VI

By Niccolò Cieco

Premia costui del merto suo, Signore,

tal nequità consiglia al ciel nimica,

cagion d'ogni esterminio e vïolenza,

mal consigliato e mal consigliatore,

che vuol dannar virtù giusta e pudica!

Lascio il giudicio alla tua coscienza:

del ben dar premio e del mal penitenza.

A voler che ragion non si commova

e la buona equità non sia perduta,

sperïenza è veduta,

ché tanto nuoce 'l mal quanto 'l ben giova.

Licito adunque è aver quel ch'altri brama,

e chi 'l mal chiede o chiama?

El simil appetisce il suo simìle.

Nella virtù senile

si riconosce ogni passato errore,

qual sia cagion di danno e disonore.

Come inanzi al furor mal c'è riparo,

danno e sospetto a dar vita noiosa

ti faran dotto di quel che non sai.

Se 'l dolce si conosce per l'amaro,

qual meglio è: morte o vita sospettosa?

Come tu guerra assaggi, lo saprai.

Senza sospetto non fu guerra mai,

né ver amor negli animi dubbiosi,

perché le lor virtù non son perfette.

Nuove e diverse sette

vedrai levar fra gli uomini sdegnosi,

pensar penando agli estremi partiti.

De' morti e de' feriti

metti ad entrata, gran copia n'avrai;

perché, stù metterai

fra 'l fuoco e 'l ferro il tuo bel tenitoro,

spera del presto mal tardo ristoro.

Guerra fa gli uomin falsi usurpatori

e fa que' che son buon reputar tristi

e i vizî sommamente commendare.

Guerra fa tenebrosi i nostri cori,

pien d'iracondia, paventosi e misti;

zezzanie e pretenzion fa generare.

Quest'è certezza da considerare:

che, dove nasce guerra, muor giustizia

e a' grandi alle volte il pensier falla,

che peggio che alla stalla

son morti con miseria e con tristizia,

senza poter chiamarsi in colpa a Dio.

Questo ufficio è del rio

nostro aversar, ch'è d'ogni pace privo,

e chi gusta suo civo

passa sua vita in peccabil tormento;

poi gli dà morte eterna in pagamento.

Guerra consente i fraudulenti torti,

ostinazion da non s'amendar mai,

e ragion e pietà star in catena,

ruberie, 'ncendî e violenti morti,

gli strupi, gli adulterî e gli altri guai,

che son de' frutti che la guerra mena;

e i pargoli innocenti portar pena,

che vivien lieti negli anni tranquilli,

venire a' gran supplicî e crudeltade,

con qual severitade!,

morti, rubati, diventar pupilli,

perdere i padri a repentina fine

e le madre meschine

fuor del patrial nido in parte strane,

chiedendo l'altrui pane

con vergognezza e con dogliosi prieghi,

cagion d'altro mal far, s'è chi gliel nieghi.

L'antiche inimicizie e divisioni,

lo sparso sangue l'un coll'altro insieme

per questo non mancò, ma crebbe sdegno.

Quel fugge il mal che fugge le cagioni;

biasimo nasce adosso a chi nol teme,

che poi non gliel può tôr forza né 'ngegno.

Chi perde sé non ha più caro pegno,

né ragion né ventura alfin l'aita

e poco giova al mal torcere il grugno.

E forsi mangia il prugno

tal padre, che la pena è stabilita

a chi senza sapor n'allega i denti.

Figliuoli e discendenti

per l'altrui colpe a lor toccâr le sorte;

per sì malvage e torte

vie ne conduce il protervo furore,

ché mal s'amenda il conosciuto errore.

Guerra fa disamare il bene amato

e fa il nostro pensier dal ben partire,

favoreggiando i mali operatori.

E chi dal ben si trova seperato,

ogni suo passo va verso il perire

e tutti i suoi sentier son più peggiori.

Quante iniurie inghiottîr, quanti rancori

fuor d'ogni virtüoso e buon costume,

che par bello il tacer la cosa lada!

Quanti gîr per istrada,

che la lor sepoltura è stata il fiume,

senz'altro orribil mal che non si noma!

Quanti pelâr la chioma,

c'hanno del mondo fatto ogni lor gloria!

Questo è fummo di boria:

presto lassar, chi longamente afferra,

quando il valor di su il colpo diserra.

— Canzon, ricorda a chiunque tien dominio

che 'l savio antiveder non fallì mai.

Se consiglio gli dai,

di' che la voglia non vinca il dovere;

né si vuol mal pensar nel ben sedere,

ch'al fin se ne può trar questo costrutto:

pace ha 'l ben possedere,

guerra per morte è cagion d'ogni lutto.