VII – Poliziano

By Giacomo Leopardi

Chi vuol veder lo sforzo di natura,

Venga a veder questo leggiadro viso

D'Ippolita, che 'l cor cogli occhi fura;

Contempli il suo parlar, contempli il riso.

Quando Ippolita ride onesta e pura,

E' par che si spalanchi il paradiso:

Gli angioli al canto suo, senza dimoro,

Scendon tutti dal cielo a coro a coro.

I' non ardisco gli occhi alto levare,

Donna, per rimirar vostra adornezza;

Ch'i' non son degno di tal donna amare,

Né d'esser servo a sì alta bellezza:

Ma se degnaste un po' basso mirare,

E fare ingiuria a la vostra grandezza,

Vedreste questo servo sì fedele,

Che forse gli sareste men crudele.

Che maraviglia è s'io son fatto vago

D'un sì bel canto, e s'io ne sono ingordo?

Costei farebbe innamorare un drago,

Un bavalischio, anzi un aspido sordo.

I' mi calai: ed or la pena pago;

Ch'i' mi trovo impaniato, come un tordo.

Ognun fugge costei quand'ella ride:

Col canto piglia, e poi col riso uccide.

Pietà, donna, per Dio; deh non più guerra;

Non più guerra, per Dio; ch'i' mi t'arrendo:

I' son quasi che morto, i' giaccio in terra,

Vinto mi chiamo, e più non mi difendo:

Legami, e in qual prigion tu vuoi, mi serra;

Ché maggior gloria ti farò vivendo:

Se temi ch'io non fugga, fa un nodo

De la tua treccia, e legami a tuo modo.

Io arei già un'orsa a pietà mossa;

E tu pur dura a tante mie querele.

Che arai tu fatto poi che ne la fossa

Vedrai sepolto il tuo servo fedele?

Ecco la vita, ecco la carne e l'ossa:

Che vuoi tu far di me, donna crudele?

È questo il guiderdon de le mie pene?

Dunque m'uccidi perch'io ti vo' bene?

Costei per certo è la più bella cosa

Che 'n tutto 'l mondo mai vedesse il sole;

Lieta, vaga, gentil, dolce, vezzosa,

Piena di rose, piena di viole,

Cortese, saggia, onesta, graziosa,

Benigna in vista, in atto ed in parole:

Così spegne costei tutte le belle,

Come il lume del Sol tutte le stelle.

Gli occhi mi cadder giù tristi e dolenti,

Com'io vidi levarsi in alto il sole;

La lingua morta m'addiacciò fra' denti,

E non poté formar le sue parole;

Tutti mi furon tolti i sentimenti

Da chi m'uccide e sana quand' e' vuole;

E mille volte il cor mi disse in vano:

Fatti un po' innanzi, e toccagli la mano.

Per mille volte ben trovata sia,

Ippolita gentil, caro mio bene,

Viva speranza, dolce vita mia:

Deh guarda quel che a rivederti viene:

Deh fagli udir la tua dolce armonia;

Dà questo refrigerio a le sue pene:

Se 'l tuo bel canto gli farai sentire,

Allora allor contento è di morire.

Solevan già col canto le sirene

Fare annegar nel mare i naviganti;

Ma Ippolita mia cantando tiene

Sempre nel foco i miserelli amanti.

Solo un rimedio trovo a le mie pene:

Che un'altra volta Ippolita ricanti.

Col canto m'ha ferito, e poi sanato;

Col canto morto, e poi risuscitato.

Io mi sento passare insin ne l'ossa

Ogni accento, ogni nota, ogni parola:

E par che d'altro pascer non mi possa;

Ch'ogni piacer questo piacer m'imbola:

E crederei, s'io fossi entro la fossa,

Risuscitare al suon di vostra gola;

Crederei, quand'i' fussi ne l'inferno,

Sentendo voi, volar nel regno eterno.

Voi vedete ch'io guardo questa e quella;

E forse ancor n'avete un po' di sdegno:

Ma non possa io veder mai sole o stella,

S'io non ho tutte l'altre donne a sdegno:

Voi sola a gli occhi miei parete bella,

Piena di grazia e piena d'alto ingegno:

Abbiatene di questo mille carte:

Ma per coprire il vero, uso quest'arte.