UNA SERVA

By Niccolò Tommaseo

Verso il monte ascendean dalla pianura

che lungo il tuo bel fiume, Arno, dechina.

L'ombra involvea le falde, in sull'altura

l'aure godean la luce mattutina.

Or appariano ed or tra la verzura

si nascondean, la salmodia divina

cantando a due a due la turba pia;

e il vescovo Zanobi li seguìa.

Benedicean la terra, e buona annata

chiedeva il pio colono al buon Signore.

La primavera sorridea beata,

e tutta la campagna era un amore;

e, di pioggie recenti consolata,

si rinverdiva nell'amato umore

ogni ùmil fronda, ogni foglia novella,

e dire un inno a Dio pareva anch'ella.

Nel pensar che i figli vostri

fìeno, o Padre, liberati,

si sentîro i pensier' nostri

consolati.

Sulla lingua i lieti accenti

abbondâr dal cuore espressi.

Fu il Signor, diran le genti,

grande in essi.

Il Signor fu grande in noi:

la letizia nostra è piena.

Togli, o Padre, i cari tuoi

di catena.

Il torrente innondatore

l'ire omai del flutto ha quete.

L'uom che semina in dolore,

gioia miete.

Mesti andavan seminando

lor sementa: ed or verranno,

e, i manipoli portando,

gioiranno.

Seguitavan chiamando in lor preghiera,

Angeli, il vostro nome, e il tuo, Maria;

e il Battista, pensosa anima austera,

e tutti che sperâr certo il Messia;

e gl'Innocenti, pargoletta schiera;

e i Dodici da Pier fino a Mattia;

e i Romiti, e i Dottor' di sacre cose,

e i Martiri, e le Donne affettuose.

Alto levai

gli occhi, e pregai,

a te che in ciel

dimore,

come famiglio

tien fiso il ciglio

al suo fedel

signore.

Come servente

guarda umilmente

la donna sua

ch'ell'ama;

il nostro amore

guarda, o Signore,

la faccia tua

con brama.

Pietà, buon Dio,

l'onta c'empìo

d'un duolo acerbo

a morte.

D'onta e di pena

nostr'alma è piena,

scherno al superbo

e al forte.

Giungeano a passo lento in cima al colle

ove mostra sue croci e biancheggiante

la cattedral di Fiesole s'estolle

tra 'l verde lieto delle folte piante.

Inginocchion sulle sudate zolle

stavan di molte donne al tempio innante:

e ve n'avea di condizion servile,

mancipii del palazzo vescovile.

Una, che, nuda il piè, pallida il viso,

rossa i labbri, e del corpo estenuata,

gli occhi di mesta pace, e d'un sorriso

di paziente amor le labbra ornata,

con le man giunte, al ciel guardando fiso,

pregava basso con voce accorata,

e, tra nero e sanguigno, avea suggello,

sovra le ciglia, di servil flagello,

al vescovo Zanobi diè negli occhi,

mentre la man tendea benedicente:

poi dentro in chiesa videla in ginocchi,

romita in sé, pregar ferventemente.

Non può, vedendo, che pietà nol tocchi:

così, se in acqua od in vetro lucente

raggio penètra, il suo baglior divide,

e in modesti color' vario sorride.

Compiuto delle preci il ministero,

il vescovo Zanobi per lei manda.

Nuovi dolor' nel trepido pensiero

volge l'afflitta, e a Dio si raccomanda.

Egli con volto tra mite ed austero

la guarda appena, e, — chi se' tu? — domanda.

Dice la giovanetta: — i' son lucchese,

senza padre né madre; e ho nome Agnese. —

— Forse di servo nata? — Oh no, signore:

ingenua, grazie a Dio, la stirpe mia.

E mio padre era un povero aratore

di campicel non suo, lungo la via

che mette alla città. Quando il Signore

ci percosse dell'aspra carestia;

e' patì tanto, e sì le forze afflitte

per campar noi logrò, che ne moritte. —

Tutta nel suo pensier si stette alquanto;

egli pietoso in lei lo sguardo fisse:

— segui, infelice. — Ed ella: — Orfano, accanto... —

e arrossiva e piangeva: e più non disse.

