V

By Mariotto Davanzati

Gentil donne e leggiadre, o pulcellette,

correte, anzi volate a veder quello,

qual più non fu né fia, ch'esser non puote,

ascoltate el mio pianto, perch'è in ello

Vener, Cupido e l'orate saette.

Faròvi e loro ingegni certi e note,

e voi, alme divote,

che tenete il cor fisso al sommo Giove,

certo in me più ch'altrove

prender potrete con dottrina essempro.

Ahi lasso, i' mi distempro

pensando a quel che ne convien trattare,

né so chi si terrà di lagrimare!

Io venni al mondo in patria alta e serena,

qual voi sapete, di buon sangue e degno,

con abundanti ben de la fortuna;

e tal natura in me d'amor fé segno

che mi produsse di beltà sì piena

che 'n fra tutte le belle i' fui detta una.

Né tornò poi la luna

cornuta cencinquanta volte e tonda,

ben che duol ne seconda,

che mille cor di me fuôr presi ed arsi;

e sì stupenda apparsi

ch'al ciel alzar fe' molte anime pigre:

però converso arei con gli occhi un tigre.

e temo che ambe l'Orse

non sien del ciel pel mio bel signor prive,

o infra correnti rive

qual Narcisso di se stesso innamori

e si converta in fiori,

o che cambio non sia di Ganimede;

così il pruovi com'io chi non lo crede.

— Ove alme gentil truovi, o canzonetta,

conta il mio stato e fa' che l'amunisca

d'esser benigne inver d'amor e grate,

sì che, come me, fa' lor non punisca,

per essemplo dal ciel data soletta,

perché troppo fidâmi in mia beltate;

più m'affligge pietate,

per tema che la pena del mio errore

del suo ver me non senta il mio signore.