V
Io, de le nozze riverito nume,
che le genti chiamâro alma Giunone,
che, perché sotto il mio soave giogo
or due ben generose alme congiunga,
gentili cavalieri e chiare donne,
co' prieghi umili di potenti carmi
invocata, qua giù tra voi discendo;
e perché sotto il mio soave giogo
due alme al mondo sole or io congiunga,
menovi meco in compagnia gli dèi,
che 'nalzò sovra il ciel l'etade oscura,
con Giove mio consorte e lor sovrano.
Come? ben si convenne al secol d'oro
con semplici pastori e rozze ninfe
in terra conversare i sommi dèi,
e, 'n questo culto di civil costume
ed in tanto splendor d'alma cittade,
almeno per ischerzo, almen per gioco
vedersi in terra i dèi or non conviene?
Questa augusta magione
e d'oro e d'ostro riccamente ornata,
ove 'n copia le gemme, in copia i lumi
vibran sì vivi rai
qual le più alte e le più chiare stelle
di cui s'ingemman le celesti logge,
s'albergare qua giù vogliono i dèi,
ov'alberghin i dèi non sembra degna?
e quell'argentee ed ampie mense, dove
l'arte emulando il nostro alto potere,
l'indiche canne e i favi d'Ibla e Imetto
presse di eletti cibi
in mille varie delicate forme,
le quali soavemente
si dileguan sui morsi,
si dileguan tra i sorsi,
non somiglian le nostre eterne, dove
bevesi ambrosia e nettare si mangia,
che quali noi vogliam dànno i sapori?
Tutto a questo simìl, dolce concento
di voci, canne e lire
risuonan di Parnaso
le pendici e le valli,
quando cantan le muse e loro in mezzo
tu tratti l'aurea cetra, o biondo Apollo.
Ma questi regi sposi,
de' rari don del cielo
quant'altri mai ben largamente ornati,
di tai mortali onori
di gran lunga maggiori
degni pur son d'un nostro dono eterno;
onde adorniamo in essi
i nostri stessi eterni don del cielo.
I terreni regnanti,
che stanno d'ogni umana altezza in cima,
stiman sovente di salir più in suso
scendendo ad onorare i lor soggetti;
e i terreni regnanti
son pur essi soggetti a' sommi numi,
e, perché sol soggetti a' sommi numi,
han stabilito i sommi regni in terra.
Perché lo stesso a noi lecer non debbe?
che, perché onnipotenti,
credettero le genti
poter pur ciò ch'è 'n sua ragion vietato,
e fûr da noi sofferte
che credessero il tutto a noi permesso,
purché credesser noi potere 'l tutto
e sì le sciolte fiere genti prime
apprendesser, temendo,
dal divino potere
ogni umano dovere.
Del garzon dunque valoroso e saggio
che coll'alte virtudi
veracemente serba il nome antico,
che d'IMMORTALITÀ risuona AMANTE,
e de l'alta donzella,
di cui sovra uman corso
vien dal bel corpo la virtù più bella,
ond'è a la terra e al ciel cotanto CARA
che fatto ha sua natura il nobil nome,
omai l'inclite nozze
festeggiamo danzando, o sommi dèi;
e chi a menar la danza ha ben ragione,
l'auspice de le nozze ella è Giunone.
Esci dunque in danza, o Giove,
ma non già da Giove massimo,
di chi appena noi celesti
sostener possiam col guardo
il tuo gran sembiante augusto;
esci sì da Giove ottimo,
con quel tuo volto ridente,
onde il cielo rassereni
e rallegri l'ampia terra,
e dovunque sì rimiri,
fondi regni, inalzi imperi,
tal che 'l tuo guardo benigno
egli è l'essere del mondo.
Deponi il fulmine
grave e terribile
anche a' più forti,
non che lo possano
veder da presso
queste che miri,
queste che ammiri
tenere donne
tanto gentili
e delicate.
Ti siegua l'aquila,
pur fida interprete
de la tua lingua,
con cui propizio
favelli agli uomini
e loro avvisi
palme e grandezze.
Anzi voglio, e non m'è grave
(ché gelosa io qua non venni),
che tu prenda quel sembiante
d'acceso amante
non di sterili sorelle,
ma di quelle
chiare donne
che di te diêro gli eroi;
e 'n sì amabile sembianza
esci pur meco, o sovran Giove, in danza.
