UNA SUPPLICA

By Giuseppe Giusti

Prego Vostra Eccellenza

di darmi un passaporto:

questa vita da morto

vince la sofferenza;

per vita voglio dire

la piana e l'usuale,

e non quell'altra tale

che non lascia dormire.

Il nostro è un bel paese,

ma, a dirla, m'ha seccato;

più d'uno che c'è nato,

vede, ci fa l'inglese:

e anch'io delle freddure

di noi penisolani,

oramai, creda pure,

me ne lavo le mani.

Io non viaggio mica

per il minimo scopo;

non vo' pensare al dopo,

non vo' durar fatica.

Quel che vuol nascer nasca;

andrò dove mi porta

il vapore e la tasca,

sempre per la più corta.

Di Storia, di Bell'Arti

n'ho troppo a casa mia;

vado, per andar via,

e per provare i sarti.

Così batto la piana,

e mi levo d'impegno:

eh lo so, coll'ingegno

s'impazza alla Dogana.

Con questi sentimenti,

che dice? spererei

veder arcicontenti

tutti de' fatti miei.

Ma già del mio Governo

son nato, mi conservo,

e viverò in eterno

umilissimo servo.

A volte, sento dire,

scusi, che dànno il foglio

per beccar quelle lire;

ma sotto c'è l'imbroglio

d'un rabesco segreto,

che scopre ai letterati

del birresco alfabeto

i sani e gl'impestati.

Per girar spensierati

di città in città,

e da Erode a Pilato

senza difficoltà,

(se di parer son degno

ferro di polizia)

la mi ci metta un segno

che significhi spia.