VI

By Iacopo d'Albizzotto Guidi

A volerti contar ben ogni cosa

di questi munister' ciascuna parte

non arè mai la mia lingua posa,

e converrà ch'i' usi qui più arte,

per far ciascuno in questo dir contento.

Com'io ti vo' contare in queste carte,

altre ve n'ha che, per lor sentimento,

vi sono entrate che non han danari

da maritarsi e per non fare stento.

Lasciàn di queste e diren de' frari,

monaci stretti a ffare oservanza

di più badie e d'ordini divari,

ma tutti povertà han per usanza:

oservan questi con discrezïone,

col capo chino e non con baldanza.

El lor costume e la lor condizione

è sempre star serrati nelle celli

a pregar Dio con divozïone.

Pochi son que' che con altri favelli,

se none in coro e a cantar la messa,

e portan cappe indosso e non gonelli;

e lle camicie che portan sott'essa

si son di rasce, e chi porta ciliccio:

secondo che lli par, così s'ha messa.

Pur ciò pensando, mi viene un capriccio,

quando ch'io penso chi fa astinenza,

quanto alle carni lor fanno stropiccio.

E tutto fanno per far penitenza.

Ma e' son pochi che faccin tal vita,

perch'a' lor corpi non han soferenza;

di mangiare e di ber questi s'aita

e volontieri fugon el disagio,

e chi da l'ordin si fa dipartita

per dare al corpo lor piacere e agio.

E molti sono che 'ngana l'abate,

perch'e' non è contro a loro malvagio;

e questi fan buon tempo alle fïate,

perch'e' fan poca stima del peccato

e volentieri seguon le brigate.

I' credo aver del mondo assai cercato,

né ho trovato i·niun'altra parte

un sì gran numero di chericato.

Egli è in questa città, ciascun disparte,

settantasei contrade di piovani,

c'han molti preti e giachi di quest'arte;

qua' son terrieri e qua' sono strani:

chi è di Puglia e chi d'Albania,

qua' sono schiavi e qua' son romani;

ch'i' ti prometto, per la fede mia,

egli è sì grande questa quantitade

che a udirlo pare una resia.

Ciascuno uficia nelle sue contrade,

perch'a Vinegia ha sì gran popolazo:

d'ogni maniera gente in veritade,

oltre alle ca' gentili, ch'è un solazo

pure a pensar di costor la famiglia,

che, s'i' tel dico, non ti parrò pazo.

D'uomini fatti son più di dumiglia,

che van tutti in Consiglio e regimenti,

oltre a lor putti, ch'è gran maraviglia.

Non vo' però che tu creda ch'i' menti

a dir la quantità degli uon' gentili,

c'hanno discrezïone e sentimenti.

Ècci un gran popol di genti non vili

come son forestieri e popolani

e marinari che vanno in navili;

gran quantità di facchini e Frullani,

che van faccendo servigi e mestieri,

e giugatori, putane e rufiani.

Una gran quantità di molti artieri

son per la terra ch'i' non t'ho contato,

ch'ad altre cose ho aùti e pensieri.

Acciò ch'i' non ti paia svemorato,

ti vo' contar la quantità dell'arti

ch'è in questa terra ch'i' non t'ho nomato.

Come di piaza tu sì tti diparti

e vogli andare inverso San Luca:

non troverrai alcun che facci sarti,

ma troverrai botteghe in ogni buca,

di favri e calderer' d'ogni ragione,

che di tal lavorìo nïun v'aduca.

Chi fa aguti di più condizione

e chi fa asce e chi manaie e seghe,

trivelle e magli d'ogni operazione.

D'ancore e ferri si v'è tre botteghe

ch'è ogni ferro che tti fa bisogno

per cocche o navi, secondo che segue.

Non creder tu che in questo io sogno:

e' v'è grand'arte di chi fa targoni

e di pintori secondo ch'agogno.

hi fa campane di più condizioni;

chi fa lavegi di bronzo e gratugie

di ferro, stagnate ch'è di più ragioni;

più cofanari v'è sanz'altre indugie,

che fan cofani per le maritade

e per coloro c'han le teste bugie.