Il mio gran sposo e germano
non già in terra qui da voi,
caste donne, i chiari eroi
unqua adultero furò.
Suo voler sommo e sovrano,
che spiegò con gli alti auspìci,
tra gli affetti miei pudici
ei dal ciel gli eroi formò.
Porgi or l'una or l'altra mano
a chi finse la gelosa,
e d'eroi tal generosa
coppia ben fia quanto da noi si può.
E tu vaga, gentil, vezzosa dea,
alma bellezza de' civili offici,
che son le Grazie che ti stan da presso,
e poscia i dotti 'ngegni t'appellâro
de le sensibil forme alma natura,
e una mente divina al fin t'intese
de l'intera bellezza eterna idea;
per Stige, non istar punto crucciosa
perché tu qui non empi il casto uficio,
qual ti descrisse pure a nozze grandi
un'impudica più che dotta penna,
ché 'l mio (qual dee tra noi, pur regni il vero)
è sopra 'l tuo vie più solenne e giusto,
poiché tu sembri (e sia lecito dirlo)
ch'a letti maritai solo presiedi
le licenze amorose a far oneste;
se de le proli poi nulla ti curi,
ma ben le proli io poi, Lucina, accoglio,
Quest'or mio dritto fia,
qual fu tuo dritto ne la gran contesa
dal regale pastor come più bella
di riportarne il pomo: or più non dico;
ché, quando del mio uficio si ragiona,
allor parlar non lice
d'altro che di concordia, amore e pace,
talché mi cadde già da l'alta mente
il riposto giudizio;
anzi unirò co' tuoi
tutti gli sforzi miei
pel tuo sangue troiano,
e l'imperio romano
per confin l'oceàno abbia e le stelle.
Ti cingano
or le Grazie;
ti scherzino,
ti volino
d'intorno mille Amori,
e a le tue dive bellezze
dà' le forme più leggiadre
di sorrisi, guardi, moti,
atti, cenni e portamenti,
qualor suoli quando Giove
vuolsi prendere piacere
di mirar la tua bellezza.
In tai guise elette e rare
esci, Venere, omai meco a danzare.
Da questa dea
prendete idea,
o sposi chiari,
o sposi cari;
ché della vostra
in questa chiostra
più bella prole
non veda il sole;
e a te di padre,
a te di madre
figli vezzosi
rendano i nomi più che mèl gustosi.
E tu, gran dio del lume,
che nel cielo distingui al mondo l'ore,
e qua giù in terra sopra il sacro monte
presso il castalio fonte,
valor spirando al tuo virgineo coro,
fa' i nomi de' mortai chiari ed eterni;
memore io vivo pure
che, 'n buona parte a te debbo io le nozze,
sì che 'n gran parte a te debbo il mio regno,
che 'n quella senza leggi e senza lingue
prima infanzia del mondo,
la téma, l'ira, il rio dolor, la gioia
con la lor violenza
insegnarono all'uom le prime note
di téma, d'ira, di dolor, di gioia,
qual pur or suole appunto,
da tali affetti tòcco gravemente,
il vulgo, qual fanciul, segnar cantando,
indi le prime cose
che destassero più lor tarde menti,
o le più necessarie agli usi umani,
quai barbari fanciulli,
notâro con parole
di quante mai poi fûr più corte ed aspre;
ed in quella primiera e scarsa e rada
e, perché scarsa, rada lor favella,
eran le lingue dure,
non mobili e pieghevoli, com'ora
in questa tanta copia di parlari,
a' quali 'n mezzo or crescono i fanciulli,
a proferir da émpito portati,
e a proferir da l'émpito impediti,
qual fanno i blesi, prorompean nel canto;
e, perch'eran le voci
corte, quai fûr le note poi del canto,
mandavan fuori per natura versi;
né avendo l'uso ancor di ragion pura,
i veementi affetti
soli potean destar le menti pigre,
onde credean che 'n lor pensasse il core.
