili,
e 'l dittator Emilio Mamerco;
e parecchi altri di natura umíli,
Rutilio, e Volumnio, e Gracco, e Filo,
fatti per vertú d'arme alti e gentili:
costor vid'io fra 'l nobil sangue d'Ilo
misto col roman sangue chiaro e bello,
cui non basta né mio né altro stilo.
Vidi ' duo Paoli, e 'l buon Marco Marcello,
che 'n su riva di Po, presso a Casteggio,
occise di sua mano il gran rebello.
E, volgendomi indietro, ancora veggio
i primi quattro buon ch'ebbero in Roma
primo, secondo, terzo e quarto seggio,
e Cincinnato con la inculta chioma,
e 'l gran Rutilian col chiaro sdegno,
e Metello orbo con la nobil soma;
Regolo Attilio, sí di laude degno
e vincendo e morendo, et Appio cieco
che Pirro fe' di veder Roma indegno.
Era un altro Appio, spron del popol, seco,
duo Fulvii, e Manlio Volso, e quel Flaminio
che vinse e liberò 'l paese greco.
Ivi fra gli altri tinto era Virginio
del sangue di sua figlia, onde a que' dieci
tiranni tolto fu l'empio dominio;
e larghi due di lor sangue o tre Deci,
e ' duo gran Scipion che Spagna oppresse,
e Marzio che sostenne ambe lor veci.
E come a' suoi ciascun par che s'appresse,
l'Asiatico era ivi, e quel perfetto
ch'ottimo solo il buon senato elesse.
E Lelio a' suoi Cornelii era ristretto;
non cosí quel Metello al qual arrise
tanto Fortuna che felice è detto:
parean, vivendo, lor menti divise,
morendo, ricongiunte; e seco il padre
era, e 'l suo seme, che sotterra il mise.
Vespasian poi a le spalle quadre
riconobbi et al viso d'uom che ponta,
con Tito suo dall'opre alte e leggiadre.
Domizian non v'era, ond'ira et onta
avean, ma la famiglia che per varco
d'adozion al sommo imperio monta:
Traiano et Adriano, Antonio e Marco,
che facea d'adottar anch'egli il meglio;
al fin Teodosio di ben far non parco.
Questo fu di vertú l'ultimo speglio,
in quell'ordine dico; e dopo lui
cominciò forte il mondo a farsi veglio.
Poco in disparte, accorto anco mi fui
d'alquanti in cui regnò vertú non poca,
ma ricoperta fu dall'ombra altrui:
ivi era quel che ' fondamenti loca
d'Albalunga in quel monte pellegrino,
et Ati, e Numitor, e Silvio e Proca,
e Capi, e 'l vecchio e 'l novo re Latino,
Agrippa, e i duo ch'etterno nome denno
al Tevero et al bel colle Aventino.
Non m'accorgea, ma fummi fatto un cenno,
e quasi in un mirar dubbio notturno
vidi quei ch'ebber men forza e piú senno,
primi italici regi: ivi Saturno,
Pico e Fauno e Iano, e poi non lunge
pensosi vidi andar Camilla e Turno.
E perché gloria in ogni parte aggiunge,
vidi, oltra un rivo, il gran cartaginese,
la cui memoria ancor Italia punge:
l'un occhio avea lasciato al mio paese,
stagnando al freddo tempo il fiume tosco,
sicché gli era, a vederlo, stranio arnese,
sovra un grande elefante un doge losco.
Guarda' gli intorno, e vidi 'l re Filippo
similemente dall'un lato fosco.
Vidi 'l Lacedemonio ivi, Santippo,
ch' a cruda gente fece il bel servigio,
e d'un nido medesmo uscir Gilippo.
Vidi color ch'andaro al regno stigio,
Ercole, Enea, Teseo et Ulisse,
e lasciar qui di fama tal vestigio.
Ettor col padre, quel che troppo visse,
Dardano, e Tros, et eroi altri vidi
chiari per sé, ma piú per chi ne scrisse;
Diomedès, Achille, e i grandi Atridi,
duo Aiaci, e Tideo, e Polinice,
nemici in prima, amici poi sí fidi;
e la brigata ardita et infelice
che cadde a Tebe; e quell'altra ch'a Troia
fece assai, credo, ma di piú si dice.
Pantasilea, ch'a' greci fe' gran noia,
Ipolita ed Oritia, che regnaro
là presso al mar ov'entra la Danoia.
E vidi Ciro, piú di sangue avaro
che Crasso d'oro, e l'un e l'altro n'ebbe
tanto ch'al fine a ciascun parve amaro;
Filopomene, a cui nulla sarebbe
nova arte in guerra, e chi di fede abonda,
Massinissa, nel qual sempre ella crebbe;
Leonida, e 'l tebano Epaminonda,
Milciade e Temistocle, che i persi
cacciar di Grecia, vinti in terra e 'n onda.
Vidi Davit cantar celesti versi,
e Iuda Maccabeo, e Iosuè,
a cui 'l Sole e la Luna immobil fersi;
Alessandro, ch'al mondo briga die',
or l'ocean tentava, e potea farlo;
Morte vi s'interpose, onde no 'l fe';
poi alla fine vidi Arturo e Carlo.