VII – Poliziano
Chi vuol veder lo sforzo di natura,
Venga a veder questo leggiadro viso
D'Ippolita, che 'l cor cogli occhi fura;
Contempli il suo parlar, contempli il riso.
Quando Ippolita ride onesta e pura,
E' par che si spalanchi il paradiso:
Gli angioli al canto suo, senza dimoro,
Scendon tutti dal cielo a coro a coro.
I' non ardisco gli occhi alto levare,
Donna, per rimirar vostra adornezza;
Ch'i' non son degno di tal donna amare,
Né d'esser servo a sì alta bellezza:
Ma se degnaste un po' basso mirare,
E fare ingiuria a la vostra grandezza,
Vedreste questo servo sì fedele,
Che forse gli sareste men crudele.
Che maraviglia è s'io son fatto vago
D'un sì bel canto, e s'io ne sono ingordo?
Costei farebbe innamorare un drago,
Un bavalischio, anzi un aspido sordo.
I' mi calai: ed or la pena pago;
Ch'i' mi trovo impaniato, come un tordo.
Ognun fugge costei quand'ella ride:
Col canto piglia, e poi col riso uccide.
Pietà, donna, per Dio; deh non più guerra;
Non più guerra, per Dio; ch'i' mi t'arrendo:
I' son quasi che morto, i' giaccio in terra,
Vinto mi chiamo, e più non mi difendo:
Legami, e in qual prigion tu vuoi, mi serra;
Ché maggior gloria ti farò vivendo:
Se temi ch'io non fugga, fa un nodo
De la tua treccia, e legami a tuo modo.
Io arei già un'orsa a pietà mossa;
E tu pur dura a tante mie querele.
Che arai tu fatto poi che ne la fossa
Vedrai sepolto il tuo servo fedele?
Ecco la vita, ecco la carne e l'ossa:
Che vuoi tu far di me, donna crudele?
È questo il guiderdon de le mie pene?
Dunque m'uccidi perch'io ti vo' bene?
Costei per certo è la più bella cosa
Che 'n tutto 'l mondo mai vedesse il sole;
Lieta, vaga, gentil, dolce, vezzosa,
Piena di rose, piena di viole,
Cortese, saggia, onesta, graziosa,
Benigna in vista, in atto ed in parole:
Così spegne costei tutte le belle,
Come il lume del Sol tutte le stelle.
Gli occhi mi cadder giù tristi e dolenti,
Com'io vidi levarsi in alto il sole;
La lingua morta m'addiacciò fra' denti,
E non poté formar le sue parole;
Tutti mi furon tolti i sentimenti
Da chi m'uccide e sana quand' e' vuole;
E mille volte il cor mi disse in vano:
Fatti un po' innanzi, e toccagli la mano.
Per mille volte ben trovata sia,
Ippolita gentil, caro mio bene,
Viva speranza, dolce vita mia:
Deh guarda quel che a rivederti viene:
Deh fagli udir la tua dolce armonia;
Dà questo refrigerio a le sue pene:
Se 'l tuo bel canto gli farai sentire,
Allora allor contento è di morire.
Solevan già col canto le sirene
Fare annegar nel mare i naviganti;
Ma Ippolita mia cantando tiene
Sempre nel foco i miserelli amanti.
Solo un rimedio trovo a le mie pene:
Che un'altra volta Ippolita ricanti.
Col canto m'ha ferito, e poi sanato;
Col canto morto, e poi risuscitato.
Io mi sento passare insin ne l'ossa
Ogni accento, ogni nota, ogni parola:
E par che d'altro pascer non mi possa;
Ch'ogni piacer questo piacer m'imbola:
E crederei, s'io fossi entro la fossa,
Risuscitare al suon di vostra gola;
Crederei, quand'i' fussi ne l'inferno,
Sentendo voi, volar nel regno eterno.
Voi vedete ch'io guardo questa e quella;
E forse ancor n'avete un po' di sdegno:
Ma non possa io veder mai sole o stella,
S'io non ho tutte l'altre donne a sdegno:
Voi sola a gli occhi miei parete bella,
Piena di grazia e piena d'alto ingegno:
Abbiatene di questo mille carte:
Ma per coprire il vero, uso quest'arte.