— Orfano, tu dicevi? Accheta il pianto;

dimmi il nuovo dolor che ti trafisse.

Parli a chi ti compiange: apri il tuo cuore:

non il signor, t'ascolta il tuo Pastore. —

— Orfano, accanto al nostro poderetto,

un giovanetto povero vivea. —

Qui si tacque: e 'l Pastor, pio nell'aspetto,

— segui, figliuola. — Agnese rispondea:

— la madre e il padre mio, quel giovanetto

chiamavan sempre all'opre: io ne godea.

Come figliuolo suo l'amavan quelli,

e no' due ci amavam come fratelli.

Quando vide portarsi in chiesa il padre,

non fu men alto il suo del nostro strido.

Poscia de' suoi sudor' me con mia madre

mantenea, di dì 'n dì sempre più fido.

Ma la fame crescea. Quando le squadre

sotto l'insegna dell'Augusto Guido,

di marchigiana gente e di francese

e di toscana nostra, armarsi intese;

pensò che meglio con l'opra guerriera

(misere noi!) ci avria fornito un pane;

e ci lasciò solette a primavera,

per far la guerra in contrade lontane.

E combatté nella battaglia fiera

dove tedesche genti e friulane

fuggiro, è fama, come al vento nebbia,

là presso un fiume che si chiama Trebbia.

Quando si seppe noi della vittoria,

ah che gioioso dì, signor, fu quello!

— Egli riviene a noi, né senza gloria:

lo rivedrem — dicevo — il mio fratello. —

I' vidi ritornar (fiera memoria!)

ricchi di preda que' del suo drappello,

empiendo i campi e il ciel di lieti gridi

che mi ferìan il cor: ma lui non vidi.

Seppi che, nel fervor della battaglia,

toccata il prode non avea ferita:

ma tra' fuggenti, misero! si scaglia,

e, stretto in mezzo a lor, perdé la vita.

A noi due poverette, orbe in gramaglia,

la gente, a' mali nostri impietosita,

povera anch'essa, alcun soccorso dava;

ma la fame crudel continuava.

E mia madre... Or non più. Che importa a voi

di me meschina e della mia sventura?

— Segui, diss'egli, e narra i dolor' tuoi.

Anche in me le sue piaghe apri natura. —

Tacque ella un poco, lagrimando; e poi:

— dal tapinar della sua creatura,

più che dal suo, mia madre consumata,

dopo molto languir cadde malata.

Per procacciarle un po' di pane asciutto,

sola nel letto lasciarla i' dovea.

Ella metteasi inginocchioni, e tutto

quel tempo lo pregava e lo piangea.

Queste parole: benedetto il frutto

delle viscere tue, sempre dicea:

ora, o Madre di Dio, per noi meschine

adesso e all'ora della nostra fine.

Una mattina i' esco, in sulla via

mi metto, e tutto il santo giorno attendo

chi un poco di pan per lei mi dia;

torno la sera a lei, per man la prendo:

e, — piuttosto, — le dico, — o madre mia,

che vedervi languir, vado e mi vendo.

Avremo almen così due soldi d'oro,

che, se mi campan voi, sono un tesoro. —

La derelitta le tremanti braccia

mi cinge al collo singhiozzando, e stretta

con quanta forza avea, stretta m'abbraccia:

— il buon Gesù, — dicendo, — o benedetta,

premio a tua carità trovar ti faccia.

I' sono in fine. Oh non lasciarmi! aspetta

tanto che la mia ultima parola

spiri nel bacio della mia figliuola. —

Ma volle almen Gesù farle più lieve

l'ultimo passo con alcun conforto.

Venne il pievan della vicina pieve

a confortarla (il nostro era già morto);

e, dalla sua bontà scaltrito, in breve

si fu della miseria nostra accorto.

Dar le potetti un po' di cibo, ed anche

con vino inumidir le labbra bianche.

Dicendo, — Iddio rimanga teco, Agnese, —

entrò soavemente in agonia:

e come un sonno languido la prese,

e spirò mormorando Ave Maria.

