VI

By Tommaso Benci

L'ascosa fiamma ch'al cor dà più vampo,

credendo in parte anche 'l caldo sfogare,

contra ad Amor mi costrinse a parlare,

dicendo: «Ad acquistar donna mi desti

ch'i' dubbio infin non ottenere il campo,

per ch'impotente a voler più pigliare

di lei ch'i' m'abbia, potrei quel lasciare;

con dolcezza chino dunque si resti,

e se mi fien le tue arte molesti,

son disposto a soffrir fin vita dura.

Potrebbe intanto avvenir per ventura

che' mie dolor, sendole manifesti,

n'are' piatà». Così avend'io detto,

venne Amore, e parlò nel mio cospetto:

«Perché ti duoli a torto or di costei?

non t'ho la nobiltà umilïata?

è 'l saper la virtù di ch'è ornata?

hatti sprezzato mai? o sua bellezza?

ché per minor sceson già 'n terra idei.

Pensal che prima, quando fu creata,

di rose e brine tutta fu formata,

e più fin cosa ch'òr le fé la trezza,

due stelle diede alla fronte vaghezza,

e perle ove 'l parlar frange e raffrena,

e fé lei tutta di leggiadria piena.

Deh, dimmi: or pare a la tuo vil bassezza

degnar ched e' ti sieno umiliate

bellezza, sapïenza e nobiltate?

Non negherai ancor che ti sie tolto

toccar onesto e vederla e parlare;

scelesto! che ne puoi più disïare?

Etti così la mia madre molesta

che ti commuova in appetir sì stolto?

Se di' che sì, la tua viltà si pare,

perché vinto hai tre guerre, e triünfare

debbin or due che 'n ultimo ci resta.

Non aver dunque a lamentar sì presta

la voce; tu ti dai, se hai, tormento! -

«Non più — diss'io — Amor, i' tel consento!

Merzé, perdona e aiuto mi presta,

e se non sai ferir lei perch'è bella,

dà lo stral d'oro a questa, e farallo ella!»

— Canzon, e' t'è mestier più animosa

esser che me o che 'l mio sire Amore

a disarmar di questa donna il core.

Va', prendi l'arme ti darà Cupido,

poi ch'esso teme di sì bella cosa

e 'nfiamma così lei com'el fé Dido,

acciò che, quando io le vorrò por campo,

non truovi modo alcuno a fare scampo.