Come di questa via i' t'ho contade

molti artigiani, se 'l mio dir non erra,

si son degli altri per molte contrade,

in ogni parte per tutta la terra

quanti mestier' bisogna in veritade,

o vuo' per pace o vogliàn per guerra.

Di tutte cose è in questa cittade

si lavora per tutto in ogni lato

di tutte perfezioni e gran' bontade.

Una grand'arte v'è d'oro filato,

chi fa cordelle d'oro e ogni fregio,

secondo chi llo vuol l'ha ordinato.

A dir dell'altre terre niun dispregio,

ma, risalvando la lor caritade,

non è un'altra che sia di tal pregio.

Ancor mi resta a dir d'altre bontade

c'ha questa terra, con la mente sana,

di più mestieri di più nobiltade.

Fassi in Vinegia grand'arte di lana:

ben diecimilia panni grossi e fini,

quale a tre licci e chi alla piana;

non dispregiando e panni fiorentini,

e' si lavora sì ben d'ogni panno,

che veston forestieri e ccittadini.

E per dar compimento a que' che fanno

questi lanari, a li loro lavori,

v'è più maestri che duran l'afanno,

che son tesseri e chi conciatori,

e que' che purgano e chi lli ha a follare

e a colorâgli vi sono e tintori,

ch'è sì grand'arte ch'i' nol so contare,

che tingon questi panni e d'altre sorte

che vien di Fiandra, per voler navicare.

Èvi un'altr'arte d'ingegno più forte,

la qual si chiama l'arte de' Toscani,

che fan panni di seta e sete tòrte;

e chi lavora di veluti piani

e damaschini, e chi broccati d'oro,

quanto i·niun'altra terra de' Cristiani.

Non vo' tu creda che questo lavoro

si faccia solo e non d'altri panni,

perché sarebe grande affanno a lloro.

Altri mestieri v'è di meno affanni,

che llavoran broccati e ricamati

e baldacchini, che son di men danni,

per li Todeschi che lli han comperati,

ché son di bella vista e poca spesa:

sicché gran quantità n'hano levati.

V'è di quest'arte, sanza far contesa,

una gran quantità di tal' mestieri

ch'a ffar di questi è la lor voglia accesa.

E cciaschedun lavora volentieri

di cotal sorte panni ch'i' ti dico,

perché si vendon tutti a' forestieri;

e altri panni ch'i' non ti riprìco,

come sono zetan' da navicare,

velluti inn accia che non vale un fico.

In questo dire i' non vo' più istare,

perché lungo sarebe a dirlo tutto,

che quel c'ho detto sì tti dè bastare.

Èvi un altro mestier ch'è di più frutto

di quelli che fanno fare el sapone,

donde si cava assai miglior costrutto.

A tal mestiero v'è molte persone

ch'una gran quantità ne fanno fare

per panni e sete ed altre condizione,

qual' levano e Todeschi per mandare

nelle lor terre, e chi in Lombardia

e in altra parte, e chi per navicare;

e no·ll'abi nessuno in villania

ch'un'altra terra non sapra' contare

che di tal arte tanti ve ne sia.

La quantità non sapre' nominare,

a voler ben dirti la verità,

e per dir altro vo' questi lasciare.

Egli è di chiese in questa città,

com'i' t'ho detto, tutte popolari,

più che settanta e de più qualità,

oltre a quell'altre dove stanno e frari,

che son ben otto, ciascun d'un convento,

che l'un da l'altro non son già di pari.

La prima chiesa, se nel dir non mento,

è molto bella per li frar' minori:

ad abitarla ciaschedun contento.

Po' v'è la chiesa de' predicatori,

qual è composta di tant'adorneza,

perc'ha belle capelle e belli cori.

Èvi una chiesa non di tal grandeza,

là dov'abita que' di santo Elia,

fra carmelliti co·molta dolceza.

Di que' de' servi di Santa Maria

v'è una chiesa sì bene adornata

di chiostri e d'abituri e sagrestia.

De' frari umilïati t'ho lasciata

la chiesa di Santa Maria dell'Orto,

che veston bianco tutta la brigata.

Èvi di Santo Ioppo in questo porto

dove stan frati che fanno oservanza

di San Francesco, per no·lli far torto,

e della vigna, che fan quest'usanza,

frati minori di sì santa vita.