Ma la benedizion dal ciel non scese

su me con il tuo prego, o madre mia! —

E il vescovo: — Figliuola, allor più pio

è quand'appar vie più sdegnato, Iddio.

Crebbe la fame (non è vero?), ed hai

piegata al giogo la libera fronte. —

— Mia madre e mie sorelle erano omai

nudità, fame, sete, insidie ed onte.

Senza pianto il terren caro lasciai,

e venni alla ventura a questo monte:

e servir chiesi, e nelle forme usate

toglier lasciâmi la mia libertate.

La moneta, mio prezzo, se n'è ita

in suffragio dell'anima di lei.

Nuova degli usi, fuor di me, sfinita,

mal compir le servili opre potei.

Quando vide il signor che di mia vita

troppo misera usura gli darei,

mi mandò sul mercato; e compratore

nuovo il castaldo vostro ebbi, signore. —

Io gli ho pur, — disse il vescovo, — interdetto

verso i miei servi usar punto angheria:

e qualcuno comprar gliene permetto

perch'abbian qui più mite signoria.

Di lividi segnato alcun soggetto

di Zanobi Pastor non vo' che sia. —

Agnese allor: degna di pena, o buono

signor, ben più che non crediate, io sono.

Una stanca tristezza obbliviosa

mi prende; e in mezzo del lavor mi seggio,

e guardo il cielo e piango, e in dolorosa

calma, fremente di pensier', vaneggio.

Al castaldo, che un dì non so che cosa

mi rimbrottava fra sdegno e dileggio,

io, del servil tacere ancor non dotta,

risposi male, e n'ebbi questa botta. —

— Soffri 'l gastigo e il nuovo stato in pace,

disse Zanobi, e con Dio ti consola.

Se non puoi la fatica, o s'altri audace

onta ti fa, ricorri a me, figliuola. —

Ella, lo sguardo fiso a terra, tace;

poi, quasi vergognando, a lui s'invola.

Segue con gli occhi il vescovo pietoso

la già lontana, e si riman pensoso.

Da quel dì, lei venir delle più pronte

alla chiesa, e in un canto orar vedea,

e dal seren della percossa fronte

sparir la tetra margine godea.

Se s'incontrava in lei scendendo il monte,

brevi parole umane le dicea:

ma con tutti del par buono e cortese

servi e serve parea, che con Agnese.

La s'ammalò sul cominciar d'agosto,

men dal lavor che da' gran caldi stanca.

Ei dell'assenza sua s'avvide tosto:

e, — qualchedun di voi, — disse, — qui manca. —

Poiché del mal di lei gli fu risposto,

con voce incerta, che parea pur franca,

— se infermo, — comandò, — servo od ancella

cade de' miei, ne vo' saper novella. —

Ed al castaldo poi: — forse l'avranno

l'opre ingiunte da te stanca e accaldata. —

— Lavorò come l'altre. — E non ve n'hanno

altre con febbre? — Ell'è sola malata. —

— Fu, più ch'a tutte, a lei crudel quest'anno:

con carità vogl'io che sia trattata.

Non che tra l'altre e lei ponghiate guari

divario: a tutti la pietà sia pari. —

Di lei gli cale, e al mal di lei ripensa

con più molle pietà che non vorrebbe.

E di saper sue nuove ha voglia intensa;

e, di lei chiesto un dì, poi gli rincrebbe.

E tra' libri, ne' campi, in chiesa, a mensa,

sente un tumulto in cuor che mai non ebbe.

A passeggiar leggendo esce una sera

verso la casa ove sapea ch'ell'era.

Quasi impensato, un prepotente affetto

condusse a quella stanza i passi suoi.

Com'ella il vide: — oh siate benedetto

che pur vi tocca un po' cura di noi! —

Indi lo prega le si accosti al letto,

e, — vorrei, — dice, — confessarmi a voi. —

Usciron tutti: ed ei l' uscio socchiuso

aperse, e accanto a lei siede confuso;

che le confessa, basso lagrimando

suoi pochi falli e suoi molti dolori:

e della madre gli vien raccontando,

e de' sepolti ed innocenti amori.