Ed in quella che puoi
dir fanciullezza de l'umanitade
soli i sensi regnando e, perché soli,
ad imprimer robusti
ne l'umano pensiero
le imagini qual mai più vive e grandi,
e da la povertà de le parole
nata necessità farne trasporti,
nata necessità farne raggiri,
o mancando i raggiri e gli trasporti,
da evidenti cagioni o effetti insigni
o dalle loro più cospicue parti
o d'altre cose più ovvie ed usate,
co' paragoni o simiglianze illustri
o co' vividi aggiunti o molto noti,
s'ingegnâro a mostrar le cose istesse
con note propie de le lor nature,
che i caratteri fûr de' primi eroi,
ch'eran veri poeti per natura
che lor formò poetica la mente,
e si formò poetica la lingua;
ond'essi ritrovâr certe favelle,
che voglion dire favole minute
dettate in canto con misure incerte,
ed i veri parlari o lingue vere
gli uomin dianzi divisi unîro in genti
e le genti divise unîro a Giove,
ond'è il mio sommo Giove eguale a tutti;
e tal fu detto favellare eterno
degli uomini, de' dèi, de la natura,
onde nefandi son, né mai pòn dirsi
ch'era in lor favellar, non mai pòn farsi
le madri mogli ed i figliuoi mariti.
E sì la forza de' bisogni umani
e la necessità scovrirgli altrui
e la gran povertà de le parole
e la virtù del ver comune a tutti,
che mostrò l'utiltade a tutti uguale,
destâro unite il tuo divin furore,
di che pieni que' primi eroi poeti,
de' quai fêro tra lor le greche genti
famosi personaggi o comun nomi
celebri, Orfeo e Lino ed Anfione,
che coi lor primi carmi o prime leggi
primi sbandîro da le genti umane
ogni venere incerta e incestuosa;
e venne in sommo credito il mio nume,
ond'io presiedo a le solenni nozze,
le quai fêro solenni i divi auspìci
presi del ciel ne la più bassa parte,
perché Giove più sù balena e l'etra
fin dove osa volar l'aquila ardita.
E perché son le certe nozze e giuste
le prime basi degl'imperi e regni,
Giove egli è 'l re degli uomini e de' dèi,
a cui 'l fulmine l'aquila ministra,
l'aquila assisa a' regi scettri in terra
e del romano impero
alto nume guerriero;
ed io, di Giove alta sorella e moglie,
sì fastosa passeggio in ciel regina
e coi comandi d'aspre e dure imprese,
quante Alcide se 'l sa, pruovo gli eroi.
Questi tutti son tuoi gran benefìci,
de' quali eterne grazie io ti professo.
Però, canoro dio,
per la tua Dafne, volentier sopporta
che la gran coppia de' ben lieti sposi
non t'invidi Parnaso e 'l sacro coro,
ché quest'alma cittade,
fino da' primi tempi degli eroi
patria de le sirene,
perpetuo albergo d'assai nobil ozio,
nutrì sempre nel sen muse immortali,
e pruove te ne fan troppo onorate
i Torquati, gli Stazi ed i Maroni.
Ma tu taci modesto or le tue pompe,
ma io grata, anzi giusta, or te l'addito;
né a scernergli me 'l niega
con l'ombre sue la notte,
la qual, col nostro qui disceso lume
onde tu vai vie più degli altri adorno,
vince qual mai più luminoso giorno.
Colà stretti uniti insieme
vedo il rigido Capassi
col mellifluo Cirillo.
De le genti egli maggiori
quegli è 'l mio dotto Lucina,
con cui va fido compagno
il sempre vivo,
sempre spiegato,
sempre evidente,
Galizia nostro.
V'ha l'analitico
chiaro Giacinto;
e a chi il cognome,
provido il cielo,
diede d'Ippolito,
il cui costume
al casto stile
avea di questi
serbato il cielo.
Quegli, se rompe
cert'aspri fati,
sarà 'l Marcello
d'un'altra Roma.
V'è pur colui
a cui nascendo
col caso volle
scherzare il fato,
e di Poeta
diègli il cognome.
Quegli è l'Egizi,
ch'a lento piè
e con pia mano
cogliendo va
dotte reliquie
d'antichità.
E, a quello unito,
d'un che s'asconde
agli altri tutti,
il qual tu, Febo,
spesso e ben vedi,
esce un bel nome,
che chiaro a tutti
suona Manfredi.