Un'altra chies'ha c'ha bella abitanza

de' romitani, una chiesa fornita,

con libri assai e calici e croci,

ch'a uficiarla ciaschedun s'aita.

Lasciàn costoro e diremo altre boci

di molte scuole che son per la terra

in ogni chiesa e tutte lor foci.

Più che dugento, se 'l mio dir non erra,

son queste scuole di gran carità,

ch'a' pover' uomin levan molta guerra.

Per sovenire alla lor povertà

fanno costoro limosine assai

a' lor fratelli ch'abin nicistà;

e anche ti vo' dir quel che non sai:

e' soppelliscon di lor que' ch'èn morti

a tutte loro spese sempremai.

E anco vo' che di ciò ti conforti:

e' fanno dir pe' passati più messe

e paternostri colle menti acorti;

molt'altri ben' che fanno con esse

per l'anime de' lor frate' passati

a pregar Dio che perdoni a esse.

Li mie intelletti sarian sì afannati

s'i' non dicessi d'altre quatro scuole,

che da più nobiltà sono ordinati;

e porra' mente bene a mie parole,

com'elle son composte intro lor fatti,

che a udirmi non ti parran fole.

I' vo' con teco fare altri patti,

perch'io intendo dir con più fervore

lor condizione e tutti ' loro atti.

La prima scuola di queste è magiore

e ch'è più ricca e di magiore entrata

è la Misericordia con amore:

questa ha di gente tutte anoverata,

cinquecentocinquanta di persone,

scritti nel libro lor questa brigata,

oltre a quegli altri d'altra condizione,

che ssi chiaman sesanta e chi ha la pruova

per esser messi in questa divozione.

Nella seconda scuola ancor si truova

ben altretanti come a l'altre ho detto,

perché non posson far lor legge nuova:

quest'è di San Giovanni benedetto,

apostolo di Dio e vangelista,

che di persone ha 'l numer perfetto.

La terza scuola di sì bella vista

di Nostra Donna, a dir la veritade:

chi v'entra dentro gran grazia s'acquista;

chiamasi questa della Caritade,

che di persone el numer non travarco,

ché tutte sono a una qualitade.

La quarta scuola è quella di San Marco,

bench'i' doveva metterla anzïana,

ma non fa forza s'i' le do tal carco:

quest'è dell'altre magiore e sovrana

e ha più numer d'uomini che l'altre:

cento persone colla mente sana.

Tutte costoro han per lege e per parte

or bene adoperar sempre lor vita,

e ma' da quelle nïun si diparte.

Or ti vo' dire com'è stabilita

ciascuna d'essa e che ha llege in mano,

acciò che d'ordini ella stia fornita.

A ciascuna di queste è un guardiano,

con un vicario e dodici compagni,

e appresso di loro uno scrivano,

che tien ragion' delle spese e guadagni,

che ha cciascuna dalla Signoria

del pro d'impresti che niun no·rimagni.

E vo' che sappi la mia fantasia:

gli han queste scuole sì grande entrata

che, s'i' 'l dicessi, ti parìa bugia.

I' vo' tornare a questa brigata,

quel ch'elle fanno ne l'operazioni

e a che son tenute ogni fïata:

ciascuno di che stato o condizioni

si sia è sottoposto al suo guardiano

di far quel che dirà con divozioni.

Ogni domenica non molto lontano

van per la terra colla croce avanti

con se' doppieri e con candele in mano:

tutte impigliate portan tutti quanti,

e son vestiti sopra lor giupponi

d'una cappa di rascia ne' sembianti.

E vôti dire d'esse lor fazioni:

tutte son bianche e hanno la capuccia

col viso aperto con discrezïoni,

con corde cinti che nïun si cruccia,

con una frusta in man per disciprina,

con iscarpe in piè che nïuno i>smuccia.

A feste principal' van la mattina

per questa terra con divozïone

e a ogni chiesa ciaschedun s'inchina.

E anche vanno a tutte procisione

che ordinasse questa Signoria,

con preti e frati di religïone.

Chi nol vedessi non sa che si sia

tutto quel che di loro i' t'ho contato,

e follo certo per la fede mia,

e altre cose ch'i' non t'ho nomato.