Il vescovo dicea: — ti raccomando

non isviar la mente in grati errori.

Figlia, più gravi, quanto men sentite,

del memore desio son le ferite. —

— Come schiantar la rimembranza infitta

dal dolor nuovo e dall'antico affetto?

Vedova pria che moglie, derelitta,

o di servile amor misero oggetto. —

— Chiedi nuovi pensier': chiedili, afflitta;

e Dio te li farà nascere in petto. —

— La bontà vostra sola il pensier mio

ristora. — Or ben, grazie ne rendi a Dio.

Per me prega: e se cosa ti bisogni,

chiedi, e averai di me più che padrone. —

L'assolve, ed esce; e par che si vergogni

delle parole che le disse buone.

Spesso al dolor di lei pensa, e ne' sogni

la vede e nella calda orazione:

sana la prega; ed è ne' desir' sui

ch'ella richiegga confessarsi a lui.

Ciò più volte ella chiese. E più la udiva,

e men se ne partìa di sé contento.

La smania in lei del pianto era più viva,

in lui più fondo e amato il turbamento.

E in rimirarla un lungo ardor sentiva,

una pietà che gli facea spavento.

Un dì, mentre ch'egli esce, ella di grata

tenerezza innocente inebriata,

tese le man' vêr lui fuori del letto,

e fuor con mezza la persona s'erse,

e le giovani braccia e il giovin petto,

mezzo velato da' capei, scoverse.

Quasi a suon di battaglia, a quell'aspetto

raccoglie il pio le sue virtù disperse,

e fugge: ella rimase a tese braccia;

poi con le aperte man coprì la faccia.

E, più che di peccato, vergognosa

è di quell'atto, e dentro si tormenta;

e richiamare il vescovo non osa

che la confessi, e il guardo suo paventa.

E, mezzo inferma ancor, desiderosa

d'uscir si mostra; ed esce, ed è contenta

di rivederlo; ed egli la saluta,

e le domanda se sia riavuta.

I miti soli e la serena brezza

del primo autunno già la riavea,

e dagli occhi la calda giovanezza

e dalle gote languido ridea.

Tal, dopo quete pioggie, in sua verdezza

il crescente arboscello si ricrea,

e dalle foglie trepide rifrange

la luce, e quasi di letizia piange.

Un dì che al bosco, incontro al sol cadente

inginocchiata, e, gli occhi al ciel, pregava,

e passe foglie l'arbore pendente

e luce ed ombra sovra lei versava;

ei di lontan la vide, e mestamente

or il cielo, or la selva, or lei guardava.

Agnese, udito uno stormir, si scosse;

lo vide, e sorse in piedi e vêr lui mosse;

che parlar le volea: ma nel sentire

fruscìo di piedi tra le passe fronde,

nell'alta selva, senza nulla dire,

com'uom ch'è colto in fallo, si nasconde.

Non intese il perché di quel fuggire

l'afflitta, e ne' pensier' suoi si confonde:

e, chiesto di parlargli il dì seguente,

con voce piena del pianto nascente,

gli dice: — O mio signor, che v'ho fatt'io

che voi m'odiate? Se meschina i' sono,

deh non siavi in dispetto il grado mio;

e se in cosa peccai, chieggo perdono. —

Ed egli: — Altro pensier ier mi rapio,

né a te badai. — Gli è ver, voi siete buono,

signor, — diss'ella: — ma chi è che osserva

la presenza e i dolor' d'una vil serva? —

Così se n'esce tra turbata e altera,

come s'ella signora, ei servo fosse.

Né mai commessa grave colpa vera

contra Dio, tanto in lui dolor commosse,

come adesso l'aver con faccia austera

viste sue luci umiliate e rosse.

E s'adira e si cruccia, e sì s'affrange

nella tempesta de' pensier', che piange.

Qual chi stende la mano, e di petecchia

contagiosa il reo gavòcciol senta,

dubbio del certo male, e si rispecchia

entro la spera, e con la man ritenta,

e, spaurito, a scappar s'apparecchia

dall'uncin della morte che lo addenta;

tal Zanobi. E diceva: — ahi sciagurato,

non ti nasconder più: tu se' malato. —

A un'immagin levò di Nostra Donna,

ch'alta sul letto avea, gli occhi languenti.

