[TRIUMPHUS FAME Ia]

By Francesco Petrarca

Nel cor pien d'amarissima dolcezza

risonavano ancor gli ultimi accenti

del ragionar ch'e' sol brama et apprezza,

e volea dir — O dí miei tristi et lenti! —

e piú cose altre, quand'io vidi allegra

girsene lei fra belle alme lucenti.

Avea già il Sol la benda umida e negra

tolta dal duro volto della Terra,

riposo della gente mortale egra;

il sonno, e quella ch'ancor apre e serra

il mio cor lasso, a pena eran partiti,

ch'io vidi incominciar un'altra guerra.

O Polimnia, or prego che m'aiti,

e tu, Memoria, il mio stile accompagni,

che 'mprende a ricercar diversi liti.

Uomini e fatti gloriosi e magni,

per le parti di mezzo e per l'estreme,

ove sera e matina il Sol si bagni,

io vidi, molta nobil gente inseme

sotto le 'nsegne d'una gran reina,

che ciascun l'alma, riverisce e teme.

Ella a veder parea cosa divina,

e da man destra avea quel gran romano

che fe' in Germania e 'n Francia tal ruina;

Augusto e Druso seco a mano a mano

e ' duo folgori veri di battaglia,

il maggior e 'l minor Scipio Affricano;

e Papirio Cursor, che tutto smaglia,

Curio e Fabrizio, e l'un e l'altro Cato,

e 'l gran Pompeo, che mal vide Tesaglia.

E Valerio Corvino, e quel Torquato

che per troppa pietate occise il figlio;

e 'l primo Bruto li sedea da lato;

poi il buon villan che fe' il nume vermiglio

del fero sangue, e 'l vecchio ch'Aniballe

frenò con tarditate e con consiglio;

Claudio Neron, che 'l capo d'Asdruballe

presentò al fratello aspro e feroce,

sí che di duol li fe' voltar le spalle;

Muzio, che la sua destra errante coce;

Orazio, sol contra Toscana tutta,

che né foco né ferro a vertú noce;

e chi con sospizion indegna lutta,

Valerio, di piacer al popol vago

sí che s'inchina, e sua casa è distrutta;

e quel che i latin vince sovra il lago

Regillo, e quel che prima Affrica assalta,

e i duo che prima in mar vinser Cartago,

dico Appio audace e Catulo, che smalta

il pelago di sangue, e quel Duillo

che d'aver vinto allor sempre s'esalta.

Vidi 'l vittorioso e gran Camillo

sgombrar l'oro, menar la spada a cerco,

e riportare il perduto vessillo.

Mentre con gli occhi quinci e quindi cerco,

vidivi Cosso, con le spoglie ostili,

e 'l dittator Emilio Mamerco;

e parecchi altri di natura umíli,

Rutilio, e Volumnio, e Gracco, e Filo,

fatti per vertú d'arme alti e gentili:

costor vid'io fra 'l nobil sangue d'Ilo

misto col roman sangue chiaro e bello,

cui non basta né mio né altro stilo.

Vidi ' duo Paoli, e 'l buon Marco Marcello,

che 'n su riva di Po, presso a Casteggio,

occise di sua mano il gran rebello.

E, volgendomi indietro, ancora veggio

i primi quattro buon ch'ebbero in Roma

primo, secondo, terzo e quarto seggio,

e Cincinnato con la inculta chioma,

e 'l gran Rutilian col chiaro sdegno,

e Metello orbo con la nobil soma;

Regolo Attilio, sí di laude degno

e vincendo e morendo, et Appio cieco

che Pirro fe' di veder Roma indegno.

Era un altro Appio, spron del popol, seco,

duo Fulvii, e Manlio Volso, e quel Flaminio

che vinse e liberò 'l paese greco.

Ivi fra gli altri tinto era Virginio

del sangue di sua figlia, onde a que' dieci

tiranni tolto fu l'empio dominio;

e larghi due di lor sangue o tre Deci,

e ' duo gran Scipion che Spagna oppresse,

e Marzio che sostenne ambe lor veci.