Stavvi 'l Rossimeditante
alta impresa presso Dante:
una dolce e gloriosa
là verdeggia nobil Palma;
e v'è un Dattilo sublime.
Ivi 'l Buoncore
coltiva l'erbe
di cui gli apristi
tu le virtudi;
e là 'l Perotti
con nobil cura
e' sta rimando
l'egra natura.
A le cose alte e divine
indi s'erge e spiega il volo
il gentil dolce Spagnolo.
Quei ch'è 'n sé tutto raccolto
entro sua virtude involto
è 'l buon Sersale,
sempre a sé uguale;
e quell'altro egli è il Salerno,
in cui parlano i pensieri.
Quegli è 'l Luna, dal cui frale
or la mente batte l'ale
su del ciel per l'alte chiostre
a spiar le stelle nostre.
Quello, al cui destro
omero aurata
pende una lira,
sembra un romano
Nobilione;
e v'ha quel che la fortuna,
non già il merto, il fa Tristano.
Ve' 'l Valletta l'onore
del suo nobil museo;
anche 'l Cesare ornato
del bel fiore di Torquato;
il leggiadro Cestari,
il Gennaio festivo,
il Viscini venusto,
pur l'adorno Corcioni,
il Forlosia dolciato
di mèl che timo odora,
il Mattei che valore
ha del nome maggiore,
e con atti modesti
l'amabil Vanalesti,
e 'l de' tuoi sacri studi
vago Salernitano,
e 'l di te acceso Puoti,
altro Rossi splendente
quanto l'ostro di Tiro.
Ma que' che lieta accoglie
la Sirena sul lito,
l'un cui par che 'l petto aneli
ed a un tempo stesso gieli
tutto e bagni di sudore
sol la fronte, è 'l Metastasi,
pien del tuo divin furore,
a cui serve or senno ed arte;
l'altro è 'l Marmi teneruzzo.
Venuti anche tra questi
son da l'Attica tosca
in bel drappel ristretti,
bei tuoi pregi e diletti,
cento gentili spirti,
cinti di lauri e mirti.
È con questi il gran Salvini,
il qual presso al nobil Arno
è un'intera e pura e dotta
gran colonia d'Atene,
che comanda a cento lingue
ed un gran piacer dimostra
d'ascoltar l'origin nostra.
Per onorar tanti pregiati ingegni,
ch'a nozze tanto illustri or fanno onore,
mastro divin de l'armonia civile,
che tu accordasti con le prime leggi,
e, perché son le leggi
mente d'affetti scevra
la qual qui scende agli uomini dal cielo,
le leggi poi stimate don del cielo
mastro ti fêr de l'armonia celeste;
àgiati al seno omai cotesta cetra,
c'hai finor tòcco assiso agiata in grembo,
e col più vago e più leggiadro vezzo
esci a danzare, o dotto Apollo, in mezzo.
Tempra, Febo, l'aurea lira
a' bei numeri del piè,
qual s'arretra o inoltra o gira
o pur salto in aria die'.
Di tua cetra il dolce suono
l'aspre fère raddolcì,
e di tua bell'arte è dono,
perché l'uom s'ingentilì.
Sì la venere ferina
de le terre Orfeo fugò,
e la cetra sua divina
poscia ornata di stelle in ciel volò.
Non ti mostrar sì schiva
e ritrosa, Diana;
è sì ben la tua vita,
vita degna di nume,
menar l'etade eternamente casta
d'ogni viril contatto;
talché le sante membra
né men tocchi col guardo uomo giammai,
come pur d'Atteon, che n'ebbe ardire,
tu già facesti aspra vendetta al fonte;
ma, se pur mai seguisse ogni donzella
i tuoi pudici studi,
non aresti or, o dea, chi t'offrirebbe
e vittime ed incensi in sugli altari.
Però Giove, che 'l regno
sopra 'l gener umano a noi conserva
onde 'l regno ben ha sopra di noi,
egli siegue un piacer dal tuo tutt'altro:
piacer che gli produce
ne l'ordine de' dèi il nome augusto,
che 'l dal giovar creando è detto Giove,
che dal profondo nero sen del Cao
trae fuor le cose in questa bella luce
sotto le varie lor forme infinite
de le quali fornisce e adorna il mondo,
e da tale suo studio
«;padri» voi dèi, «madri» noi dèe siam dette.