Ma sostener non può viso di donna,

com'occhio infermo i rai del sol ferventi.

E qual chi teme di morir se assonna,

e pur non puote che non s'addormenti;

tal egli il suo rischio ama, e il suo mal sogna;

né del vincente amor più si vergogna.

Talvolta il buon pensier vien poderoso,

poi, qual suon che digradi, s'allontana.

A que' dì papa Sergio, a cui Formoso

rapir volea l'autorità sovrana,

scelto avea, come in luogo di riposo,

soggiorno nella Marca di Toscana.

Fu lì lì per mostrar più volte a lui

il vescovo gl'infermi pensier' sui;

ma teme nol riprenda, e al cor piagato

troppo crudel rimedio non comande.

Un giorno che, più fosco dell'usato,

male intender parea le altrui domande,

gli disse il papa: — tu mi par' gravato

d'un segreto dolor. — Dolore, e grande

(il vescovo rispose): ed io vorrei,

Padre, leggeste in fondo a' pensier' miei. —

Sergio a lui: — La sua doglia a ciascun preme:

me pur ange, o figliuol, sospetto e sdegno

de' miei nemici e nostri, e cura insieme

dell'alta sede a me commessa indegno. —

Tale risposta al vescovo ripreme

l'affanno dentro, ond'egli il cuore ha pregno.

Però propose non narrar che a Dio

del pudor le battaglie e del desio.

Ma, come a' colpi d'implacato acciaro

grave armatura cede a poco a poco,

e sempre men possente oppon riparo,

e già si smaglia e arrossa in più d'un loco;

così cede al pensier crudele e caro

Zanobi, e anela al duol siccome a gioco:

senza più terror, senza consiglio,

attrae con gli occhi immoti a sé 'l periglio.

Con papa Sergio visitò 'l marchese

Adalberto, e sedette alla sua mensa.

Mentre quant'ha delizie il bel paese,

quanti ricchezza umana agi dispensa,

mira, ode, assaggia, al tuo, povera Agnese,

dolce-arridente lagrimar ripensa;

e quante vede giovani, con pronta

cura, e quasi materna, a te raffronta.

Più pensa, e più delle mortali cose

gl'ingombra il cor la sonnolenta ebbrezza;

e le disperse memorie amorose

raccoglie dell'ardente giovanezza,

e le rintreccia, e di recenti rose

quasi un serto ne fa, che punge e olezza.

Or lambe il reo padule, ed or leggiero

spande l'ali nell'alto, il suo pensiero.

Ma non mai dell'aiuto di Maria

dispera in cor, né la final disfatta

previen colla scorata fantasia;

sempr'erra, e sempre i grati error' ritratta.

Qual chi su lieve tavola si stia

in mar sospeso, e l'onda insana il batta,

sempre il lubrico legno riafferra,

e guarda ansante alla contesa terra.

Ma poi che il papa alfin si fu partito,

torna alla greggia sua l'egro Pastore,

che risolse dell'animo ferito

disvelar la vergogna a un confessore.

Sceglie un prete, nell'armi incanutito,

che gli ultim'anni avea sacri al Signore:

e — a Dio, — comincia, — agli angeli, a Maria,

confesso, e ai Santi, e a te, la colpa mia.

La colpa mia, la colpa mia confesso. —

E narrò la pietà, l'ignudo seno

della fanciulla, il guardo mal represso,

e de' tenui pensier l'acre veleno.

— Figliuol mio, — dice il prete al genuflesso, —

i' pregherò, perché non venga meno

a noi l'esempio tuo. Péntiti; ed io

t'assolvo: in ciel così t'assolva Iddio. —

Più di lunghi consigli o di rampogna

gli andò diritta al cor quella parola.

Tra 'l timore e il rimorso e la vergogna,

del non esser più reo pur si consola.

Tale colui che fiero danno sogna,

che col sonno il terror parte s'invola.

