[TRIUMPHUS FAME IIa]

By Francesco Petrarca

Poi che la bella e gloriosa donna

cosí ornata giunse da man destra,

volsimi a l'altra, del suo onor colonna,

e vidi a quella man gente selvestra,

tacita e grave, che pensando avea

fatto al ciel co' l'ingegno alta fenestra.

Ivi vidi colui che pose idea

ne la mente divina, e chi di questo

e d'altre cose seco contendea,

ed era amico, ciò dicea, ma presto...

Poi vidi il padre di filosofia,

Socrate, un vecchiarello allegro, onesto.

Que' la trasse del cielo ove era pria

ed allogolla in terra fra i mortali

perché il vivere umano utile sia.

Poi vidi alcuni alzarsi ed aprir l'ali

ove non bisognava ad ora ad ora,

e far dal ciel nel fango brutti cali.

Pitagora che 'l nome, il qual onora

suoi possessor se 'n dritta parte è preso,

prima trovò; l'altra è tuba sonora,

Senofonte, e Solon che diede a Creso

il buon consiglio di guardare al fine,

da molti udito, ma da pochi inteso;

e gli altri sei in non men pellegrine

sedie vidi io, ma fama il ver non muta.

Poi contendea Demostene ed Eschine:

ciascun con sí tagliente e con sí aguta

lingua, ch'udendo lor querele tante,

Grecia mi parve sbigottita e muta.

Senocrate, Anassagora e Cleante

e Zenone e Ferecide, radice

onde uscir molte verdi e liete piante;

ed Epicuro che col popol dice,

pur che 'l diletto sensual trabocchi,

un uom razional porco felice.

Poi colui ch'a se stesso tolse gli occhi,

perché 'l pensier la vista non occupe

forse, o per non veder fiorir li sciocchi;

e Crisippo a le cose oscure e cupe

non meno intento e duo bon poverelli,

l'un in un tino e l'altro in una rupe.

Diogene e Parmenide son quelli

di ch'io ragiono; Antistene, Anacarse,

Crantor, Anassimene eran con elli;

Anassarco e Calan, che vivo s'arse

di viver sazio, e cui vaneggiando

Mongibello sepolcro onesto parse;

Varro e 'l gran Tullio che venian parlando

lingua latina, e Seneca il seguía;

e Virgilio ed Omero alto cantando.

Dolce mi fu il mirar lor leggiadria,

in atto in lingue in abito distinta,

ed udir lor celeste melodia.

Di lauro avea ciascun la fronte cinta,

o d'edera o di mirto, altri ch'un solo,

che cantava canzon vera e non finta.

Euripide vid'io levarsi a volo

e Sofoclè, duo nobili tragedi,

E Greci e nostri, che son fatti eredi

del monte di Parnaso e per quei gioghi

mosser piú tardo, non men presti, i piedi.

Tal al parlar, tal riconobbi ai luoghi:

quel era di Volterra e quel d'Aquino,

ciascun par che suo sdegno in verso sfoghi.

Dinanzi a questo Orazio venusino

con la sua lira e 'l Fiorentin ch'è messo

a cantar Pluto e Stillico e Ruffino.

Vidi Stazio a Virgilio ir sí da presso

che li dava del piè nelle calcagna,

e reverente umiliar se stesso.

Poi vidi con Lucan d'ultima Spagna

Columella venir e Marziale

ch'un gran Guascone aveva in lor compagna.

Non è l'ingegno né lo stile equale

a la materia, onde di mille taccio,

ma non posso tacer . . . . . .

Lucilio, Ennio, Pacuvio, Plauto ed Accio,

Nevio ed altri che poser in trastullo

il mal d'amor, ricever fiamma e ghiaccio:

Anacreonte, Alceo e con Catullo,

nodrito in Campo Marzo veronese,

e Properzio ed Ovidio era e Tibullo.

Ibico il grande amante calabrese

iva con lor; fra ta' sette vidi una

giovane Greca assai bella e cortese

d'amor lagnarsi, di sua ria fortuna.

Poi vidi ond'ave appoggi ed alimenti

nostra memoria fragile e digiuna.

Livio il gran padoan, da' fondamenti

il qual di Roma cosí passo passo

venne col tempo alle famose genti,

era il primo fra questi e questi lasso

parea del gran viaggio e poi il secondo,

Crispo Sallustio che non parla in casso.

Trogo che col suo stile abbraccia il mondo,

non stringe, e Iustin seco e Festo e Floro

toccar la superficie ma no 'l fondo.

Erodoto e Tuchidide e con loro

Polibio e Quinto Claudio, che tesseo

di rozza trame un nobile lavoro;

e in ciò sembiante il veritiero ebreo

Iosefo ed Egesippo, in cinque libri

che poi l'istoria sua piú breve feo;

e Iulio Celso ch'io non so qual vibri

meglio o 'l ferro o la penna; e Dare e Dite

fra lor discordi e non è chi 'l ver cribri;

cosí rimansi ancor l'antica lite

di questi e d'altri e gli argomenti interi,

ché le certe notizie son fallite.

Vidi ancor duo Corneli e duo Valeri,

Orosio, Eutropio, Curzio ed altri molti,

tutti d'ingegno e d'eloquenzia alteri.

Cinea e Carneadès che di memoria

vinsero ogni uomo, sicome Grecia afferma;

Ortensio, ch'à gran parte in questa gloria;

Plinio con libri suoi quattro e settanta

di sua romana e natural istoria.