E quindi avvien che, come Giove abborre
la rea confusion de' semi tutti,
che poi dissero «Cao» color che sanno,
così odia e detesta
la rea confusion de' semi umani,
che prima disser «Cao» le rozze genti.
Intendi, intendi pure
l'alte leggi del fato;
tu t'innalzasti in cielo,
perché Giove con teco e gli altri numi
serbasse in terra le virtù civili,
che pòn sole serbar la spezie umana:
ei comanda le nozze,
che madri son de le virtù civili,
ond'io, moglie di Giove,
le fo certi e solenni,
Venere, dolci, e tu le fai pudiche,
e 'n carmi ne dettò le leggi Apollo;
onde Imeneo sul Pindo a lui sacrato
nacque d'Urania che contempla il cielo,
e l'educâro le sue sacre muse,
che cotesta, che tu pregi cotanto,
eterna castità vantano anch'elle.
Deh mira adunque,
deh mira intorno
con ciglio grato
tante matrone,
fide custodi
de l'alto sangue
di tante illustri
chiare famiglie,
tra' quai torreggia
la bella madre
del vago sposo.
Né creder tutte
le tue seguaci
ch'abbiano in core
quel c'hanno in viso.
Vener te 'l dica
quai caldi voti
pur d'esse alcune
l'offron secreti.
Però non isdegnare
ch'eschi meco a danzare.
In quest'aria vergognosa
sì ti voglio, o casta diva,
e mi piaci così schiva,
che mi sembri tu la sposa.
Come ben la castitade
fa più bella la bellezza!
Prende più che gentilezza
un'amabile onestade.
Così 'nsegna il tuo diletto
ad amare e riverire;
e così convien covrire
bella sposa, l'ardor che nutri in petto.
Ma tu non tutta spieghi,
Marte, qui la tua fronte,
la qual sembra turbar cruccio importuno,
forse perché non tosto dopo Giove
e, se bene m'appongo, innanzi Giove,
io t'inchinai ch'uscissi a danzar meco?
In questa diva festa
celebrata in Italia, ognor feconda
madre di saggi, prodi, invitti duci,
ne la città che sovra l'altre in grido
il pubblico inalzò genio guerriero,
per queste liete nozze
e d'una nobil sposa
il cui gran genitore
per raro valor d'arme è assai ben chiaro,
e d'un sposo gentile,
il cui gran zio, che puoi tu dir gran padre,
nel mestiere de l'armi è assai ben noto.
Io tutto ciò confesso e riconosco
essere tutto ciò ben tua ragione,
e dirò molto più: siamo in tua casa.
Non per tanto io peccai contro la legge
che de la danza già prescrisse l'uso,
ma sommisi la danza ad una legge
la quale m'ha dettato alta ragione.
Pria t'accese al valor alta pietade
e somma diligenza inverso Giove,
ond'egli avviene che d'eterne glorie
segnan gli annali e adornano l'istorie
le guerre che tu imprendi e pure e pie,
che 'ncominciasti a far fin da que' tempi
che difendevi l'are o i primi asili
con l'asta pura o scevra ancor di ferro;
e l'asta pura poi serbò 'l romano
per premio insigne al militar valore,
ond'è Minerva astata
la mente che delibera le guerre,
Pallade astata che n'insegna l'arti,
Bellona astata alfin, che l'amministra;
e l'aste sole fûro arme d'eroi,
e perciò abbiam da l'asta
tu di Quirino, io di Quirina il nome,
che sopra degli eroi le nozze intesi
e portava a la luce i figli loro
quando ancor non avean le vili plebi
le mie nozze tra lor solenni e giuste.
E ricordar ti dèi che molto innanzi
che spirassi furore, ira e spavento
agli schierati eserciti in battaglie,
questa Venere i tuoi spirti feroci
con la scuola d'amor rese gentili,
e la fierezza ti cangiò in braura;
poi t'ispirò Diana i suoi diletti
d'assalir orso o di ferir cinghiale;
studi ben degni de' primieri eroi,
che gli Alcidi portâr sopra le stelle.