E tal, dopo il fervor della tempesta,

il mareggiar del lungo fiotto resta

(pieno ancor del periglio, il navigante

guarda ora al mare, or alla frale barca):

tal egli col pensier per tutte quante

del non percorso error le vie rivarca.

Di pastor, fatto lupo; osceno amante.

di padre pio; la torba anima cârca

di gelosie, terror', corrucci e scorni;

le notti in pianto, in ignominia i giorni.

Rabbrividìa pensando. In questa, intese

che del palagio un servo giovanetto,

del far gentile e del dolor d'Agnese

preso era, e la chiedea con molto affetto.

Di pena un misto e di piacer comprese,

a quell'annunzio, di Zanobi il petto:

fe' venir la fanciulla; e, più turbato,

ma con più dolce accento dell'usato,

— Agnese, — incominciò, — l'ultima volta

che al mio cospetto a lamentar venisti,

confesso, Agnese, i' t'ho non bene accolta;

di che trafitta, dolorando uscisti.

Non creder già che molto affetto e molta

de' casi tuoi pietà non mi contristi.

Questo dirti volea, figlia e sorella:

poi debbo anche annunziarti una novella.

Un tuo compagno, il giovane Leone,

par che ti voglia bene, e sua ti chiede.

Pensa, figliuola: e se il cor ti dispone

ver lui (buono e' mi par), dàgli tua fede.

Del dubbiar tuo ben veggo la cagione:

prole crear del tuo servaggio erede

non ti dà 'l core. Or t'assicura: Iddio

a ciò porrà rimedio, e il tempo, e io. —

Agnese a lui: — Non so s'io dica o taccia:

ma forse che Leon conosca alcuna

delle bontà che voi m'usate, e faccia

vista d'amarmi per mutar fortuna. —

D'affettuosa, a questo dir, la faccia

del vescovo si fa severa e bruna.

E — credi tu che la pietà, — riprese, —

ch'io del tuo duol mostrai, gli sia palese? —

— Non so: gli è un mio pensier. — Candidamente

disse (e giungea le man') la giovanetta.

— M'accerterò ben io della sua mente, —

dice Zanobi; e la rimanda in fretta.

Men di vergogna che d'orgoglio ei sente

al cuore insopportabile una stretta.

Passeggiava a gran passi: — E che? sarei

favola già, — diceva, — a' servi miei? —

Ma fu breve il bollore: e un più gentile

pensier nella sedata anima scese.

Ritto e fermo dicea con fronte umìle:

— Lo sa Dio, non foss'altri, e sàllo Agnese;

che di me forse ride, e a lei par vile

e stolto affetto quel che a me cortese.

Semplice pare agli atti: ma chi mai

donna conosce? e tu di lor che sai?

Non cercar, sventurato, a quarant'anni

miseria ignota e irrisa e infame e rea.

Pensa a quel tempo che non d'altri affanni

che degli altrui pietà ti possedea.

Salvami, o Madre, da crudeli inganni,

Tu, del sicuro amor serena idea:

sgombra co' rai dell'immortal tuo giorno

la sozza nebbia che mi fuma intorno. —

E, quasi molla che, pigiata, scatti,

da quel breve pregar s'alza mutato;

e in alti affetti e varii e in virili atti

versa ed afforza l'animo turbato.

A Leon parla, e con acuti e ratti

accenti tenta del suo cor lo stato;

e sente (come quei che i veri apprese

segni, in breve, d'amor) ch'egli ama Agnese.

Degl'indugi temente, a sé richiama,

di rivederlo lieta, la fanciulla:

— Vidi Leone, e ti so dir ch'e' t'ama:

il cuor per esso che ti dice? — Nulla. —

— Giovane è pur. — Fin troppo: e in folle brama

di clamorose gioie e' si trastulla. —

— Altri fors'ami. — No. — Migliore sposo

speri? — Pensare all'avvenir non oso. —

— Ma se dal mio dominio ir ti lasciassi

libera sì del capo e sì del cuore? —

Agnese verso lui si fe' due passi,

lieta, con atto che parea d'amore.

