V

By Niccolò Cieco

Magnanimo signor, per quello amore

che mi lusinga e comanda ch'io dica,

aümentando, tua magnificenza,

reciplico ti sia quanto ch'è 'l core.

Né per dubbio già mai né per fatica

servitute fuggi' di tua eccellenza,

parlando con onesta reverenza.

Onor non regna ove viltà si trova,

la qual essere in te non si ripùta.

Virtù è conosciuta

per essemplo del ver quando s'approva,

né conosce virtù se non chi l'ama.

Onor, trïunfo e fama:

di queste si nutrica il cor gentile,

e 'l pensier basso e vile,

d'ogni pregio nimico e d'ogni onore,

da sé lo scaccia el magnanimo core.

Qual timor, qual sospetto, signor caro,

la tua virilità tien sì nascosa,

timido, freddo star, come tu stai?

Di crescer l'onor tuo se' troppo avaro,

ché util t'è la negligente posa,

ché non conosci il tempo, mentre l'hai,

tu, ricco d'oro e di seguaci assai,

che sempre fùr virili e bellicosi;

or van col coltellin cogliendo erbette.

A chi le tue vendette

lasci che facci, stù ti dormi e posi,

colpa e cagion che' tuoi sieno aviliti?

I giovinetti arditi

si danno all'ozio; impoltronir gli fai.

Non si racquista mai

il tempo che si perde di costoro,

che sarien fatti per far dir di loro.

Coll'arme in mano i tuoi anticessori

acquistâr quello istato al qual venisti,

che si può crescer me' che conservare;

ma se tu sperni i disïati onori,

passando gli anni tuoi, che pregio acquisti

per esplendidi cibi e per cacciare?

Altri essercizî non hai tu da fare?

Hai posto nome pace alla pigrizia

e, se tu pigli un lepre, il mondo galla.

Chi ama le donne e balla,

questo si è 'l giuoco della tua milizia,

ché di leggèr s'accende altro disio.

I' dirò il parer mio:

l'altrui valor ti fé possente e divo.

Esser potria nocivo

se troppo tarda il buon proponimento,

e chi può men di te pigli ardimento.

Gli uomini son dagl'intendenti scorti;

se tu prudente riputar ti fai,

del buon sangue teban dei sentir vena,

che, trascorrendo a Siria e agli altri porti,

vinser Colcòs e più province assai

e trïunfâr della città d'Atena,

lasciando i suoi nimici in su l'arena.

Fêro abbassar gli onorati vessilli,

e tanto crebbe la lor nobiltade

che, senza trar le spade,

vinser da poi con carte e con sigilli.

Le circustanze allor me' che vicine,

le lor forze e dottrine

ti sien consiglio e le parole sane;

colle virtù tebane

lo stato tuo fortificando leghi,

ché piccola motiva alfin nol pieghi.

Alessandro, signor dei Macedòni,

poi che 'nghiottì lo innumerabil seme,

sottomisse di Dario il ricco regno;

poi vinse l'Asia infino ai Babilloni,

tal che per l'ampie parti e per l'estreme

portò vincendo glorïoso segno.

Se fu di monarchia nel mondo degno,

non l'acquistò colla spada vestita,

anzi si fé signor col ferro in pugno.

Né dicembre né giugno

non impedì la sua laudabil vita:

supportò freddi, caldi, piogge e venti

e più diversi stenti;

sol per fama acquistar non gli fu forte.

Se dici: «E' venne a morte»,

per legge natural chi nasce more:

se morì il corpo, ancor vive l'onore.

A voler dir di Roma e di suo stato,

el senno, la potenza e 'l grande ardire

ch'ebbero i suoi civil combattitori,

coll'armi e colle leggi del senato

si fecer dai serviti far servire

e fùr chiamati de' maggior maggiori.

I mirabil trïunfi e' magni onori

non s'acquistâr nell'ozïose piume,

anzi ne fu cagion la lustra spada,

dicendo: «Innanzi vada

la famosa virtù, che ne dà lume».

E sopr'ogni viltà poser la soma.

Adunque l'alma Roma

conobbe la felice sua vittoria

di sì degna memoria

che si fé serva l'universa terra,

e fatta è donna per famosa guerra.

— Canzon, universal sie 'l tuo camino.

Se per ventura in luogo degno vai,

concludendo dirai:

«Chi non vuol men di suo valor valere,

dov'è la forza giunta col sapere,

da tanto è l'uomo, e tal fa di sé frutto

quant'el si fa tenere:

la pruova s'egli è ver giudica il tutto».