Indi Apollo cantò le sante leggi,
ond'i tuoi araldi, ad alta orrenda voce
chiamando in testimon il sommo Giove
che non son essi i primi a far l'offese,
e se lor non s'emendano l'offese,
intiman le solenni aspre crudeli
e da le madri detestate guerre.
Par c'hai posto in oblio
l'antica e vera origine ch'avesti:
non sei tu, puoi negarlo,
la fortezza di Giove,
ch'esercitasti pria contro te stesso,
con vincere e dipor ne le catene
de la ragion invitta
la libidine vaga? e d'una donna
solo contento e pago, indi apprendesti
domar sotto il paterno imperio i figli
ed a lor pro domare i fèri mostri,
domar i tori a sopportare il giogo,
domar la terra a sopportar l'aratro?
Poscia le plebi erranti, inerti ed empie,
a cui apristi gli asili
ove si rifuggìan da l'onte e i torti
che lor faceano i violenti ingiusti,
domasti a sopportar legge e fatica,
e col tuo esempio a riverire i dèi,
e per la patria alfine,
ch'a' popoli conserva
e moglie e figli e casa e campi e dèi,
con la guerra domar genti e cittadi?
Dunque, tempra l'aria fiera
col mirare riverente
il tuo re benigno Giove,
col mirare innamorato
la tua Venere benigna.
E mesci insieme
l'ira d'Achille;
ma che le leggi
non isconosca
de la natura,
né arroghi a l'arme
ogni ragione.
Mesci d'Enea
l'alta pietade:
ma le regine
non abbandoni
e se ne porti
col loro onore
anche la vita.
Mesci l'amore
del grand'Orlando,
ma più temprato
da la ragione.
Con tai leggi ch'io ti reco
esci, Marte, a danzar meco.
A questa immago altera
d'alta virtù guerrera
nascano i figli a voi, ben lieti sposi:
talché gl'incliti e gravi
bei trionfi degli avi
sieno a petto dei lor meno famosi;
e ne le loro glorie
s'ergano sì l'istorie
che poema giammai tanto non osi.
Son tuoi propi doveri
festeggiar queste nozze,
Mercurio mio, gran messaggier di pace;
ché gentilesca lode è ben di questi
Filomarini padri
esser grati egualmente
al popolo e a' sovrani
e di placare i re coi lor soggetti,
qual agli uomini tu concili i numi;
come di te poscia cantâr coloro
che vollero di noi
far più alte l'origini e più auguste.
Ché tu qui primo in terra
a le plebi per tedio sollevate
di sempre coltivare i campi a' padri
per solo sostentar l'egra lor vita,
che per salvar pria rifuggîro a l'are,
portasti l'alme leggi,
che Cerere leggifera ti diede:
ch'avessero le plebi
il commerzio de' campi,
che pria occupâro e reser colti i padri;
e questa fosse loro
la mercé giusta d'obbedire a' padri,
donde tu avesti di Mercurio il nome.
Indi, nate le guerre,
fosti poi santo apportator di pace.
Dunque in questa alleanza
esci ora meco in danza.
Questa pace
con la face
tratta Amor:
e gli amanti,
anelanti
d'almo ardor,
la tua verga
non asperga
del tuo, ch'uopo or non fa, dolce sopor.
La sapienza di Giove
d'invitar non ardisco,
ché troppo onor pure ne fa Minerva
con lo stare a guardar la danza nostra.
Dunque bastar ci dee che qui v'assista,
o fortunati sposi,
ed a pure, sublimi e chiare idee
d'eterne verità v'alzi la mente,
a cui saggi formiate i vostri figli
talché 'n senno niuno altro somigli.
Però, benché di te sol paga, sdegni,
non che parlar giammai di tue bell'opre,
pur udirle giammai lodar da altrui;
soffri, Minerva, pur che 'n tua presenza
tanto io ne dica sol quant'egli 'mporta
ch'io ne adorni il mio uficio onesto e santo.
