VI

By Mariotto Davanzati

Le città magne floride e civili,

e cultivati tempî sacri e degni

e le severità de' gran patrizi,

le famose republiche e' gran regni,

e glorïosi ingegni alti e sottili,

e bellicosi e nobili esercizi,

e suppremi edefizi,

le mirabili vaghe e ricche feste

e le splendide veste,

le quali i' cerca', già con gran diletto,

or fuggo e ho in dispetto,

merzé del folle amor, falso e protervo,

che m'ha converso d'Atteonne in cervo.

Però che, 'n cangio d'este umane voglie,

l'antiche selve e le deserte piagge,

l'oscure tombe e' monti alti e alpestri,

le ripe innerme e le fiere selvagge,

paure, storsïon, lamenti e doglie,

casi repenti, rigidi e sinestri

con rustici silvestri

conculcati oratori e derelitti,

tigri superbi e 'nvitti,

crudi tiranni e popol sanza legge,

aspra ed inniqua gregge

disio e cerco, come piace a Amore,

d'ogni esterminio uman padre e 'nventore.

L'ore tranquille e la serena vita

e 'l bel gioir del nostro uman contento

nella fugace e vana gioventute,

le delizie e riposo e nudrimento

de' dilicati cibi, che ci invita

naturalmente, e la degna virtute,

la divina salute,

la qual si de' cercar con ogni effetto,

el supremo intelletto,

gli stati e gran tesori e sanitate,

la santa libertate

rinunzio e spregio per la greve salma

d'amor, che 'l corpo usurpa e danna l'alma.

Così, a ciascheduno uman deforme,

accidioso ozio, morte, crudo pianto,

l'ultimo punto alfin dell'universo,

le miserie, gli affanni e 'l triste canto,

aspre vivande innusitate e 'nnorme,

lo stile usato abbattuto e sommerso,

lo spirto frale e perso

etternalmente senza redemire,

temerario fremire,

infimo loco, innopia, il corpo infetto,

servitù con dispetto

frequente cheggio come Amor m'insegna,

sotto 'l qual mai non si fé cosa degna.

Volgete gli occhi alle passate cose

e le presenti, o miseri mortali,

ch'a gli alti ingegni le future insegna:

vedrete a piè del gelso e doppi mali,

vedrete le camicie sanguinose

d'Isifile e di Dido, d'onor degna,

Filis vedrete pregna

col laccio in collo, e vedrete Medea,

fratrecida aspra e rea,

dar per cibo a Gianson e propri figli,

greci e troian perigli,

qual non si vide mai doglia sì cruda;

tutt'opere d'Amor, padre di Giuda!

Ma, o giusto rettor del cielo etterno,

che per noi redemir morir volesti,

se tal suplicazion lecita parti,

raguarda i modi inniqui e disonesti

d'esto crudo tiranno, el suo governo

e' vizi che pel mondo ha sempre sparti;

vedi suo 'ngegni e arti

d'omicidi, adulteri e tradimenti,

incendi e rubamenti,

fornicatore, strupo e sacrilegio,

sepolcro d'ogni egregio;

non lasciar più impunito tanto errore,

e spegni a Pluto tal benefattore!

E tu, vera fenice al mondo sola,

che, per far fede qui del ben celeste,

senza essemplo formotti el sommo Giove,

non per sommerger le cose terreste,

ma per drizzarle alla superna scola,

s'altro accidente le volgessi altrove,

dunque, raguarda dove

per te condotto è 'l tuo sì fedel servo;

mira lo strazio acervo,

dov'Amor l'alma e 'l corpo insieme ancide,

e Dio da te divide

se non t'ammendi e se' suo esecutore,

qual de' Giudei Pilato al Redentore.

— Canzon, chi ti dimanda ove nascesti

puo' dir: «Ne' folti boschi sovra un sasso,

laddove a mezzo luglio el sol si brama,

fra lauri e mirti; e non ho fatto passo

sanza Aganippe». E gentili e modesti

spirti vicita, priega, onora e chiama;

poi, sconsolata e grama,

racconta el viver mio quant'è mendico:

colpa d'Amor, d'ogni vertù nimico.