Poscia, richiusa in sé, cogli occhi bassi:

— Che farei sola e povera, o signore?

E chi guardare, e chi nutrir vorria

l'orfana inferma giovanezza mia?

Umil, né in tutto a voi spregiata, ancella

starò, finch'altro di me voglia Iddio. —

Ed ei: — così non può durare. — Ed ella:

— Perché durar non puote, o signor mio? —

Quei la sogguarda fiso, e non favella;

ella il rimira in atto incerto e pio;

s'intenerisce, e teme, e non intende,

lui che, fra il dubbio ed il timor, s'accende.

Ed or fuggire con terror vorria,

or accostarsi e prenderla per mano,

aprirle il cor ferito, e l'agonia

sfogar del lungo desiderio insano.

Levò 'l guardo, e all'immagin di Maria

l'affisse; e allor su un seggio più lontano

s'assise brancolando, e, a terra gli occhi,

e le convulse man strette a' ginocchi:

— Agnese, a tal siam noi, che non possiamo

vivere ormai sotto un medesmo tetto.

Serva vederti non poss'io, che t'amo,

t'amo di forte ed inconcesso affetto:

né tenerti potrei, siccom'io bramo,

senza tirar su noi giusto sospetto;

né, che d'infame accusa il cârco resti

sulla memoria mia, tu sosterresti.

Questo non dovre'io farti palese;

ma nol posso celar. — Tacque, e riscosso

quasi d'alto pensier, poscia riprese,

lente abbassando ambe le man: — non posso. —

Duolo, pietà, pudor, facean d'Agnese

il volto ad ora ad or pallido e rosso.

Nuovo quel dire e strano a lei parea;

pure il cor mormorava: i' lo sapea.

Ei seguitò: — se l'ôr ch'ho per te dato,

i' non ricatto, farei dir la gente.

Meglio è facciam le viste che al mercato

ti comperi a danaro un tuo parente.

Quanto bisogni al tuo libero stato,

io vedrò di fornir compiutamente.

E tu, da me lontana, in qual vorrai

solingo luogo, in pace i dì vivrai. —

E la fanciulla allor: — di vostra mano

la libertà, signor, certo m'è cara.

Pur temo forte che, di qui lontano,

la vita non mi sia tetra ed amara.

Ma spero (e prego non sperare invano)

ch'io non sarò del vostro stato ignara. —

— Oh no! — sclama egli. — A Dio chieggo perdono

di mia promessa. Uomo, e non Angel, sono. —

Giunse in breve un de' suoi, che in dì di fiera

la riscattò con l'ôr che gli fu dato.

Agnese venne quella stessa sera

(sì Zanobi volea) prender commiato.

La non parlava, sì turbata ell'era:

e' la guardava come trasognato.

Una povera croce a un nastro appese,

e gliela cinse al collo, e: — questo, Agnese,

questo ti sia memoria, — le dicea, —

del mio dolore. — Ed ella: — o padre mio! —

E la man gli baciava, e soggiungea

infra i singhiozzi, — vi consoli Iddio!

Egli e voi mi perdoni: io son la rea

che tolsi pace a un cuor sì buono e pio. —

— Tu la rea? — esclamav'egli. E le tremanti

labbra beean le lagrime stillanti.

— Dimmi almen che per me Dio pregherai

tutti i dì. — Tutti i dì, con tutto il cuore. —

— Che ne' bisogni a me ricorrerai,

come a fratello? — Oh mio benefattore! —

— Che, se uno sposo Iddio ti manda... — Oh, mai.

Non resta in questo cor luogo ad amore. —

— L'Angel tuo ti protegga: Iddio ti dia

ogni suo bene, Agnese,... Agnese mia. —

Sola nel mondo, Agnese poco visse,

e di febbre e di tedio si consunse.

Venn'egli a lei già 'n fine, e benedisse,

e del sant'olio i labbri e i piè freddi unse.

Lungo al cammin di lui spazio prescrisse

Iddio: m'alfin l'ora beata giunse.

La notte innanzi ch'e' morisse, intese

fioca una voce che parea d'Agnese.