Da te provenne a l'uomo
il talento divin di contemplare,
e poiché l'ampia terra
tutta seccò l'umore onde gran tempo
dal gran diluvio ella restò bagnata,
talché poteo Vulcano
fulmini mandar sopra l'Olimpo a Giove,
i fulmin ch'atterrâr gli empi giganti;
l'uom da quel primo tempo
ne l'ozio, solitudine e, per somma
povertà di parlari,
necessario silenzio,
dal fulmine destato
a contemplar pur finalmente il cielo,
da' moti insigni degli eterni lumi
animato il credette e 'l fece dio;
e la sua volontà chiamò «'l mio Giove»,
che scrivesse nel cielo
col fulmine le sue temute leggi,
o vero pubblicassele col tuono;
che scrivesse nel cielo
de l'aquila coi voli
gli adorati comandi,
o li dettasse d'altri augei col canto:
onde ne l'aurea etade
fu detto che leggessero le genti
l'alte leggi de' fati in petto a Giove.
E quindi poscia vennero a' poeti
quei lor nomi di «vati» e di «divini»,
che fûro «sacri interpreti de' dèi»,
quando una cosa istessa
era sapienza, sacerdozio e regno.
E questi in quel sommo stupor del mondo
quei «pochi» fûr «ch'amò Giove benigno»,
ch'over mossi da téma o da vergogna
de la vener ferina in faccia al cielo,
pentiti del comun brutal errore,
presa ciascun per sé sola una donna,
e credendo i volati degli augelli
fosser cenni di Giove,
proseguendo dell'aquile gli auspici
in certi sacri orrori,
si fermaro de' monti,
dove loro mostrò Diana i fonti,
e quivi con le lor donne pudiche
fondâro le famiglie, e poi le genti
fabbricâro le picciole cittadi,
cui con l'aratro disegnâr le mura;
il concubito vago proibîro,
dier le leggi a' mariti
e 'ntagliâro nel rovere le leggi:
e questa fu prima sapienza in terra,
ond'è venuto in questo culto il mondo.
Tanta parte, Minerva, hai ne le nozze,
se non le nozze a te si debbon tutte.
Vulcano qui non danza,
ché ne men danza in cielo;
ma, 'n cambio de l'onor qui da degnarvi,
doni di lui più propi or v'apparecchia.
In Etna ignivomo
sotto la lurida
fucina altissima
con Bronte e Sterope
altri monocoli
or con le fervide
braccia roboree,
irsute e ruvide
in torno armonico
i lor gravissimi
martelli inalzano
su la ben solida
e grande incudine;
e vi distendono
le lenti e flessili
argentee lamine;
e sì ne formano
gli usberghi lucidi,
i tersi clipei,
le gravi gàlee;
e 'l duro calibe
temprato aguzzano,
temprato affilano
in taglientissime,
in pungentissime
e spade e cuspidi,
di che si vestano,
di che si cingano,
le qual'impugnino
in guerra i strenui
figli, e ne portino
alte vittorie.
Alma Cerere intanto, or tu cortese
per cotesta deità ch'a me pur devi,
da me inchinata or danza a tante nozze.
Per me di questa terra
la già gran selva antica,
poiché Diana ne purgò le fiere,
onde sicuro il suo germano Apollo
in Anfriso poteo guidar gli armenti,
col fuoco che Vulcano
di dura selce viva
da le battute viscere pria scosse,
bruciando da per tutto
rover gravi, dur'elci e querce annose,
ridottovi il terreno atto all'aratro
col ferro che ti die' Marte per uso
del grave aratro, poi vi seminasti
la prima spezie di frumento, il farro;
e 'l farro poi dal vincitor romano
fu dato in premio a' forti
che 'nsigni l'arme oprâr ne le battaglie;
ed i più forti de' romani, i padri,
che soli imprima aveano i sacerdozi,
le lor nozze col farro consacràro.
Quindi tu altere desti
le tue leggi de' campi,
e le tue fûr le prime leggi umane,
con le quai si fondâr gl'imperi e i regni:
ch'appo le genti, i territori o campi
sieno in sovrana signoria de' forti;
quei che men forti sono,
n'abbiano solo gli commerzi o gli usi.
Perché gli uomini, accorti
che non potean divisi
difender i lor campi
da l'altrui forza ingiusta,
congiunser tutte le lor forze in una;
e sì fondâro in terra il sommo impero,
cui sommiser le lor forze private,
perché guardasse loro
colti i campi e sicuri,
che guardando sicuri erano colti;
e tutto ciò per téma che la terra
non ritornasse alla gran selva antica.
