VI – Poliziano

By Giacomo Leopardi

In un formoso e bianco tauro

Si vede Giove per amor converso,

Portarne il dolce suo ricco tesauro:

E lei volger il viso al lito perso,

In atto paventosa: e i be' crin d'auro

Scherzan nel petto, per lo vento avverso;

La vesta ondeggia, e indietro fa ritorno:

L'una man tien al dorso, e l'altra al corno.

Le ignude piante a se ristrette accoglie,

Quasi temendo il mar, che non le bagne.

Tale, atteggiata di paure e doglie,

Par chiami in van le sue dolci compagne:

Le quali, assise tra fioretti e foglie,

Dolenti Europa ciascheduna piagne:

Europa, sona il lito, Europa riedi.

Il toro nota, e talor bacia i piedi.

Fassi Nettuno un lanoso montone,

Fassi un torvo giovenco, per amore;

Fassi un cavallo il padre di Chirone:

Diventa Febo in Tessagllia un pastore,

E 'n picciola capanna si ripone

Colui ch'a tutto 'l mondo dà splendore:

Né gli giova a sanar sue piaghe acerbe,

Perché conosca le virtù de l'erbe.

Poi segue Dafne; e 'n sembianza si lagna,

Come dicesse: o ninfa, non ten gire;

Ferma il piè, ninfa, sopra la campagna;

Ch'io non ti seguo per farti morire:

Così cerva leon, così lupo agna,

Ciascuno il suo nemico suol fuggire;

Ma perché fuggi, o donna del mio core,

Cui di seguirti è sol cagione amore?

Da l'altra parte la bella Arianna

Con le sorde acque di Teseo si dole,

E de l'aura, e del sonno, che la inganna;

Di paura tremando come sole

Per picciol ventolin palustre canna.

Par che in atto abbia impresse tai parole:

Ogni fiera di te meno è crudele;

Ognun di te più mi saria fedele.

Vien, sopra un carro d'edera e di pampino

Coperto, Bacco; il qual duo tigri guidano:

E con lui par che l'alta rena stampino

Satiri e Bacche; e con voci alte gridano.

Quel si vede ondeggiar, quei par ch'inciampino,

Quel con un cembal bee, quei par che ridano:

Qual fa d'un corno, e qual de le man ciotola;

Qual ha preso una ninfa, e qual si rotola.

Sopra l'asin Silen, di ber sempre avido,

Con vene grosse, nere, e di mosto umide,

Marcido sembra, sonnacchioso e gravido.

Le luci ha di vin rosse, enfiate e fumide.

L'ardite ninfe l'asinel suo pavido

Pungon col tirso; ed ei con le man tumide

A' crin s'appiglia; e mentre sì l'attizzano,

Casca nel collo; e i satiri lo rizzano.

Quasi in un tratto vista, amata e tolta

Dal fiero Pluto, Proserpina pare

Sopra un gran carro; e la sua chioma sciolta

A' zefiri amorosi ventilare.

La bianca vesta, in un bel grembo accolta,

Sembra i colti fioretti giù versare.

Si percuote ella il petto, e in vista piagne,

Or la madre chiamando, or le compagne.

Posa giù del leone il fiero spoglio

Ercole, e veste femminina gonna;

Colui che il mondo da grave cordoglio

Avea scampato; ed or serve una donna:

E può soffrir d'amor l'indegno orgoglio

Chi con gli omer già fece al ciel colonna;

E quella man con che era a tenere uso

La clava poderosa, or torce un fuso.

Gli omer setosi a Polifemo ingombrano

L'orribil chiome, e nel gran petto cascano;

E fresche ghiande l'aspre tempie adombrano.

Presso a se par sue pecore che pascano:

Né a costui dal cor già mai disgombrano

Li dolci acerbi lai che d'amor nascano;

Anzi tutto di pianto e dolor macero,

Seggia in un freddo sasso, appiè d'un acero.

Da l'una a l'altra orecchia un arco face

Il ciglio irsuto, lungo ben sei spanne:

Largo sotto la fronte il naso giace:

Paion di schiuma biancheggiar le zanne.

Tra' piedi ha il cane; e sotto il braccio tace

Una zampogna ben di cento canne:

E guarda il mar, ch'ondeggia; e alpestre note

Par canti, e mova le lanose gote;

E dica ch'ella è bianca più che il latte;

Ma più superba assai ch'una vitella:

E che molte ghirlande le ha già fatte;

E serbale una cerva molto bella,

Un orsacchin, che già col can combatte:

E che per lei si macera e flagella:

E che ha gran voglia di saper notare,

Per andare a trovarla infin nel mare.

Duo formosi delfini un carro tirano:

Sovr'esso è Galatea, che 'l fren corregge:

E quei notando parimente spirano.

Ruotasi attorno più lasciva gregge:

Qual le salse onde sputa, e quai s'aggirano;

Qual par che per amor giuochi e vanegge.

La bella ninfa con le suore fide

Di sì rozzo cantar vezzosa ride.

Intorno al bel lavor serpeggia acanto,

Di rose e mirti e lieti fior contesto;

Con vari augei sì fatti, che il lor canto

Pare udir ne gli orecchi manifesto.

Né d'altro si pregiò Vulcan mai tanto;

Né 'l vero stesso ha più del ver che questo:

E quanto l'arte intra se non comprende,

La mente, immaginando, chiaro intende.