VI
Va per la selva bruna
solingo il trovator
domato dal rigor
della fortuna.
La faccia sua sì bella
la disfiorò il dolor;
la voce del cantor
non è più quella.
Ardea nel suo segreto;
e i voti, i lai, l´ardor
alla canzon d´amor
fidò indiscreto.
Dal talamo inaccesso
udillo il suo signor:
l´improvido cantor
tradì se stesso.
Pei dì del giovinetto
tremò alla donna il cor,
ignara fino allor
di tanto affetto.
E supplice al geloso,
ne contenea il furor:
bella del proprio onor
piacque allo sposo.
Rise l´ingenua. Blando
l´accarezzò il signor;
ma il giovin trovator
cacciato è in bando.
De´ cari occhi fatali
più non vedrà il fulgor,
non berrà più da lor
l´obblio de´ mali.
Varcò quegli atri muto
ch´ei rallegrava ognor
con gl´inni del valor,
col suo liuto.
Scese, varcò le porte;
stette, guardolle ancor:
e gli scoppiava il cor
come per morte.
Venne alla selva bruna:
quivi erra il trovator,
fuggendo ogni chiaror
fuor che la luna.
La guancia sua sì bella,
più non somiglia un fior;
la voce del cantor
non è più quella.