Tanta è la tua possanza,
tanta hai tu dignità d'uscir qui in danza.
Tu seconda,
feconda
i suoi campi
ch'al signore
splendore
recâr.
Tu a lui cara,
prepara
altri ed ampi,
ché ricchezze,
grandezze
puoi dar.
Da viltà
nobiltà
sol tu campi;
co' tesori,
gli onori
usi serbar.
Ma tu, Saturno, portator degli anni,
non so qual mai superstizion ti tiene,
ché par che ti nascondi
agli occhi d'una sì nobil corona.
Prendiam gli augùri in meglio,
non quai falso stimò finora il mondo.
Cotesta tua gran falce,
in quella età che tu versavi in terra
(forse perch'assai vecchio,
tu vuoi ch'io te 'l rammenti?),
non ebbe altr'uso che di mieter biade,
da le quai seminate avesti 'l nome;
e 'n quella rozza etade
e 'n quella povertà de le parole
l'uom con le mèsse numerava gli anni
onde avvenne che poi,
del tempo dio, fosti allogato in cielo.
Né cotest'ali invero
ti fûr date perché tu voli o fugga,
perché 'nver tu non sei tardo né presto,
ma ben misuri i moti presti o tardi.
Coteste sono insegne
che ti diêr i patrìci
che trovâro gli auspìci,
onde poi da la lor propia pietade
divenner saggi, temperati e forti,
e fûr gli eroi di favole spogliati,
i cui prenci fondâr gli eroici regni;
e sol di questi poi le discendenze,
perché aveano tra lor certe divise
che non avean tra lor l'oscure plebi,
tutto mercé de le mie certe nozze,
da l'ordin lungo de' lor certi padri
sol essi meritâr con vero nome
de le genti maggiori dirsi «patrìci».
E noi da quelle antiche inclite case,
che, non essendo ancora i regni in terra,
diêro a noi 'l regno sovra lor nel cielo,
siam detti «dèi de le maggiori genti»
talché quest'ale son l'istesse appunto
di che 'l Pegaso il dorso
e Mercurio i calcagni orna e le tempia,
perché i nobili primi ritrovâro
i seminati, ond'hai tu nome e nume;
i nobili trovâr le leggi prime,
con cui Mercurio richiamò le plebi;
nobili domâr primi il cavallo,
che lor servì poi 'n guerra, ma assai 'nnanzi
con la sua zampa fe' sgorgare il fonte,
presso a cui si fondâr le prime terre,
ove abitâro poi le sacre muse
che le città de le bell'arti ornâro;
da poi ch'Apollo ritrovò la lira,
ne la quale compose de' privati
tutti dianzi divisi o nervi o forze,
con cui dettò le prime leggi in carmi.
Però con lieti auspìci,
che voglion dire in lor vera ragione
una lunga prosapia e assai feconda
d'indole generosa e giusta e pia
e ben istrutta in tutte l'arti umane,
su coteste grand'ali omai ti libra,
ed agile a danzar meco ti vibra.
Tu per sposi così lieti
tante nuove biadi mieti,
che tua falce ottusa fia.
Ne la lor casa immortale
di Lucina e di Giogale
ferva pur la cura mia.
E già in aria a destra move
il regale augel di Giove,
e 'n ciel segna una dritta e lunga via.
Non fa d'uopo che, Vesta,
tutta religiosa e diligente
tu t'apparecchi l'ara,
e che 'l foco v'imponghi,
ch'eterno serbi infin d'allor che 'l foco
ridusse in campi la gran selva antica;
né ti prepari da que' fonti l'acqua,
presso a' quai si fondâr le prime terre,
onde con l'acqua e 'l foco
fèrsi le nozze poi giuste e solenni.
Sol lece a me, ché vano è 'l sacrificio,
ch'or io, tutta composta in maestade,
adempia qui il mio civile uficio.
Or sotto questa mia potente insegna,
che tanti e tali ben produsse al mondo,
per cui 'l mio nume in ciel sovrano regna,
questo mio giogo d'òr lieve e giocondo,
piega l'alte cervici, o coppia degna,
in presenza del ciel tutto secondo.
E voi, matrone, a lei più fide e grate,
la moglie al marital letto menate.