VI

By Luigi Borra

Mentre che 'l Capro altier alza le corna

et Appennin ha la canuta chioma,

moion l'herbette e la gran Madr'antica

di freddo vetro e horrido cristallo

ha la già vaga sua fiorita spoglia.

Gli alberi, ignudi de le vaghe frondi,

son rivestiti d'agghiacciate brine;

cornici et altri più 'mportuni augelli

mandan ne l'aria suon mesto e lugubre,

ché Philomena col suo dolce canto

e Progne altrove van seguend'aprile.

Borea si sveglia e 'l gran Padr'Occeano

percuote i lidi suoi d'aspre tempeste,

né quinci o quindi più Favonio e Flora

spiran dolci sospir, aure soavi.

Lasciato ha i campi et ocioso al foco

stassi 'l buon arador tessendo giunchi

e con le canne in Pastorali accenti

loda di Galatea gli occhi e la treccia.

Et io piagnendo con più meste note

nel tacito cospetto della luna,

in nevi, in ghiaccio e ne l'oscure nebbie

spegner vorrei quell'amorosa fiamma

ch'accese un guardo sì pietoso 'n vista.

Ma ahimè, non valmi 'l seguitar il gelo

ché, se questa crudel tutta di ghiaccio,

né se de gli occhi miei duo larghi fiumi

spegner non ponno le faville accese,

n'estinguer le puotran ruggiada o pioggia.

Ma poi ch'al mio dolor vana è ogni cura,

troncherà 'l fil de la mia stanca vita

la Parca, a i gridi miei fatta pietosa,

e col rimedio pronto a tal martire

saranno estinte al nuovo Mongibello

le 'nterne faci e le scintile ardenti.

Del bel Tesino a la sinistra riva

scoccar duo lumi un velenato dardo,

cagion ch'io viva in infiniti guai.

Del bel Tesino a la sinistra sponda

finirò i miei tormenti e le mie pene

spiegando l'ali a più beata parte.

Il foco mi consuma e non m'ancide,

daran fin al mio mal acque salùbri.

Emmi la terra horribile Matrigna,

sarammi l'acqua più benigna Madre,

a queste membra eterna altiera tomba,

ove ne i vaghi e più pregiati tronchi

vedransi impressi i miei sinceri amori,

l'altrui perfidia e l'ostinata voglia,

costume antico 'n feminil pensiero.