E come a' suoi ciascun par che s'appresse,

l'Asiatico era ivi, e quel perfetto

ch'ottimo solo il buon senato elesse.

E Lelio a' suoi Cornelii era ristretto;

non cosí quel Metello al qual arrise

tanto Fortuna che felice è detto:

parean, vivendo, lor menti divise,

morendo, ricongiunte; e seco il padre

era, e 'l suo seme, che sotterra il mise.

Vespasian poi a le spalle quadre

riconobbi et al viso d'uom che ponta,

con Tito suo dall'opre alte e leggiadre.

Domizian non v'era, ond'ira et onta

avean, ma la famiglia che per varco

d'adozion al sommo imperio monta:

Traiano et Adriano, Antonio e Marco,

che facea d'adottar anch'egli il meglio;

al fin Teodosio di ben far non parco.

Questo fu di vertú l'ultimo speglio,

in quell'ordine dico; e dopo lui

cominciò forte il mondo a farsi veglio.

Poco in disparte, accorto anco mi fui

d'alquanti in cui regnò vertú non poca,

ma ricoperta fu dall'ombra altrui:

ivi era quel che ' fondamenti loca

d'Albalunga in quel monte pellegrino,

et Ati, e Numitor, e Silvio e Proca,

e Capi, e 'l vecchio e 'l novo re Latino,

Agrippa, e i duo ch'etterno nome denno

al Tevero et al bel colle Aventino.

Non m'accorgea, ma fummi fatto un cenno,

e quasi in un mirar dubbio notturno

vidi quei ch'ebber men forza e piú senno,

primi italici regi: ivi Saturno,

Pico e Fauno e Iano, e poi non lunge

pensosi vidi andar Camilla e Turno.

E perché gloria in ogni parte aggiunge,

vidi, oltra un rivo, il gran cartaginese,

la cui memoria ancor Italia punge:

l'un occhio avea lasciato al mio paese,

stagnando al freddo tempo il fiume tosco,

sicché gli era, a vederlo, stranio arnese,

sovra un grande elefante un doge losco.

Guarda' gli intorno, e vidi 'l re Filippo

similemente dall'un lato fosco.

Vidi 'l Lacedemonio ivi, Santippo,

ch' a cruda gente fece il bel servigio,

e d'un nido medesmo uscir Gilippo.

Vidi color ch'andaro al regno stigio,

Ercole, Enea, Teseo et Ulisse,

e lasciar qui di fama tal vestigio.

Ettor col padre, quel che troppo visse,

Dardano, e Tros, et eroi altri vidi

chiari per sé, ma piú per chi ne scrisse;

Diomedès, Achille, e i grandi Atridi,

duo Aiaci, e Tideo, e Polinice,

nemici in prima, amici poi sí fidi;

e la brigata ardita et infelice

che cadde a Tebe; e quell'altra ch'a Troia

fece assai, credo, ma di piú si dice.

Pantasilea, ch'a' greci fe' gran noia,

Ipolita ed Oritia, che regnaro

là presso al mar ov'entra la Danoia.

E vidi Ciro, piú di sangue avaro

che Crasso d'oro, e l'un e l'altro n'ebbe

tanto ch'al fine a ciascun parve amaro;

Filopomene, a cui nulla sarebbe

nova arte in guerra, e chi di fede abonda,

Massinissa, nel qual sempre ella crebbe;

Leonida, e 'l tebano Epaminonda,

Milciade e Temistocle, che i persi

cacciar di Grecia, vinti in terra e 'n onda.

Vidi Davit cantar celesti versi,

e Iuda Maccabeo, e Iosuè,

a cui 'l Sole e la Luna immobil fersi;

Alessandro, ch'al mondo briga die',

or l'ocean tentava, e potea farlo;

Morte vi s'interpose, onde no 'l fe';

poi alla fine vidi Arturo e Carlo.